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Nella macchia mediterranea 

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11/09/2017 di Collaboration For #OneElpis

A cura di Maria Romano
 
|   Passeggiare per la macchia mediterranea significa acquistare l’equilibrio interiore, non solo per i colori e le forme che la abitano, ma anche per le fragranze, che si dileguano nell’aria, grazie al riscaldamento solare, che le condensa sulle erbe durante la notte per poi sprigionarle aromaticamente durante il giorno.

Questo paesaggio mi richiama l’infanzia, quando con i miei genitori trascorrevo intere mattinate settembrine, intenta a raccogliere fiori selvatici tra le pietre sparse qua e là, soprattutto lungo i muretti a secco, che separavano i campi, mentre mio padre con dei guantoni gommati per difendersi dalle spine, raccoglieva i fichi d’India assiepati lungo la strada o ripuliva permalosamente il terreno sottostante gli alberi di ulivo, su cui nell’imminente autunno avrebbe raccolto le olive. Mia madre, invece, con un coltellino appuntito tagliava alle radici le erbe commestibili, le deponeva nel suo grembiule per poi farcele gustare alla sera, bollite e condite con olio d’oliva o il giorno successivo, soffritte e mischiate al purè delle fave.
Mentre mi tonifico con gli aromi dell’aria e passeggio tranquillamente lungo la macchia, osservo sui muretti a secco i rovi rampicanti, le rose selvatiche, la borracina, i cisti bianchi e rossi, che rendono suggestivo e fantastico il mio percorso.
Sono tentata a raccogliere i frutti del cocomero asinino, che ricopre il margine della strada pietrosa, ma mi trattiene la paura che mi sprigioni sul viso i semi e il liquido irritante che i frutti contengono; mentre non resisto dall’accarezzare le piante dei papaveri, i piumini, gli asparagi pungenti, i sonaglini, il timo, la caniza rupestre, che un po’ dappertutto abbondano nella macchia.
Mi fermo presso una masseria abbandonata, circondata da alberi di mandorli inselvatichiti e da arbusti di mirto, adornati da bacche mature di colore nero-blu. Ne raccolgo in abbondanza per preparare un liquore gustoso, utilizzando una ricetta di un’amica sarda, che, con orgoglio, esalta la rinomanza di tale liquore nella sua terra.
Gli aromi e le essenze mi inebriano a tal punto che mi piace chiudere gli occhi per gustare a cielo aperto l’armonia delle essenze, senza capire da quale erba particolare possano essere sprigionate, mentre sento l’equilibrio tra corpo e mente e tanta pace interiore.
I miei sensi, tutti e cinque, sono appagati: i profumi delle piante aromatiche, i colori dei fiori e delle erbe, i sapori dei frutti selvatici, la sensazione tattile di sfiorare le piante e di sentire il fruscio delle lucertole tra gli arbusti e, ancora il gorgheggio delle gazze che irrompono nel cielo, il cinguettio solitario di qualche pettirosso spaurito tra i rami dei fichi e degli ulivi, gli stormi di passo.
E ancora un richiamo all’infanzia nelle vicinanze delle specchie: cumuli di pietra a forma conica, su cui si abbarbicano i rovi. Da bambina ne raccoglievo i frutti: le dolci more che infilavo in uno stelo secco di erba e lo appendevo al collo come collana, dopo averne mangiato in abbondanza e conservate in parte nel cesto per la preparazione di marmellate e liquori.
Mi sovviene a tal punto una paura infantile, quando i più grandi mi dicevano che in vicinanza dei rovi non dovevo mai dire la frase “il monaco con la monaca”, diversamente sarebbe apparso un grosso serpente a spaventarmi, probabilmente si trattava del celeberrimo colubro leopardiano di colore rosso mattone, il più bel serpente d’Europa , di cui il Salento rappresenta il confine occidentale di una più grande diffusione nei Balcani.
Nella parte più umida, esposta a nord, i muschi verdi tappezzano le pietre delle specchie e più in là, lungo la radura, le scille marine creano giardini rupestri di inconfondibile bellezza. Da piccola, ne raccoglievo in abbondanza nel mese di dicembre per la preparazione del presepe, insieme a pietre, ceppi e rami. Combinati con fantasia, questi elementi naturali producevano meravigliosi effetti creativi.
E dalla mia infanzia un po’ più indietro nel tempo, alla vista dei trulli “caseddhi”, tipiche case contadine del Salento, di forma conica, costruite con pietre incastrate l’una con l’altra senza calce e cemento, con all’esterno una scaletta di pietra che porta alla volta. Lunghi tralci di cappero si ramificano lungo i gradini, invasi dai rami flessuosi dell’arbusto.
Penso alla civiltà contadina, alla cultura e saggezza dei nostri antenati che, pur non avendo conoscenze scientifiche e tecniche, riuscivano ad adattarsi all’ambiente e a conviverci con rispetto e dignità. Sottolineo con dignità e rispetto, se penso che sul ciglio della strada vicina e sul campo antistante, vedo abbandonati ogni sorta di rifiuti: dalle lamiere di vecchie cucine e frigoriferi ai pellami di scarpe vecchie, plastiche e legni marci di oggetti dirottati dalla società dei consumi, che soffoca l’ambiente sempre di più.

Quanti anni, quanti secoli ci vorranno per smaltire quei rifiuti? Perché di fronte alla bellezza del paesaggio, non corrisponde il rispetto dell’uomo, che disadorna ciò che è bello, contamina ciò che è sano e rispecchia al mondo esterno la parte più istintiva e animale del proprio essere?
Ho analizzato questo quesito in tutta la mia vita, l’ho reso oggetto di studio nel mio percorso scolastico per sensibilizzare i bambini alle tematiche ambientali, sperando che imparino a rispettare e a far rispettare la Terra che li ospita.
Passo tratto dal libro  “IL CAPANNO SOPRA L’ALBERO” 


di  Maria Romano


RIPRODUZIONE RISERVATA

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