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José Saramago, autore insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1998

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18/09/2017 di Pietro Romano

Il #significato di un buon #libro è insito in quel che noi potremmo provare dopo averlo letto. Che sia gioia o malinconia, felicità o tristezza, poco importa. Perché un buon libro lascia un #segno.  Per avvicinarmi all’argomento, ho scelto di parlarvi di un libro che interroga la nostra #razionalità, disegnando un impassibile resoconto dello stato di massima #disgregazione che la società raggiungerebbe venuti meno ogni ordine #morale e #civile. Prima di passare a illustrarvelo, tuttavia, mi preme un’esigenza, quella di #riflettere insieme sul #senso che hanno il #vedere, il #sentire, il #toccare. I tre infiniti che vi ho posto in successione si riferiscono a tre dei sensi che generalmente utilizziamo per entrare in contatto con il mondo attorno a noi. Se ciò è vero, l’indifferenza dà forma a una realtà instabile e insicura dove tutto si dissolve nel prevalere di forze annientanti.
saramagoEssere attenti è l’intrepido atteggiamento d’indagine di chi vuole salvare alla vita questa componente a essa intrinseca, l’essere collegati all’altro e alle cose. E non per filosofeggiare, ma per ribadire che oggi non si può essere indifferenti rispetto a ciò che accade intorno a noi, al nostro futuro e a quello delle persone che amiamo o di cui a ben vedere non ci importa nulla. Perché viene meno anche la nostra capacità di influire in una data situazione, viene meno il senso della nostra partecipazione. Certo, mi si può obbiettare che nel mondo continuerà a proliferare il male anche senza che noi ci impegniamo per contrastarlo, che rispetto alle forze di potere che dovrebbero sentirsi sollecitate a un intervento mirato e decisivo invece che colte da criteri di azione che di morale hanno ben poco noi saremo comunque impotenti. Ma è in quel piccolo contributo la differenza, la non resa all’insignificanza, l’istinto naturale della vita a imporsi su quello brutale e paralizzante della sopravvivenza. Perché noi vogliamo vivere, e non sopravvivere. Che senso ha parlare di tutto questo oggi? Oggi che i nostri mari ci restituiscono vittime, che l’Europa divide e non unisce popoli, che l’Italia vieta diritti e risvolti positivi in campo lavorativo, scolastico, sociale, civile? E tutto questo in nome di cosa? Di leggi economiche? Di strategie di potere? Di convinzioni religiose che spesso morali  non sono? Nel valicare un limite si è più vicini a quell’idea di giustizia che tentiamo di rappresentare in tutti i modi senza mai essere d’accordo tra di noi. Eppure, quell’idea c’è, anche se si manifesta in molteplicità di modi a seconda di quanti la coltivino, denotando l’appartenenza a un medesimo campo speculativo. Questo può unirci anche oltre ogni frontiera  politica, ideologica o religiosa che sia, l’esistenza di categorie comuni a cui affidare le nostre idee. Impariamo a decidere, a scegliere consapevoli che ogni nostra decisione o scelta o astensione avrà comunque degli effetti su di noi e sugli altri ma che in ogni caso avremo dato valore alle nostre vite.

 Immaginiamo di perdere da un momento all’altro la vista per gli effetti di un’inspiegabile epidemia e di essere invasi da un biancore lattiginoso e senza intermittenze. In Cecità, il cui titolo originale è Ensaio sobre a Cegueira, tradotto in italiano come Saggio sulla cecità, romanzo dello scrittore portoghese José Saramago premio Nobel per la letteratura nel 1998, tale scenario assume consistenza.

 Afferrando un tempo e uno spazio illusori, lo scrittore dà avvio alla vicenda facendo comparire il morbo per una delle vie di una città senza nome e prendendo a narrarne in modo cronachistico le conseguenze catastrofiche dovute al suo improvviso diffondersi tra la popolazione.

