Google+

​Abdolah, Saniee, Ebadi : L’Iran che lotta con la penna

1

31/07/2017 di Arianna Frappini

L’Iran non è conosciuto in Occidente per quello che è. L’innato bisogno di etnocentrismo della cultura occidentale ha restituito alla gente comune un’immagine parziale e ingiusta della “nobile Persia” e dello “sventurato Iran” (entrambe definizioni di Shirin Ebadi). Un ritratto limitato, esasperato sugli aspetti negativi e retrivi, che, per decenni (e ancora oggi), tende ad alzare una cortina di ferro tra Occidente e Oriente,per coprire, sotto un sipario nero e impenetrabile, la storia millenaria di un Paese straordinario, colmo di leggenda e poesia, di incanto e versi, in una lingua esiliata da secoli di dominazioni, un Paese percorso dal brivido della storia, al centro della trama intricata e infinita dei giochi, delle alleanze, dei cambi di direzione, dei bruschi voltafaccia, che l’Occidente sa inventare soltanto in presenza dell’”oro nero”, senza farsi alcuno scrupolo. Dopo la Rivoluzione di Khomeini del 1979, l’Occidente ha preso le distanze dall’Iran, ponendo un abisso incolmabile tra i due, per cui la nostra cultura si è allontanata sempre più da quella persiana e araba, in pratica, dall’Islam. E, all’improvviso, sulla Repubblica islamica, sono scesi il silenzio, la diffidenza, la paura, l’ostilità per un sistema retrivo e conservatore, che relega le donne a subordinate e taglia fuori ogni possibilità di dialogo. È stato commesso un grande errore di valutazione, L’Occidente ha agito, sentendosi in diritto di poter arrivare a dire che l’Islam è una religione violenta, perché l’Iran è un Paese che si basa sul Governo teocratico, insomma “applica la legge di Allah”. Cioè, in verità, “applica la legge degli uomini, agendo, indebitamente, in nome di Allah”, in nome di una fede pacifica e cosmopolita, come tutte le altre, che, proprio come tutte le altre, quando viene portata all’applicazione estrema, sfocia in atteggiamenti di violenza e oppressione, che sono lontani mille miglia dalla bontà della fede. Sentendosi in diritto di fare qualsiasi cosa, con la scusa che si agisce contro blasfemi e infedeli, in nome di Dio. Insomma, l’Occidente non ha voluto dire che la Repubblica islamica è soltanto l’ultimo anello di una catena infinita di soprusi e ingiustizie, che sono stati commessi in nome della religione e inaugurati, per chi se lo fosse scordato, dall’ignobile opera dell’Inquisizione cattolica, che, in nome della fede, ha mandato a morire centinaia di innocenti sul rogo! Così, è andata così. Dal 1979, L’Occidente ha visto soltanto una parte dell’Iran, ha visto soltanto Khomeini e le sue follie e ha perso l’obiettività sia sulla storia, sia sulla politica persiane. Ha visto soltanto ciò che ha voluto vedere, non dando il giusto peso e la giusta importanza a coloro che, da dentro o dall’esilio, continuano a lottare per il loro Paese. Per la democrazia, per un futuro migliore e per fare chiarezza su un passato fin troppo confuso dalla nostra storiografia. Gli occidentali hanno ignorato deliberatamente la resistenza attivissima in Iran. Hanno preferito dire che i teorici interni non sono obiettivi, mentre quelli ad aver perso l’obiettività e la lucidità davanti alla storia della Repubblica islamica sono proprio gli occidentali. Esistono intellettuali lucidissimi, scrittori preparati, pronti a usare la più efficace delle armi, quella che fa molto più paura di una bomba, che può avere l’effetto rivoluzionario che non si ottiene con la sete di potere, l’arma che, strano a dirsi, spaventa i governi oppressori, che ne riconoscono la potenza, mentre viene svalutata dagli scettici-cinici di una società di consumi superficiale, abituata a fare a pezzi tutto ciò che è di valore, quella data dalla penna. Perché un libro non può solo cambiare la vita, ma un libro può cambiare il corso della storia, può ricucire ferite, può rendere giustizia a quelli che non avranno mai giustizia, può dare voce a chi è stato ridotto al silenzio, può urlare, denunciare davanti ai secoli e alla storia i soprusi. Può cambiare il Destino di un Paese, i rapporti internazionali, il mondo. Il libro è l’unica arma di cui non si può