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L’Incanto della Storia che Salva la Vita: “Le Mille E Una Notte

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06/09/2017 di Arianna Frappini

 

Ogni cultura, ogni Paese ha certamente un libro emblematico capace di  stravolgere gli equilibri degli scritti anteriori, fino a raggiungere il più alto grado di immortalità, divenendo non solo un indiscusso capolavoro  per le genti presenti, ma soprattutto un punto di riferimento per tutte le opere letterarie che lo seguiranno, e   Costituendosi come la pietra angolare di un edificio immenso, su cui i racconti futuri saranno obbligati a poggiare, per la sua suggestione, per la sua trama, per il suo stile. A volte, nella storia immensa della letteratura mondiale, appare un libro così eccezionale da costituire ciò che, comunemente, si chiama un “classico”.  I classici di ogni luogo e di ogni epoca sono definiti tali per la loro indiscussa bellezza e tanto straordinaria fattura, da divenire insuperati, il culmine più alto della letteratura, a cui tutte le penne che vengono dopo, nel tentativo supremo di imitare una tale meraviglia, anelano e aspirano e ci fanno, inevitabilmente riferimento, a volte esplicito, altre volte più sottile, nello stile e nelle suggestioni che divengono immortali. Imperiture al tempo che passa, all’aria che arrugginisce il ferro. Ai secoli che scorrono, alla storia che cambia. E il mondo arabo non poteva non avere un classico all’altezza della sua poesia e della sua meravigliosa e (tutt’ora insuperabile) tradizione del racconto (più o meno breve), in cui si condensano tutti gli insegnamenti possibili, capace di dire molto in poche righe, che parte proprio da qui, dalle storie per eccellenza, dalla madre di tutte le favole, “Le mille e una notte”.

Prima che  esplicarsi in libri lunghi, la letteratura araba si poggia per secoli e si costituisce, tradizionalmente, come carattere peculiare del proprio fascino, sulla tradizione dei racconti, a volte collegati tra loro, a volte che fanno Stato a sé, a volte molto brevi, a volte molto lunghi, a volte esplicativi di un messaggio, altre volte  veicoli di conoscenza dai tempi lontani e di saggezza popolare, quegli stessi racconti che continuano a costituirsi pietre miliari e irrinunciabili nelle opere brevi, come nei romanzi  più vasti, dal Marocco, alla Turchia, fino ad abbracciare, sotto un unico segno, gli autori più unici, le penne più diverse. Per capire l’infinito fascino esercitato dalle storie di Tahar Ben Jelloun, come dai romanzi instancabili di Elif Shafak, passando per l’acutezza lirica di Kader Abdolah, fermandosi a “Colazione al Cairo” di Mohamed Salmawy, e più in generale, di tutta la cultura araba, dell’attrazione magnetica che nasce dalla loro prosa e dalla loro poesia, capace di incantare un troppo svilito Occidente, bisogna aver letto “Le mille e una notte”. Un libro su cui è stato detto molto, scritto molto. Un libro a cui gli scrittori arabi continuano a far riferimento, considerandolo un modello di inusitata e inimitabile bellezza. Lo stesso libro, che ha impegnato i traduttori occidentali, dai suoi albori, dalla sua prima comparsa sul panorama mondiale, tentando di avvicinarsi, sempre più, un’edizione dopo l’altra, all’ossatura originale. Tentando di far giungere all’Occidente il più reale e autentico spirito dell’opera, il primo elemento di un tradizionale esotismo e di un ancora possibile orientalismo, coltivando, come i romantici, una fuga nel tempo e nello spazio. Un libro capace di sviare dalla vita quotidiana, immergendoci in un mondo incantato, per gli appassionati e per gli increduli, dà una visione così totale, sfiorando la perfezione stilistica, descrittiva e narrativa, che non ci si crederebbe, finché non si è letto davvero. Un libro che sperimenta, per la prima volta, molto prima che in Occidente, la tecnica riuscitissima del “racconto nel racconto”, dei narratori di primo, di secondo e, a volte, anche di terzo livello, costituendo, in ambito mondiale e non solo parziale, l’esempio più autorevole che sia mai stato scritto. Una catena di storie, legate l’una all’altra, spesso, soltanto dallo stile arcaico o dalla stessa voce narrante. Un libro che abbraccia epoche storiche diverse, tempi indefiniti e mitici, che si reggono sui riferimenti politici alle istituzioni o alla potenza navale di Genova e Venezia. Un libro che, prima di raccontare le sue indimenticabili storie, custodisce una sua meravigliosa storia, dal fascino del racconto orale, fino alle edizioni che, mano a mano, si sono costituite, tra il X e il XIV secolo, fino alle traduzioni in Occidente, fino all’incanto e allo stupore più totale, che ha fatto sorgere alla corte di Francia. Un libro che spazia, per la prima volta, in tutti i luoghi dell’incantato Oriente, dall’Egitto, alla Persia, dalle Indie, alla Mesopotamia, da Baghdad a Samarcanda, fino ai luoghi più lontani e sconfinati della terra, in avventure fantastiche, che rendono perfettamente credibile che siano riusciti nello scopo, per cui sono nati. Oggi, voglio raccontarle così come io le ho lette, soffiando via tutte le rappresentazioni fantasiose e le suggestioni che l’Occidente ha a suo modo elaborato, per offrirvi una rappresentazione dal di dentro, quanto meno una versione che si avvicini all’originale, come uno dei tanti libri della letteratura araba che ho letto fin qui. (La versione a cui si fa riferimento è la traduzione francese del 1745).