Appostato al semaforo in attesa del verde, un automobilista si ritrova improvvisamente affetto da una cecità insolita, avvolta in un mare latteo. Paralizzato dal panico, implora aiuto in mezzo alla coda delle auto in sosta. Inutili e del tutto insensate appaiono agli altri conducenti le sue richieste d’aiuto, alcuni increduli di fronte alla situazione che l’uomo sta raccontando, altri sbraitanti  e del tutto assorbiti nella loro cerebrale routine quotidiana. Ma in mezzo all’ingorgo automobilistico si fa largo una voce che promette al cieco di esaudire la sua richiesta e scortarlo a casa. Sorprenderebbe tanta magnanimità se non fosse che il volontario accorso in aiuto del cieco è in realtà un ladro di automobili. Riaccompagnato alla sua abitazione, l’automobilista, dopo essersi ferito accidentalmente a un dito e aver annodato alla mano un fazzoletto, attende impaziente l’arrivo della moglie che perplessa ascolta la storia del marito. Insieme, dopo essersi resi conto del furto dell’auto, si recano presso l’ambulatorio di un oculista dove peraltro ignari di quanto sta per accadere si raccolgono altri pazienti : “un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico accompagnato da una donna che doveva essere sua madre, una giovane dagli occhiali scuri, altre due persone senza alcun segno visibile, ma nessun cieco, i ciechi non vanno dall’oculista”. Inquieto, il cieco s’agita sulla sedia, timoroso che quanto più lunga sarebbe stata l’attesa tanto più la sua cecità sarebbe divenuta profonda e incurabile. Finalmente, si spalanca una porta. La segretaria dell’ambulatorio, contro le proteste di alcuni pazienti in sala sottolineando l’urgenza del caso consente al cieco e alla moglie di accomodarsi nello studio del medico. Strabuzzando gli occhi, il medico non riscontra alcuna lesione. Non c’è alcun dubbio: si trova di fronte a un caso mai esaminato prima, occhi privi di lesioni che non vedono. Di lì a poco, tutti i soggetti entrati a contatto con il primo cieco perdono inspiegabilmente la vista, compreso il medico oculista che come per un’ironia della sorte diventa cieco proprio nella notte in cui studia attentamente lo strano caso di quel paziente accampando una serie di ipotesi assolutamente improbabili. La situazione, com’era da aspettarsi, precipita. Così, per frenare il contagio, il Governo comanda l’internamento dei ciechi e dei contagiati in un ex-manicomio, dopo aver scartato dal novero delle strutture preposte all’accoglienza una caserma e un ipermercato. L’idea felice ereditata dai tempi del colera e della peste bubbonica tuttavia non riesce comunque a impedire il diffondersi della malattia. In poco tempo, l’intera popolazione ne viene contagiata. Intanto all’interno dell’ex-manicomio ora presidiato da gruppi militari,  vengono raccolti i ciechi e i soggetti contagiati, ripartiti in due ali distinte e comunicanti tra loro solo mediante il corpo centrale dell’edificio. Fra di essi, vi sono anche il medico cieco e la moglie, la quale tuttavia non avendo perso le capacità visive e non volendo abbandonare il marito si consegna spontaneamente ai militari fingendosi cieca. Da un altoparlante fissato sopra la porta da cui erano entrati, vengono ripetute alcune prescrizioni a cui gli internati devono attendere durante la permanenza. Inizialmente, viene regolarmente garantita la distribuzione dei ranci di cibo. Nella camerata si rivela così essenziale la presenza della moglie del medico, l’unica che inspiegabilmente vede e attraverso cui il lettore assiste all’imbarbarimento delle condizioni del posto e dei suoi abitanti. Ella coordina tutte le operazioni di approvvigionamento, soccorre, medica, ma mai nessuno dovrà sapere di lei meno che il marito o finirebbe coll’essere asservita alle disposizioni di tutti gli altri ciechi che vedrebbero in lui l’unica garante di sopravvivenza. Nella medesima camerata, sono stati casualmente riuniti anche alcuni tra i pazienti del medico, compresi il primo cieco e la moglie, e il ladro di automobili, inizialmente presentatosi sotto le false spoglie di un benefattore. Di qui a poco, lo scenario si fa sempre più agghiacciante e doloroso sotto la minaccia inafferrabile di un susseguirsi imprevedibile di eventi che imprime alla vicenda inevitabili sviluppi negativi. Le autorità si mostrano restie a ogni intervento sul posto, pronte  a eliminare chiunque cerchi di evadere dal manicomio e avvicinarsi a loro. Così trascinandosi verso l’esterno, viene eliminato senza alcuna pietà quel ladro di automobili in preda a uno stato di febbricitante agonia dovuta al putrefarsi di una ferita provocatagli dal tacco della ragazza dagli occhiali scuri alla gamba per averla palpata. Col crescere del numero degli internati, crescono anche le tensioni all’interno del manicomio e le difficoltà legate alla convivenza e all’igiene del posto. Nei giorni seguenti, sopraggiungono nuovi ciechi che riunitisi attorno a un capo, detto il capo dei ciechi malvagi, s’impossessano delle razioni di cibo provenienti dall’esterno, di modo da ricattare gli altri ciechi detenuti nel posto. Alle donne viene comandato di concedersi spontaneamente. Gli stupri collettivi si ripetono senza sosta, fin quando la moglie del medico stanca di subire, ricordatasi delle forbici messe in valigia, uccide il leader dei malvagi. Il controllo dei malvagi è subito preso da uno dei ciechi del posto, affetto da una cecità regolare, di quelle che tutto avvolge in una nube nera anziché bianca. Ma un’altra donna dà fuoco alle coperte della loro camerata, incendiando così tutto l’edificio. Il gruppo dei ciechi alla guida del medico e di sua moglie riesce a salvarsi dall’incendio che intanto sta facendo a pezzi l’edificio. Non c’è più nessuno a sorvegliare l’ex-manicomio. Una volta giunti in città, materialmente e spiritualmente distrutta dal dilagare dell’epidemia, la moglie del medico si dà da fare per procurare del cibo a lei stessa e al gruppo, districandosi tra borgate di cadaveri e ciechi rantolanti, sopraffatti dalla brutale condizione in cui si ritrovano. Il finale che non  preannuncio vi  lascerà esterrefatti, vedrete.

 

© Pietro Romano

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