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L’altra faccia del passato : “The bastard of Instanbul”

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01/12/2017 di Arianna Frappini

 

Il passato è passato” si dice comunemente e, per la tranquillità e il cammino incessante della vita, del presente che scorre, del futuro che spunta all’orizzonte, è necessario che sia così. Nella vita di ognuno di noi, è necessario dimenticare i dispiaceri, le rabbie, per proseguire, è necessario continuare sulla strada sterrata della vita.  In quanti film, in quanti libri, quante volte abbiamo sentito risuonare, negli spazi infiniti del mondo, mormorare il consiglio “Dimentica il passato”? Quante volte abbiamo sentito dire che il “Passato è passato” ed effettivamente è così. È necessario che sia così, ma non del tutto, non fino in fondo. Perché è meglio dimenticare i dispiaceri, ma c’è una cosa che del passato conserviamo comunque, la memoria, il ricordo… La nostra stessa presenza, la nostra identità, è un’eredità del passato che, in qualche modo, influenza il nostro presente, decide i nostri passi.

Dunque, quale delle due facce è quella vera del passato? Quello da dimenticare o quello da ricordare? Quello  da ignorare o quello che ci condiziona per sempre? Quello che ci sfiora appena, in superficie, o quello che segna nel profondo? Risposta, entrambe, perché sono due facce della stessa medaglia. Perché, nella vita non solo di un essere  umano, ma per la storia più grande, a volte, il passato non è passato, non si può dimenticare. Comunemente, sappiamo che tutto si può superare, ma, forse, certe ferite della storia  pesano in eterno, perché l’altra faccia del passato dice chiaramente che il presente è il risultato del nostro passato.   È necessario andare avanti, ma   è del tutto giusto, è del tutto possibile? La letteratura si è impegnata a mescolare le due facce, a rovesciare la medaglia a seconda delle storie e delle circostanze, contraddicendo o approvando il senso popolare, sicuramente saggio di dimenticare, ma non l’unico. Conosciamo bene i nostri pensieri, conosciamo bene i nostri consigli, dunque, oggi voglio parlare dell’altra parte della medaglia, dell’altra faccia del passato, quella che  lotta per emergere, per farsi vedere, per mostrarsi e per contrariare e contraddire l’altra. La prima grande, straordinaria smentita viene dall’incipit del primo capolavoro di Khaled Hosseini, costituendo la più alta affermazione del passato sul presente, quella traccia e quella colpa che solo il futuro, forse, possono mitigare:

“  Sono diventato la persona che sono oggi all’età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto”.