E una cosa salta subito all’occhio, quando si aprono “Le mille e una notte”, che non si tratta di un libro qualunque, ma della madre di tutti i libri, del ritratto meglio riuscito e più rappresentativo non solo di un Paese e di un’epoca storica, ma di un intero mondo, dai suoi inizi nel VII secolo, fino al XXI, di un libro che rivela, immediatamente, dalle prime righe, la sua forza narrativa e la sua suggestione esotico-poetica. Così, in un’aria di mistero, che suscita ancora più incanto, per l’identità sconosciuta sia del narratore, sia dei diversi autori che hanno composto le storie, il classico della letteratura araba si apre,  in un tempo non ben precisato, con la presentazione di un  re, che, secondo le cronache dei Sassanidi, antichi re di Persia, che avevano esteso il loro dominio oltre il Gange, era il miglior principe del suo tempo, adorato dai sudditi, temuto dai nemici, che aveva governato con immensa  saggezza e prudenza e che aveva avuto due figli, degni eredi del suo valore, Shahriar e Shahzenan. Alla sua morte, era salito al trono il suo primogenito, Shahriar che, per l’umiltà e l’obbedienza dimostrategli dal fratello e perché “l’amicizia li legava più del sangue”, aveva donato a Shahzenan parte del suo Impero, la Grande Tartaria, con capitale Samarcanda. Dieci anni dopo, Shahriar, che ha desiderio di rivedere il fratello, manda il suo primo visir nella capitale della Tartaria e Shahzenan, animato dalla stessa amicizia, dispone tutto per la partenza. Nella notte che precede la sua dipartita, Shahzenan, che sente già la nostalgia della sua amata moglie, decide di tornare da solo a casa, per fare una sorpresa alla sua sposa, per poterla ancora abbracciare prima di recarsi nelle Indie, ma  una terribile sorpresa lo aspetta, proprio  nella stanza della sua regina, che giace con un altro… Rimane sconvolto e agisce di primo impulso, uccidendo i due amanti e avviandosi per la sua strada, senza rivelare niente a nessuno. Nonostante Shariar provi in tutti i modi a risollevargli lo spirito, il fratello preferisce ritirarsi nei suoi appartamenti a crogiolarsi nei suoi pensieri tristi e non capacitandosi, ancora, del tradimento ignobile della moglie che aveva sempre creduto fedele, virtuosa e innamorata. Un giorno, mentre il sultano è a caccia, Shahzenan si trova a guardare fuori dalla finestra del suo alloggio. Dalla porta segreta, appaiono delle figure, solo apparentemente tutte femminili: in verità, sono la sultana e le sue ancelle, che passano il loro tempo a divertirsi con dei servi neri, i loro amanti. Dopo questa sconcertante rivelazione, il re di Tartaria torna ad essere di buon umore, vedendo che la sua disgrazia, che aveva creduto unica al mondo, è in realtà condivisa da molti, neppure il grande sultano delle Indie è esente dal tradimento della moglie, neppure l’uomo più potente del mondo può impedire che la sua sposa si faccia un amante, se è questo che ella desidera.  Allora, smette di tormentarsi e decide di godersi la vita. Ma il sultano nota ben presto il suo cambiamento e, con molte insistenze, riesce a farsi raccontare tutta la storia. Shariar, incredulo, dopo aver verificato con i suoi occhi il tradimento della moglie, decide, insieme a suo fratello, di andarsene, di andare lontano, dove nessuno possa essere a conoscenza della loro disgrazia. Shahzenan non è molto d’accordo, ma si rimette alla volontà del fratello, facendosi promettere che ritorneranno ai loro Stati, se dovessero trovare un uomo più sventurato di loro. È un genio, che abita nel mare