essere privati, perché sopravvive a chi l’ha scritto, perché, nonostante la censura, può arrivare alle coscienze della gente, chiusa sotto l’ignoranza di un regime a cui fa comodo l’oscurantismo, fino a smuoverle. Perché la sola liberazione possibile è quella fatta dal di dentro, la democrazia non si può imporre dall’alto, figuriamoci dall’esterno. Deve nascere da dentro. E, in Iran, nasce dalle penne di scrittori e intellettuali, interni al loro Paese, costretti all’esilio, quelli presenti attivi, quelli che verranno e quelli che sono stati messi a tacere con la morte. E queste non sono solo parole. Ho conosciuto, nella mia esperienza letteraria, tre penne straordinarie, tre figure attive e instancabili, iraniane dalla testa ai piedi, passando per il cuore, lucidissimi interpreti, convinti combattenti, in nome della libertà. Tre penne che non si sono fermate davanti ad alcun limite, né davanti la censura interna, né davanti gli apparenti limiti di una lingua imparata da zero. Tre scrittori che combattono con l’unico mezzo davvero possibile, perché la denuncia fatta su carta rimane imperitura al tempo che passa e, perché, davanti al disfacimento della propria vita come la si è intesa fino ad allora e davanti a un regime che, con la scusa dell’Islam, crede di potersi prendere ogni diritto e ogni libertà e chiuderli in cella di isolamento, resta soltanto scrivere. Ma non resta soltanto, non è un ripiegamento, scrivere, semplicemente. Perché soltanto la penna può riempire la vita da esule di Kader Abdolah, può dare voce alla vera condizione delle donne iraniane con Parinoush Saniee, può essere instancabile strumento per la lotta di Shirin Ebadi. L’Iran non è solo oppressione e fanatismo, ma anche resistenza e intellligenza. L’Iran non è solo chiuso e retrivo, ma anche aperto e pronto alla lotta. L’Iran non è solo diritti violati, ma anche diritti rivendicati. Per i politici, per gli studenti, per tutti quelli con un’idea che diverga dalla base della Repubblica islamica. Per le donne, a cui sono negati moltissimi diritti, ma questo non significa che sono incapaci di lottare. Non è vero che tutte le donne iraniane (e arabe, allargando l’inquadratura) sono velate, picchiate e sottomesse. È vero, questa è una realtà, l’oppressione esiste, ma, non essendo l’unica cosa presente, non può essere rappresentativa di un intero Paese. A volte, basta una voce fuori campo, per spezzare la cortina dell’oppressione, una sola voce fuori dal coro, per cambiare il corso della storia. E, in Iran, di voci discordanti, di penne che lottano contro il regime e l’oppressione, ce ne sono moltissime, più di quante un pigro Occidente sia disposto a riconoscere. E non solo possono essere equiparati agli scrittori occidentali in quantità, ma pure in qualità. Perché, nelle loro pagine, vibrano una fortissima passione politica, una sorprendente forza narrativa ed evocativa, aggrappandosi a una tradizione che, sul comodino di ogni iraniano, tiene il Corano e il Canzoniere di uno dei poeti nazionali, Hafez (vissuto nel Trecento, all’incirca contemporaneo di Dante), un patriottismo sentito in tutte le membra, che si fa motivo e stimolo, appiglio e riparo di lotta nei momenti difficili, che diventa nostalgia calda e struggente, per chi è stato obbligato all’esilio. E, insieme a tutto questo, uno sguardo lucido e totale, uno sguardo che non
tralascia niente, di un’obiettività che è praticamente impossibile ai giornalisti occidentali. Non si può pretendere di conoscere la storia di un Paese e tutte le dinamiche politiche da fuori. La storia, gli anni della monarchia e le infinite intromissioni dell’Inghilterra e, poi, degli Stati Uniti nella politica interna, la nazionalizzazione del petrolio ad opera del premier Mosaddegh, la sua destituzione con il colpo di Stato, che ha riportato al potere lo scià Reza Pahlavi, la repressione delle forme di dissenso, le diverse opposizioni alla monarchia, la forzata occidentalizzazione, gli anni duri e difficili che sono sfociati, infine, in una Rivoluzione, che avrebbe dovuto liberare il Paese, che ha visto, per la prima volta, nazionalisti, comunisti e sostenitori fondamentalisti di Khomeini lottare