E non esiste, a mio parere, un romanzo che analizzi meglio l’altra faccia della medaglia, che ribadisca  la necessità di superare le disgrazie nella vita, ma che, insieme segna per sempre, che parla della storia, che spesso fa degli errori clamorosi, che né le scuse, né il futuro possono risanare fino in fondo, che sottolinea personalità forti capaci di andare oltre la vita, ma, insieme, le vite condizionate per sempre, perché certi errori, perché certe colpe, perché certe debolezze, perché certi segreti si attaccano con i loro artigli al presente, facendo affondare ogni speranza di futuro, se non il romanzo più conosciuto, anche se  neppure il più bello, di Elif Shafak, per cui la scrittrice turca è davvero nota in Occidente, “La bastarda di Istanbul”. Dedicato al marito Eyup e alla figlia Shehrazad Zelda,  il romanzo rivela, immediatamente, nella frase scelta   per incipit, l’inizio di una fiaba turca e di una fiaba armena,  ripresa e sviluppata, fino all’ultimo capitolo, subito i suoi elementi costitutivi: l’amore e l’affetto, che vincono su ogni cosa; la voglia di denunciare il genocidio degli armeni  del 1915. Un capitolo su cui la moderna Turchia  ancora ostinatamente tace. E che ha paura della verità, aprendo un processo, che si è risolto con un nulla di fatto e con l’assoluzione, alla stessa Elif Shafak, per  “offesa all’identità nazionale”. Quindi, come si può intuire, il viaggio che stiamo per intraprendere non è per nulla scontato.  È un trionfo e una denuncia del tutto particolari, tra  storia e tradizione, tra la verità che agli esseri umani fa troppo male e l’ostinazione di nascondere i segreti, dei terribili segreti custoditi nella ciotola d’argento di Banu, tra la solita, meravigliosa  città sulle sponde del Bosforo e l’arida, sfolgorante Arizona, Elif Shafak dà vita a un romanzo straordinario, a un romanzo del passato, che condiziona le vite, tante vite, perché neppure l’oceano può ostacolare la realizzazione del Destino, perché, se uno è cercato dalla morte, neppure fuggire serve, se uno è inseguito dal passato, neppure darsela a gambe può giovare. Neppure cambiare nome. Perché i personaggi di questo libro, prima che costituirsi come agenti nel proprio presente, sono il risultato delle circostanze, del passato, della storia. Tutti. E ognuno a  suo modo tenta lo svincolarsi dal passato, senza poterci riuscire fino in fondo, c’è chi, forte, temeraria, si attacca alla vita, pronta  a ricominciare, ma non a staccarsi definitivamente dalla famiglia e chi non è capace di sostenere il peso della propria debolezza, dei propri errori e di quelli del proprio padre, che, a sua volta, sono stati generati dall’assenza di una madre, condizionata dalle sue origini,  che ha scelto se stessa in una Turchia che aveva dato la testimonianza di non volere gli armeni nel proprio territorio, pacificamente; e chi, giovane e smarrita, cerca la sua identità, per smettere di sentirsi una “bastarda” e chi si incammina in cerca delle proprie radici, trovando, al posto della casa della nonna, una città che si è ricostruita, una Turchia che non ha ancora coraggio di ammettere il genocidio del 1915. “La bastarda di Istanbul” è l’inevitabile incontro di due mondi, di due mondi nella stessa città, un incontro che ha fallito davanti alla storia, un incontro, forse, di nuovo possibile, con l’amore e l’amicizia, tra i turchi e gli armeni, i primi che continuano a negare il genocidio, i secondi che continuano a rivendicare l’affermazione delle loro sofferenze. Elif Shafak è una voce lucida, della Turchia che sa guardarsi dentro, riconoscendo gli errori, riportando alla luce una verità a lungo negata e lontana dalla nuova Turchia, che non sente propria la storia prima della proclamazione della Repubblica, come fosse estranea, come non fosse avvenuto a Istanbul e facendolo in un modo originale. Perché certe verità fanno troppo male e gli esseri umani, neppure i più lucidi, riescono a riportarla  alla luce, riescono a crederci se non vedono, se non sanno. Si sente, fortissima in queste pagine, la debolezza infinita di una mente umana che, spesso, non crede se non vede, dell’incapacità della storia di rendere giustizia agli armeni del passato, come ai turchi del presente. Un incontro, che diviene confronto, che deve essere fare un passo da ambe le parti, senza negare, senza  accusarsi, senza fallire più. E, a volte, questo è possibile, davanti alla storia, solo con la semplicità della