e si reca sulla spiaggia, a riposare, con una cassa di vetro, dove tiene la sua donna, che, nonostante la sua stretta sorveglianza, è riuscita ad avere cento amanti e, nella sua scatola, conserva gli anelli di tutti i cavalieri che hanno goduto dei suoi favori. Così, Shariar e Shahzenan tornano ognuno nel proprio Stato, a proseguire la loro vita. Ma il sultano delle Indie, adirato e furibondo, non si accontenta di far uccidere la moglie e le sue ancelle, ma decide di inaugurare un tremendo rituale, per assicurarsi la fedeltà delle sue mogli: ogni notte, sposa una donna diversa e, dopo aver giaciuto con lei, nella prima notte di nozze, la fa uccidere dal suo fedele visir. Così, muoiono moltissime fanciulle, ovunque, nella città, ci sono padri che piangono la sorte delle loro figlie e madri disperate, che sperano che non tocchi a loro soffrire per una tale disgrazia! Tutta la città inorridisce per il tremendo eccidio inaugurato dalla furia del sultano e, dopo che lo aveva sempre ammirato, lo disprezza e lo odia. In questo clima tesissimo, appare una  giovane fanciulla, la figlia maggiore del gran visir, Sherazad (il significato del cui nome rende subito giustizia alla grande donna  che è, suonando altisonante come “figlia della Luna”), di straordinaria bellezza, di prontissima intelligenza, piena di ingegno e di doti intellettive,  con una memoria prodigiosa, alla quale non sfugge nulla di ciò che ha letto, che si è applicata con gran successo  alla filosofia, alla medicina, alla storia e alle arti, che si propone un audace e coraggioso compito. Sherazad decide spontaneamente di sposare il sultano, non temendo affatto la triste sorte che l’aspetta e non convinta dai rimorsi e dal terrore del padre, che inorridisce, al solo pensiero di dover affondare il pugnale tra i seni della figlia. Ma la ragazza ha un nobile proposito in mente: o morirà con onore o libererà tutte le donne dall’ordine crudele di Shahriar: sa quello che deve fare e, nella prima notte di nozze, piangendo, supplica il sultano di permettere a sua sorella Dinarzad (con la quale si è preventivamente accordata) di dormire nella loro stanza. Un’ora prima dell’alba, Dinarzad si rivolge a Sherazad con la formula che diverrà proverbiale: “Cara sorella, se non dormite, vi supplico, mentre     aspettiamo l’alba che spunterà fra poco, di raccontarmi uno di quei bei racconti che voi conoscete”.    Sherazad, invece di rispondere alla sorella, chiede al sultano di poter accordare a Dinarzad questo favore, per l’affetto e l’amicizia che la lega alla sua sorella minore, e il sultano è ben lieto di concederglielo. E, così, notte dopo notte, con la complicità della sorella e al cospetto di un sempre più incantato Shariar, Sherazad inventa sempre un nuovo racconto, sempre un’affascinante storia, interrompendola, non appena vede spuntare il Sole, sul più bello, lasciando il sultano col fiato sospeso e obbligandolo, giorno dopo giorno, a rimandare la sua esecuzione. Per “mille e una notte”, la fanciulla attinge alla sua immensa memoria e alla sua fantasia, narrando i più bei racconti che siano mai stati scritti, riuscendo nell’impresa, soltanto con la forza dell’intelligenza, con il fascino dell’erba curativa per eccellenza, la parola, capace di sanare le più atroci ferite, di ricucire tutti gli animi dilaniati dal rancore e dall’odio, capace, addirittura, di salvare la vita. L’espediente narrativo su cui si reggono “Le mille e una notte” è il più straordinario ed emblematico che  l’autore sconosciuto potesse mettere in scena.