insieme per lo stesso obiettivo, il crollo dello shà, la dichiarazione della Repubblica islamica,la guerra contro l’Iraq e, in tutto questo, il ruolo, ancora una volta, fondamentale e fastidioso, degli USA non possono essere davvero compresi, contestualizzati, valutati, addirittura criticati dal mondo esterno. Figuriamoci dalla porzione di mondo, l’Occidente, che pensa di detenere il primato della democrazia e della civiltà, che si sente legittimato, per salvaguardare, per altro, i propri interessi economici, a intervenire deliberatamente nella politica di uno Stato sovrano, che pensa di dover imporre la democrazia dall’alto e dall’esterno, come se le sanzioni servissero davvero a ripristinare i diritti violati. L’unico modo solo e possibile di lottare in Iran, come in tanti altri luoghi, è “lottare con la penna”, tutto dall’interno, da chi è iraniano nel sangue, da chi conosce la storia da dentro, da chi ha vissuto gli eventi,da chi si è fatto una propria idea sul campo e lotta per difenderla. La libertà è un valore universale e nessun Paese ne detiene il primato, né, tanto meno, l’esclusività. E, per cambiare il Destino di un Paese, basta una sola persona che ci crede. Basta una sola penna, una penna che non trema davanti alla censura, davanti all’oppressione, una penna che non ha timore di scrivere ciò che pensa, una penna pronta a denunciare, ad accalorarsi, a difendere, con la sola passione e la sola lucidità, date dal fatto di essere dentro, di aver fatto parte degli eventi. Insomma, per capire la storia iraniana e gli ultimi sconvolgimenti, bisogna leggere un libro di uno scrittore iraniano, che senta gli eventi e la forza della lotta che intraprende, semplicemente, di uno che creda a fondo in ciò che dice e fa, in ciò che scrive, e lo fa con tutto il cuore e con un amore sconfinato per il suo Paese. Soltanto il coinvolgimento dà la verità. Non è vero che i sentimenti danno una visione parziale e non obiettiva, piuttosto guardare la politica con la testa, estranei alle dinamiche e alle idee, si rischia di stravolgere la storia e di condannare, ingiustamente, un Paese al confino. E una delle voci più autorevoli, lucide, accalorate, con tutta la forza di chi usa il proprio successo “per dare voce a coloro che sono stati ridotti al silenzio”, è Kader Abdolah, pseudonimo di Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani, nato ad Arak nel 1954. La prima cosa che salta all’occhio e che colpisce immediatamente della sua produzione letteraria è la scelta emblematica e coraggiosa dello pseudonimo. Già autore in patria di due libri mai dati alle stampe, attivista politico di Sinistra, l’autore è stato obbligato a fuggire in Turchia nel 1985, dopo che il suo gruppo politico è stato praticamente smembrato, con l’arresto di molti e la condanna a morte di altri, tra cui l’amico di cui ha adottato il nome. Lo scrittore ha deciso di far risuonare, ancora nei secoli, un nome che rischiava di essere dimenticato, quello di un uomo condannato dalla Repubblica islamica per le sue idee politiche, quello di un uomo che è morto in nome della libertà. Un nome che rischiava di cadere nel catino del dimenticatoio, nella memoria troppo breve che è la storia e che, così, rimarrà imperituro, coraggioso, emblematico. Emblematico non solo del messaggio che deve passare, leggendo i suoi romanzi, ma di tutta la vita, politica e personale, dell’autore stesso. Kader Abdolah si è ben presto interessato alle idee di Sinistra, combattendo prima lo scià, poi, il regime fondamentalista istituito dall’ayatollah Khomeini, obbligato infine all’esilio, prima in Turchia, poi nei Paesi Bassi, dove è rifugiato politico dal 1988. Trovatosi di colpo estirpato dalla sua terra, dalla sua lotta, dalla sua vita, in un Paese straniero, in una cultura diversa, in una società che, spesso, è solo apparentemente tollerante, è stato costretto a ripartire da zero, a imparare una lingua completamente daccapo, soprattutto da autodidatta. Ma la lingua d’adozione, il nederlandese, è diventata una nuova bandiera, la lingua della libertà, non influenzata e appesantita da secoli di dominazione, come la lingua persiana poteva essere, la lingua in cui