gente comune e con un tocco di soprannaturale. Perché certe verità la mente umana è incapace di sondarle, perché, in queste pagine, vibra tutta l’indignazione possibile, tutta la denuncia più alta, che tenta di rovesciare il passato sul presente e lo può fare solo con l’intervento, simbolico e fortissimo, di ciò che sembra male e a volte può condurre al bene. Perché un essere umano non può sondare la verità, il segreto della  gravidanza di Zeliha, come della storia vera degli armeni e ce la può fare solo  il Signor Amaro, un “djinn”, un genio malefico e crudele, che non conosca la pietà, che abbia visto con i suoi occhi, che trascenda il tempo e lo spazio, un genio che è per sempre legato alla sua padrona, come il bene e il male inevitabilmente sono legati nella storia del mondo, un genio che emerge dalla tradizione favolistica araba, dalle storie tradizionali  della nonna di Elif Shafak, come di tutte le nonne, così importanti nel romanzo. E,  così, la scrittrice inserisce questo elemento fantastico a posta, per testimoniare il peso della verità e la difficoltà degli uomini di riconoscerla, di riportarla alla luce, di spiegarla. Di superarla! Nulla si può superare se non si conosce la verità, nessun segreto si può nascondere in eterno e, in un modo o in un altro, salta fuori, svela tutte le implicazioni di un passato, che prevale ancora sul presente, di due mondi che si incontrano, di due famiglie inscindibilmente legate , il cui vincolo e il cui segreto giace proprio in seno alla storia, a quel terribile genocidio del 1915. Dunque, è davvero possibile dimenticare il passato? È possibile ignorare  un tale pesante passato, una così ingiusta eredità? È giusto lasciare che  i turchi continuino a calpestare, col loro silenzio, la pace di chi è morto quel giorno, degli armeni costretti alla deportazione e alla fuga in America? È davvero giusto continuare a negare e d’altro canto,  è giusto rivangare il passato, accusando i turchi del presente, che ignorano (o fingono di ignorare) il passato Impero e i suoi errori? Quello che è certo, è che non si può ignorare, che la Turchia deve riconoscere  il genocidio degli armeni, così come gli armeni devono cercare di andare avanti, di superare la loro enorme perdita e  il peso del silenzio che si portano dietro da un secolo, oramai.  E il conflitto eterno che lega i due popoli, innamorati della stessa, infinita Istanbul, della barca che solca i mari, della barca dominata e abitata da molte genti, si risolve  con le due uniche forze possibili, capaci di ricucire le ferite, di non negare più il genocidio degli armeni, di sentire il peso del passato, per non fare più gli stessi errori, l’amore e l’amicizia, che non conoscono differenze. Aram, armeno, è il personaggio più limpido di tutta la storia; è assolutamente sicuro della necessità dell’incontro, del fatto che armeni e turchi hanno fallito nella loro convivenza già una volta, in modo orribile, e non possono fallire più; è un armeno che sente, chiaramente, che le sue radici sono in Turchia, non trova conforto nell’esilio e non sa neppure perché, se il fallimento ha portato la famiglia di Armanoush in America, credendo che solo una terra straniera potesse ricucire le ferite, anche lui debba fare lo stesso. Aram è convinto che  il posto, unico e solo,  dove  si può continuare a vivere, dove si può ritentare la fratellanza fallita è Istanbul. E, mai, penserebbe di andare in esilio, di rinunciare ai cieli della città del Bosforo, perché è lì che vive la sua amata, che non lascerebbe mai, la sua Zeliha, una donna turca. E l’amore vale più dei rimproveri e, per amore, vale la pena restare. Perché, forse, i due popoli non si possono perdonare, i Governi non si possono riconciliare, ma la riconciliazione tanto difficile ai livelli alti riesce ai livelli bassi, perché la gente comune, un uomo e una donna che amano, possono davvero fare la differenza, al di là delle barriere e degli errori.  