Perché niente vale più della letteratura, nulla è più efficace di una storia, raccontata con perizia di particolari, con abilità narrativa, con un’instancabile enfasi e una suspense, che, talvolta, raggiunge livelli altissimi, capaci di far rimanere senza parole, senza fiato, in febbricitante attesa, risvegliando i migliori sentimenti del sultano, insieme all’insaziabile curiosità tipica del genere umano. Dei racconti meravigliosi, dalla prima notte all’ultima, che non cadono mai nella banalità, né nella noia, che sanno sempre inventare qualcosa di nuovo, che sanno descrivere sempre una nuova avventura, in un’inesauribile forza della parola, dell’intelligenza, dell’astuzia. Perché saper usare le parole, per incantare, può davvero salvare la vita, può davvero fare la differenza, essere unico mezzo di lotta, per opporsi alla crudeltà. Perché ciò che ottieni con un racconto non lo potrai mai ottenere con la spada.  E Sherazad traccia, notte dopo notte, la strada che tutt’ora gli scrittori arabi percorrono: quella delle storie, così suggestive e fantastiche che, insieme ad essere un’inevitabile prosa sorprendente, divengono una straordinaria poesia. Segnano per sempre il fascino di una cultura diversa, con le immagini palpabili, con le descrizioni sfarzose, con la creazione di personaggi esemplari, con prove di coraggio incredibili, con la rappresentazione dei migliori e dei peggiori sentimenti, tra l’amore e l’odio, tra l’amicizia e l’invidia, tra l’impavidità e l’astuzia, tra la fedeltà e il tradimento, tra la superbia e l’umiltà, tra l’intelligenza e la fortuna,  e, al di sopra di tutto, la forza della parola.  Il fascino della storia che salva la vita, la storia, che davvero, incanta ogni lettore di ogni luogo e di ogni epoca. Una storia, delle storie brevi, molto lunghe, conosciute o sconosciute all’immaginario occidentale, ma tutte egualmente degne di essere lette. E, alla fine, mentre Shariar libera tutte le fanciulle dalla sua terribile vendetta e fa sua sposa Sherazad per sempre, i lettori restano davanti alla consapevolezza del brivido dell’altezza e della vertigine di volare, del fascino infinito e dell’incanto reale e palpabile della madre delle storie. Perché, data la meraviglia suggestiva dei racconti narrati, è assolutamente verosimile che una donna abbia potuto narrarli e si sia salvata la vita per mezzo di essi, dissipando l’odio di un sovrano, assetato di vendetta, riempiendo il suo animo infreddolito di calore. Il calore dell’amore, il calore dello stupore, il calore della storia che incuriosisce e ammaestra, che può insegnare qualcosa anche all’uomo più potente della terra. E, dentro, tante vite, già sentite o meno, che, personalmente, mi hanno stupita una dopo l’altra, dalla breve storia iniziale, quella del mercante e del genio, divisa, per chiarezza, in tre notti, alla piccola Odissea dei meravigliosi sette viaggi di  Sindbad il marinaio, raccontati a Hindbad, il facchino, che si era lamentato della sua triste sorte, davanti all’imponente palazzo del protagonista, dalla storia d’amore  di  Nurredin e della bella persiana, ai tre personaggi che si presentano al palazzo del califfo di Baghdad,  Harun-al-Rashid, ansioso di conoscere le loro vite, passando e arrivando  alle due favole arabe forse più note  in Occidente, quella di Aladino e della lampada meravigliosa  e quella di Alì Babà e dei quaranta ladroni,  che sono molto più lunghe e articolate delle misere versioni che siamo abituati ad ascoltare, per concludere con quelle che, a buon diritto, possono essere definite come le più eccezionali di tutto il libro, poco conosciute, ma straordinarie a tal punto da consacrare, con la degna conclusione, il classico dei classici, “Storia del cavallo incantato” e “Storia del principe Ahmed e della fata Pari-Banù”. Quando si iniziano a leggere “Le mille e una notte”, bisogna dimenticare le piccole versioni che si conoscono delle sue storie straordinarie, abbandonando, per sempre, non solo l’idea di fiaba, come estratto breve, ma anche come sequenza esclusivamente narrativa, osservata tutta da un unico punto di vista. Le favole della più famosa silloge  che sia mai stata scritta sono molto complesse, insieme narrative e descrittive, che tingono, con la stessa maestria, luoghi, tempi, città, situazioni e personaggi, che prendono come punto di riferimento la più alta complessità possibile, negli eventi, come nell’assunzione dei punti di vista dei personaggi, che siano protagonisti o  antagonisti o, alle volte, soltanto personaggi secondari, in una pagina  piena, che fa attenzione ai dettagli, per allungare più possibile il racconto, senza risultare ridondante e fastidiosa. E, tanto per darvi una vaga idea di questo, vi dirò che la tradizionale storia di Aladino e della lampada meravigliosa è praticamente la storia più lunga dell’intera raccolta, che occupa all’incirca una novantina di pagine, che danno il tempo di affezionarsi ai personaggi, un po’ come se non fosse più una storia, ma divenisse un piccolo romanzo, un piccolo “libro nel libro”. Così, quando si arriva a leggere l’ultima riga della lunga vicenda di Aladino, ci si rende conto di non conoscere affatto né il protagonista, né la sua vita reale, ci si rende conto che quella che raccontiamo è non solo molto più breve, ma anche molto meno bella dell’originale.  Ognuno potrà trovare la sua storia ideale, ognuno potrà identificarsi con un personaggio piuttosto che un altro, ognuno potrà incantarsi, con la propria sensibilità, ognuno potrà commuoversi e, a volte, anche sorridere, davanti alle situazioni più varie, ognuno potrà eleggere la storia più bella, anche se spesso, è tale la loro meraviglia, che è difficile sceglierne una, una soltanto. Io mi permetto di raccontarvi in breve la storia che mi ha affascinata di più, la meravigliosa, ricchissima in descrizioni e insegnamenti, “Storia del cavallo incantato”.