Per riscoprire un passato comune, una terra comune, lo stesso amore, la stessa Istanbul, le stesse tradizioni, gli stessi cibi, le stesse fiabe. I turchi e gli armeni, i Kazanci e i Tchakhmakhchian hanno in comune più di quanto la storia si è impegnata a negare. In un libro coraggioso, in una sintesi mirabile del mondo turco e del mondo armeno, uguali nelle tradizioni, simili nelle storie, dell’ostinata testarda chiusura del primo, nei confronti del secondo, e delle ragioni del secondo, che il Governo di Ankara ha sempre ridotto al  silenzio, Elif Shafak sventola,  davanti agli occhi, la doppia medaglia del passato, quello che è necessario superare e, soprattutto, quello che condiziona per l’eternità, fino alla sconvolgente scena finale. Quello del passato che non è mai davvero  concluso, quello della vita fatta di coincidenze, anche se a volte ci vuole un “djinn” per capirlo e non bastano le nostre forze. Due mondi, due vite, due famiglie: “La bastarda di Istanbul” è sospeso in un eterno dualismo, già nella doppia valenza  del titolo. Perché forse la “bastarda di Istanbul” è Asya, diciannove anni, una ragazza  che si sente schiacciata dal fascino della madre, che ha tentato due volte il suicidio e risolve la sua vita nella musica di Kash e nella filosofia di Platone, nell’assoluto nichilismo e nell’amore fisico che prevale su qualsiasi altro, sola, un colorato mondo di zie-madri alle spalle e un vuoto al posto del padre, che ella non ha mai conosciuto, di cui non sa niente. O, forse, la “bastarda” è Armanoush, armeno-americana, il cui bisnonno è stato vittima del genocidio, a seguito del quale tutta la sua famiglia è stata obbligata alla fuga, se non quando alla reclusione, o al cambio di nome e identità, che, davanti alla voglia di crescere, davanti a tutti i discorsi della sua famiglia paterna, giunge a Istanbul, per riscoprire le sue origini armene, per non sentirsi più figlia illegittima di un mondo che li ha esclusi, emarginati, perseguitati.  Asya e Armanoush sono legate nel titolo, per sempre, condizionate dal segreto che lega le loro famiglie e, alla fine, nell’amicizia, l’altra grande forza del romanzo. L’altra forza che cambia le cose, che porta Asya a chiedere scusa agli armeni, amici di Armanoush, per gli errori dei turchi del passato. È un libro straordinario, di fortissima denuncia politica e personale, che  rivendica la forza devastante del passato, come la potenza infinita dell’amore, dell’amicizia, di una donna che  ha deciso di superare tutto, perché Zeliha non è una donna  tazza da  tè, che si rompe facilmente, una donna che ha deciso di tenere la figlia “bastarda”, la pecora nera della famiglia, lo spirito   ribelle dei Kazanci, la madre che sa che la bellezza, a volte, crea solo problemi e vorrebbe dirlo ad Asya, la donna che accetta di essere una “zia” per sua figlia, la donna che si distingue dalla schiera colorata delle sorelle, della madre, della nonna. Zeliha, ribelle, indisponente, irascibile, Zeliha, che si veste con le minigonne e i tacchi alti, che guida, che lavora, che ama. Zeliha, la cui forza viene svelata solo alla fine, il cui coraggio è riassunto in una sentenza, concisa, che fa scandalizzare la sorella Banu, religiosa, veggente, che tiene il “djinn”  Amaro sulla sua spalla sinistra e, sull’altra, la Signora Dolce, un “djinn”femmina, buona, perché, davanti alla morte del fratello Mustafa, come davanti alla vita, ha coraggio di dire che il lutto, come la verginità, bisogna darlo solo a chi se lo merita. Una frase che non avremmo capito all’inizio, lungo le strade che accompagnano Zeliha dal medico per l’aborto, mentre maledice la pioggia, le strade e l’amministrazione comunale. Perché il terribile segreto dei Kazanci, quello che è conosciuto solo da Zeliha, da Mustafa e da Banu, per mezzo del suo “djinn”, è svelato alla fine, senza farsi annunciare, se non brevemente intuire, come il cianuro  che si confonde nell’asciure (un dolce tipico turco), come la disperazione, la vergogna, la debolezza nella vita.  Perché, a volte, bisogna  fare qualcosa, non  bisogna rimanere inermi  davanti alla verità. C’è chi è capace di superarla, la verità, come Zeliha, e chi è destinato a soccombere, come Mustafa. E chi, come Asya, avanza verso la verità, tremante, con un cuore giovane che ha finalmente capito tutto. La devastazione dell’ultimo segreto. Dell’ultimo richiamo: “Baba… Baba…”. La consapevolezza che può farla crescere  definitivamente, che può farle capire, ora che la morte si è portata via il padre che non ha mai conosciuto. Un uomo, Mustafa,  debole, schiacciato dalla prepotenza paterna, un uomo capace delle azioni più turpi e riprovevoli,  in un’infinita catena di storie  delle generazioni passate che condizionano per sempre il presente, fino all’ingiustificabile,  e “Se Levent Kazanci non fosse diventato un uomo così amaro e prepotente, suo figlio Mustafa sarebbe stato una persona diversa? E se generazioni prima, nel 1915, Shushan non fosse rimasta orfana, Asya, oggi, sarebbe lo stesso una bastarda?” non lo possiamo sapere. Quello che sappiamo è che “La bastarda di Istanbul” è il libro delle grandi amicizie, dei grandi amori, delle grandi verità e delle grandi donne. Fatto di cannella, ceci, zucchero, nocciole tostate,  vaniglia, pistacchi, grano, pinoli, scorze d’arancia, mandorle, albicocche secche,  semi di melagrana, fichi secchi, acqua, uva passa, acqua di rose e riso.  