È Novruz (il primo giorno dell’anno, che coincide con l’equinozio di Primavera) nel Regno di Persia. E, in tutte le città, ma mai come alla corte del sultano nella capitale Shiraz, le celebrazioni per il primo giorno di Primavera sono sorprendenti, ricche di tutti i divertimenti che si possono immaginare e delle cose più straordinarie che la gente comune possa aver mai visto.  I festeggiamenti della giornata allietano il popolo e tutta la corte, mentre, uno dopo l’altro, gli invitati si presentano al sultano, offrendo una propria forma di svago e divertimento, che susciti stupore e meraviglia, e ricevono, in cambio dal sovrano, qualcosa di egualmente prezioso a ciò che ostentano davanti a tutti, così giustamente e riccamente, che nessuno mai può dichiararsi insoddisfatto o ingrato.  Quell’anno, a Shiraz, si presenta al cospetto del sultano, l’ultimo straniero  che ha da mostrare qualcosa di così eccezionale e sorprendente, che il re di Persia, neppure girasse tutto il mondo, potrebbe trovare: un cavallo di straordinaria fattura, bardato ed elegantemente sellato, che, a prima vista, lo si scambierebbe per un cavallo vero, che, oltre a possedere  un nobile aspetto esteriore, ha una qualità che lo rende unico, cioè, può volare e può trasportare chiunque salga sulla sua groppa, in qualsiasi luogo desideri, in brevissimo tempo. Il sultano, allora, per essere sicuro della verità delle parole dell’indiano, gli chiede una dimostrazione pratica e, nello specifico, di raggiungere la montagna a tre leghe da Shiraz, una distanza sufficiente per misurare la rapidità dell’andata e del ritorno, e gli chiede di portargli un ramo della palma che nasce ai piedi del monte come prova tangibile del suo viaggio. Dopo che l’indiano ha eseguito l’ordine di sua maestà, il sultano della Persia comincia a desiderare ardentemente di entrare in possesso di questo tesoro, il pezzo senz’altro più prezioso e più unico della sua collezione, ed è disposto a qualsiasi cosa, purché nessun altro sovrano della terra lo comperi. Ma l’indiano sembra non accontentarsi dei ricchi doni che il sultano è disposto a offrirgli, neppure tutte le ricchezze della Persia gli bastano, perché, dice, di non aver comperato il cavallo, ma di averlo ottenuto dal suo costruttore, in cambio della mano della sua unica figlia, e che è disposto a cederlo a eguale prezzo, volendo, in cambio, la mano della principessa. La corte si prende gioco di lui, mentre il primogenito del re, il principe Firuz Shah,a  queste parole, viene colto da una furente indignazione e, davanti all’esitazione del padre, che pensa addirittura di passar sopra al suo onore e a quello della principessa, per  ottenere il cavallo incantato, prende immediatamente la parola, facendo la più  ragionevole  delle rimostranze: che cosa aspetta a rifiutare una simile indecente e insolente proposta, come osa pensare, un solo istante, di concedere la principessa sua figlia, regale ed elegante come poche, a un pezzente, senza arte né parte, come può pensare di mancare di rispetto così ai suoi figli e ai suoi nobili natali? Tuttavia, il sultano non sembra distolto del tutto dal suo proposito e invita il figlio a provare a sua volta il cavallo, per farlo convincere che vale la pena sacrificare l’onore, per ottenerlo. Firuz  Shah, senza aspettare ulteriori suggerimenti dell’indiano, sale in sella e prende, velocissimo, la via del cielo, con il cavallo incantato. In un primo momento, l’indiano rimane in così grande stupore da non essere capace di proferir parola. E, quando riesce a parlare, esprime la sua preoccupazione al sultano, cioè che non ha fatto in tempo a svelare al principe di Persia il modo di tornare indietro, e lo supplica di esimerlo da ogni colpa e da ogni pena, se dovesse capitare una disgrazia. Il sultano, disperato e preoccupatissimo per la sorte del figlio, fa imprigionare l’indiano, dicendogli che, se entro tre mesi Firuz  Shah non torna a casa, risponderà con la sua stessa vita. Il principe, in volo, sempre più in alto, si rende conto del grave errore che ha commesso con la sua fretta precipitosa e comincia a girare il cavicchio della partenza, in senso inverso, ottenendo come unico risultato quello di salire sempre più su, tanto che pensa di andare a sbattere sulla volta celeste. Poi, però, si accorge di un altro cavicchio, più piccolo, girando il quale si torna verso la terra. Ma, essendo completamente buio, a Firuz  Shah, non resta far altro che tenere la briglia ferma e sperare di atterrare in un luogo sicuro. E, infatti, arriva sul tetto a terrazza di un imponente palazzo e, spinto dall’audacia dell’urgenza, scende lungo la scala, riesce a eludere la sorveglianza vigile di eunuchi e ancelle e ad arrivare al capezzale della principessa che ivi abita, rimanendo immediatamente incantato e rapito dalle sue grazie. Poiché tornare indietro significherebbe condannarsi a morte, Firuz  afferra delicatamente la manica della camicia della principessa, per ridestarla. Ella, lungi dal provare paura, volge il suo sguardo al più bel principe che abbia mai visto e si compiace a vedere che, a sua volta, non gli è affatto indifferente e gli accorda volentieri l’ospitalità, facendogli preparare subito la cena e una camera dalle sue ancelle. Quella sera stessa, la principessa, primogenita del re del Bengala, chiede l’opinione delle sue ancelle a proposito del principe di Persia e queste assicurano che, neppure in tutto il Regno di suo padre, ci sarebbe un giovane più degno di divenire suo marito. Il giorno dopo, la principessa va personalmente dal principe Firuz  Shah, che la onora con il racconto della straordinaria avventura che lo ha portato sulla sua terrazza. E, poi, sentendo che la principessa si compiace della sua salvezza, le offre il suo cuore, dicendo che ella, con le sue attrattive, è unica sua padrona, alla quale non può far altro che sottomettersi. La principessa del Bengala, molto saggiamente, assicura al principe di Persia che non è meno libero presso di lei, che al Regno di suo padre, e, per mantenere il riserbo, gli dice che non vorrebbe mai essere padrona del cuore del principe, che, sicuramente, è promesso a un’altra fanciulla degna di lui. Durante il pranzo, scambiandosi reciproche gentilezze e attenzioni, l’amore tra il principe di Persia e la principessa del Bengala cresce molto più che in un colloquio prestabilito per quello scopo. E la principessa, approfittando delle lodi del principe al suo palazzo, gli dice che, al confronto del palazzo del re suo padre, l’edificio che ha visto è niente, e lo invita a corte, sperando che il padre, vedendo un così nobile giovane, pensi, ancora prima di lei, di imparentare le due famiglie, con le loro nozze. Ma Firuz  Shah dice che non vuole presentarsi come un avventuriero e avrebbe bisogno di un seguito degno di lui, seguito che la principessa non esita a mettergli a disposizione. Il principe, che ha perfettamente capito le intenzioni della principessa, dice che si sente onorato, ma che non può mancare al suo dovere di figlio, che deve tornare   in Persia, il più presto possibile, per non far preoccupare troppo suo padre; tuttavia, la principessa non deve dubitare che tornerà con un seguito degno di entrambi a chiederle la mano. Ella, preoccupata che il principe si possa dimenticare di lei, non appena se ne allontani, lo convince a rimanere presso di lei, almeno per un tempo abbastanza lungo, per farlo innamorare sufficientemente di sé da assicurarsi l’adempimento della promessa. Firuz  , che non può rifiutare la proposta della principessa, senza risultare scortese, rimane presso di lei, per due mesi, concedendosi ogni sorta di divertimento e di svago, di feste, di merende magnifiche, di splendide passeggiate e di rilassate cacce. Tuttavia, un giorno, comunica alla sua amata il suo desiderio di tornare in Persia e, per dimostrarle che non è uno di quegli amanti che si dimentica del suo amore, non appena è lontano dall’oggetto della sua passione, le propone di andare con lui a Shiraz, per presentarla al sultano come sua futura sposa e mandare, in un secondo momento, un’ambasceria al re del Bengala, per il consenso. La principessa, il cui amore ardente per il principe non la fa vacillare neppure un istante, accetta e si accorda con lui, per partire in gran segreto, sul cavallo incantato. Arrivati in Persia, il principe Firuz  Shah lascia la sua principessa presso