E cianuro di potassio. Diciotto capitoli, diciotto elementi via via centrali nel racconto, il passato e il presente che si inseguono, che si ritrovano, che si riprendono, che si rifuggono, che si legano, che si ribaltano, che si soverchiano, che si svelano, che  abbracciano le epoche, come non ci fosse un secolo in mezzo, come  si potesse saltare di vent’anni, come si potesse tornare indietro di cento, in un continuo gioco di passato e presente, di realismo e di soprannaturale, tra la lucidità del “djinn” Amaro e la pazzia, che fa cambiare la pettinatura a zia Feride, come l’amore che fa desiderare la vendetta a zia Cevriye, come la malattia che si porta via il passato di Petite-ma, la nonna di Asya, e così  come la forza di G.L.S.M, la madre, resta  in piedi, come Ivan il terribile, e sostiene la sua famiglia, come la saggezza di zia Banu, convertitasi all’islam più mistico e alla pratica della veggenza, come alla forza di zia Zeliha, che si è tenuta tutto dentro per vent’anni, come lo smarrimento di Asya si può incontrare con la ricerca di identità di Armanoush e  renderle amiche, nelle gioie, come nei dolori, come la vita di Rose che, per gioco e  per vendetta, ha corteggiato un turco, solo per farla pagare alla famiglia armena del suo ex marito,  e ha finito per passare con lui buona parte della sua vita, come la vita tormentata di  Shushan, la nonna di Armanoush, armena, orfana, costretta dalle circostanze ad abbandonare un figlio. Tra gli spazi aperti  di Istanbul e l’originale Caffè Kundera, popolato di personaggi grotteschi, sospesi in un’infinita contemplazione delle immagini, come bastasse guardarle, per viaggiare in ogni dove, dove, solo, Asya si sente a casa, dove, forse, anche lei può trovare l’amore vero, “La bastarda di Istanbul” è un mondo che non tralascia niente, che non dimentica nulla. L’amore, l’amicizia, la violenza. E la forza di superarla. Una denuncia forte, che non smette di risuonare negli spazi infiniti di un libro-labirinto, che analizza tutto, che tutto mostra, che tutto dice e niente tace, che niente dimentica e nulla scorda, che può incidere nella storia reale del mondo. Come sempre, con la solita forza narrativa di prolifica  scrittrice e con il coraggio di guardarsi dentro, Elif Shafak ci apre gli occhi su un capitolo  chiuso e dimenticato dalla storiografia, ci apre gli occhi sul passato che non è mai concluso e ci porta dentro a un vortice di emozioni, perché due mondi si possono incontrare sulla carta, perché la denuncia scritta resta imperitura al tempo che passa e risuona negli orecchi delle generazioni future, perché non accada mai più, perché prevalga sempre la giustizia, perché, in questo altro romanzo straordinario, ancora, l’amore e l’amicizia sono resi  eterni e immortali, come solo un libro, mirabile specchio della vita,  può farli vivere.  E trionfare.

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Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

Secondo le statistiche annuali del sito… la Rivista #OneElpis è letta in gran parte mondo. Il Paese dove è più visualizzata è l’Italia con ben 13’124 visite. Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti con 1'080 viste… al terzo il Regno Unito con 177 visite... poi la Spagna con 145, l'Irlanda con 131, Perù con 94, Messico con 76, Brasile con 53, Turchia con 44, Germania con 42. A seguire : Australia, Russia, Svizzera, Costa Rica, Francia, Polonia, Argentina, Grecia, Belgio, Repubblica Dominicana, Paesi Bassi, Giappone, Cina, Romania, Portogallo, Togo, Canada, Guatemala, Repubblica di Macedonia, Austria, Cile, Albania, Repubblica Ceca, Egitto, Colombia, RAS di Hong Kong, Israele, India, Ungheria, Danimarca, Lituania, Bulgaria, San Marino, Norvegia, Algeria, Uruguay, Moldavia, Paraguay, Corea del Sud, Venezuela, Slovenia, Aruba, Serbia, Ecuador, Libano, Città del Vaticano, Singapore, Svezia, Kuwait, Malta, Filippine, Marocco… #VivaOneElpis #OneElpisGo

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