un palazzo di campagna, per andare ad avvertire il sultano suo padre del loro arrivo e andarla a prendere con un seguito degno di entrambi. Il sultano accoglie il figlio con lacrime e abbracci e, sentita quella storia, si prepara per andare lui stesso a prendere la principessa, per renderle omaggio e dimostrarle tutta la sua gratitudine, per essersi presa cura di Firuz  Shah. Intanto, l’indiano viene liberato di prigione e il sultano gli ordina di prendere il suo cavallo e di non farsi più vedere. Ma l’uomo, risentito col sultano per l’ingiusto trattamento che, dice, di aver subito, prepara la sua terribile vendetta e si presenta al palazzo di campagna, per conto del principe, dicendo al portinaio che ha l’ordine di prendere la principessa e di portarla, in volo con il cavallo, fino alla piazza del palazzo. Il portinaio e la principessa, in buona fede, credono alle sue parole e, sotto gli occhi sconcertati del sultano, della corte e del principe, l’indiano rapisce la principessa, portandola molto lontano. Firuz  Shah, che si vede portar via la sua amata, senza poter far niente, rimane paralizzato dalla rabbia e dallo sconcerto e, invece di ritirarsi a disperarsi, si propone di ricongiungersi con la principessa e di punire l’autore di un simile oltraggio. Il portinaio si prostra ai piedi del principe, dichiarandosi responsabile e pronto a morire, per mano sua, per la grave ingenuità di cui si è macchiato. Ma Firuz  Sha, non affatto arrabbiato col portinaio, gli dice di procurargli un abito da derviscio, dalla confraternita lì vicina; e, così travestito, si mette in viaggio, disposto ad andare ovunque, pur di ritrovare la sua principessa. Intanto, l’indiano si è fermato in un prato, vicino a un ruscello, per pranzare. La principessa, che non ha alcuna intenzione di rinunciare al suo amore, pensa di fuggire, ma deve rimandare il suo piano, perché è priva di forze e, prima, deve per forza mangiare. Dopo pranzo, l’indiano comincia a fare discorsi sconvenienti alla principessa, ai quali ella, animata da tutto il suo coraggio e dalla sua fedeltà a Firuz  Shah, risponde senza battere ciglio. Quando l’indiano si accinge a violentarla, la principessa si alza in piedi, pronta a resistergli, e lancia alte grida, che attirano alcuni cavalieri che si trovano lì a caccia. I cavalieri, guidati dal sultano di quel luogo, il sultano di Kashmir, accorrono in aiuto della principessa, uccidendo l’indiano e accogliendola nel palazzo, dove può riposare tranquillamente. La principessa, libera dalla persecuzione di un uomo che non poteva che considerare che con orrore, si vede ben accolta dal sultano di Kashmir che, pensa, completerà la sua generosità e la sua giustizia rimandandola dal principe di Persia, ma le cose sono destinate ad andare in modo molto diverso, rispetto ai suoi desideri. Il sultano, perdutamente innamoratosi della principessa, decide di sposarla il giorno dopo e fa preparare la città a festa. Quando la principessa apprende il motivo delle fanfare spiegate, per lo sconcerto e l’indignazione, sviene. E, preferendo la morte, che tradire il suo principe, non vede miglior partito da prendere che fingersi malata e comincia a fare discorsi stravaganti e a tenere un atteggiamento poco consono a una principessa, fingendo di volersi gettare sul sultano. E, per di più, dando in escandescenza ogni volta che un medico le si avvicina, per timore che, se si accostasse a lei, anche il meno esperto comprenderebbe che la sua malattia è finta. Intanto, il principe di Persia, travestito da derviscio, è andato da un Regno all’altro, sempre con il terrore di aver preso la direzione opposta a quella del rapitore con la sua principessa. Un giorno, arriva in un Regno delle Indie, dove si parla molto di una principessa del Bengala, che giace malata nel palazzo del sultano di Kashmir. Allora, Firuz  Shah va nella capitale di Kashmir e apprende la storia della principessa e l’avventura che le ha fatto incontrare il sultano. Assolutamente convinto da queste notizie che si tratta proprio della sua principessa, il principe si traveste da medico e si presenta nel palazzo del sovrano, facendogli sapere che pensa di avere la cura giusta per la principessa. Dato che la principessa rifiuta di vedere il dottore, il sultano conduce il falso medico   su un soppalco, con una vetrata, da dove può vederla, senza essere visto. E la trova, intenta a cantare, con le lacrime agli occhi, il suo triste Destino, lontana dall’uomo che ama. Firuz  , così, comprende che la malattia della principessa è finta e dice al sultano che, per guarirla, deve poterle parlare in privato. Non appena la principessa del Bengala vede un medico, comincia a dare in escandescenza, pronta a colpirlo, ma il principe si avvicina e, con la voce bassa, per essere udito da lei sola, la rassicura, implorandola di riconoscere il suo amato, il principe di Persia, che viene a liberarla. La principessa è felice come “soltanto ciò che più si desidera e meno ci si aspetta” riesce a rendere felici e, per la gioia, per un po’, rimane incapace di parlare. Poi, racconta ciò che le è capitato e, il giorno dopo, quando il sultano va a trovarla, si mostra più calma. Così, il falso medico fa vedere al sovrano che la principessa è sulla via della guarigione e si fa raccontare di nuovo tutta la storia. Saputo che il cavallo incantato fa ora parte del tesoro del sultano di Kashmir, gli dice che l’unico modo per far guarire la principessa è farla salire sul cavallo e circondarla di profumi di ogni tipo, per dissolvere l’incantesimo di cui è vittima. Così, il giorno dopo, sotto gli occhi della corte, la principessa sale sul cavallo incantato, aiutata dalle ancelle che il sultano le aveva messo a disposizione, attorniata da pentolini, in cui arde il fuoco, nei quali il falso medico distribuisce numerosi profumi, finché si alza un’alta nuvola attorno al cavallo. Firuz  Shah, girandogli tre volte intorno, fingendo di pronunciare parole magiche, protetto dal fumo, sale dietro la principessa e gira il cavicchio per partire, gridando ad alta voce, in modo che anche il sultano possa sentire: “Sultano di Kashmir, quando vorrai sposare delle principesse che     implorano la tua protezione, impara prima a chiedere il loro consenso”. Così, il principe di Persia e la principessa del Bengala arrivano quello stesso giorno a Shiraz, atterrando direttamente nella piazza, davanti all’appartamento del sultano, che non vuole più rimandare la solennità del matrimonio tra i due giovani, se non il tempo necessario per dedicarsi ai preparativi, per rendere la cerimonia più fastosa e per esprimere meglio la sua gioia. “Appena il numero dei giorni stabiliti per i festeggiamenti fu passato, il primo pensiero del re di Persia fu di nominare e inviare una solenne ambasciata al re del Bengala per riferirgli tutto quanto era successo e per chiedergli  l’approvazione  e  la  ratificazione  della  parentela che aveva contratto con lui per mezzo di questo matrimonio; ratificazione che il re del Bengala,  ben  informato  di  tutto,  ebbe l’onore e il piacere di accordare”.

 

 

© Arianna Frappini

 

RIPRODUZIONE  RISERVATA 

One thought on “L’Incanto della Storia che Salva la Vita: “Le Mille E Una Notte

  1. Maria Romano ha detto:

    Senza parole! Sei bravissima, Arianna per tutto. Vedo in te una futura scrittrice da restare nella storia della letteratura, al pari dei tuoi amati scrittori arabi. Complimenti!

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Libri senza pregiudizi

Rubrica a cura di Arianna Frappini. In “Libri senza pregiudizi” i libri sono un tesoro inestimabile, le pagine impreziosite dalle parole che svelano mondi strumenti capaci di insegnare, divertire, commuovere, far riflettere, far spalancare gli occhi e il cuore, in grado di far elevare lo spirito per farlo diventare in grado di volare e di valicare i confini geografici e culturali: i libri cambiano nelle diverse culture, ma ciò che non muta mai è la loro magica facoltà di far vivere nuove vite e di trasportare in mondi nuovi e, proprio per questo, affascinanti e interessanti, che rendono soprattutto la cultura araba capace di dare all’Occidente esempi letterari assolutamente pregevoli, che io mi propongo, come una missione, di far conoscere, apprezzare e amare.

Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

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