l’autore scrive regolarmente e pubblica tutte le sue opere, a partire dalla raccolta di racconti d’esordio, “De adelaars” (“Le aquile”), nel 1993. Una lingua straordinaria quella che viene a formare nei suoi libri, una lingua fluida, musicale, forte, insieme sagace e poetica, che adotta stilemi, costrutti, cadenze dell’evocativa lingua natia, un nederlandese unico, capace di unire, nello stile, come nella trama, immaginazione e realtà, passato e presente, un nederlandese universale capace di unire, come un ponte, due culture, ma insieme un nederlandese personale, profondamente sentito da Abdolah, a conferma del modo in cui ama presentarsi: “coi piedi piantati nel suolo argilloso d’Olanda e con la testa tra le montagne della Persia”. E due sono le costanti dell’opera di Abdolah, che lo accompagnano dai racconti, alle opere di più ampio respiro: la condizione dell’esule politico; l’esigenza di testimoniare, di non dimenticare, di “lottare con la penna”. E, per farlo, attinge a piene mani sia alla sua vita, personale e politica, sia alla tradizione letteraria, poetica, evocativa della lingua persiana. Recuperando miti, condensando gli insegnamenti nei racconti che costituiscono un immenso patrimonio culturale, da innalzare, da tirare fuori non solo dagli antri del passato, ma dalle parti più segrete di un cuore solitario e ferito. I suoi libri, così, anche quando non sono prettamente politici, si caricano di quell’intensa patina nostalgica che renderebbe Kader Abdolah riconoscibile tra mille autori. Dopo un’altra raccolta di racconti, “De mesjes en de partizanen” (“Le ragazze e i partigiani”, 1995), maggiormente legata al “prima” e alla vita nella madrepatria, Abdolah passa al primo romanzo, forse, il più emblematico, il più rappresentativo della vera condizione dell’esule politico, “De reis van de lege flessen “ ( “Il viaggio delle bottiglie vuote”, 1997). Protagonista e unica voce narrante è Bolfazl, che ci accompagna, lungo le pagine, con la sua voce nostalgica, solitaria, per le strade della nuova vita nei Paesi Bassi, in una cultura “seminuda”, che non si vergogna di mostrare qualsiasi cosa, davanti agli occhi di tutti gli altri, le sue esperienze lavorative, le sue amicizie, i suoi dolori, ma, soprattutto, ci accompagna in un viaggio profondo e infinito nella sua mente, che esplora a fondo i meandri di un’anima sradicata dalla terra natia e dalla vita abituale. Riesce ad essere, contemporaneamente, un romanzo, per così dire, “esterno”, composto da una trama precisa, con eventi che si susseguono, uno dietro l’altro, continuamente sospesi tra passato e presente, e un romanzo,per così dire, “interno”, che porta alla luce tutti i sentimenti dell’esule politico, del profugo che si sente di colpo smarrito, sradicato da tutto ciò che era suo. Estirpato a forza dalla sua terra e dalla sua vita, per essere impiantato in una terra che non gli appartiene, in una vita vuota che non gli è consueta. Il dolore, la nostalgia, “il desiderio di ogni esule”, lo smarrimento sfilano, come tante immagini, davanti agli occhi increduli di Bolfazl, che non sa abituarsi al cielo cupo e uggioso della terra d’adozione. Un uomo che non sa abituarsi alla fuga, che si costituisce, effettivamente, come ritorno al punto da cui era partito. Un ritorno instancabile e tenace alle sponde della terra natia, pur sapendo di non poter più avanzare su quel suolo e di essere altrove. Insieme al disorientamento esteriore e all’evidente declassazione a cui sono stati sottoposti lui e la sua vita, Bolfazl prova un più profondo, sottile e infinito, dissidio interiore tra la voglia di ricordare e la paura di aver dimenticato. Insieme al disfacimento della sua vita, è come se anche la sua memoria cada a pezzi, che non sia più capace di ricordare e preferisca sanare le lacune con i miti, con i racconti, con l’immaginazione, con dettagli piccoli, come poteva essere il numero civico della sua infanzia… E, mentre la moglie e il figlio sembrano abituarsi alla nuova vita e alla nuova lingua, Bolfazl sente nostalgia della lingua persiana e fa enorme dificoltà a ripartire,a trovare un lavoro che possa sostituire la vita piena che s’è lasciato alle spalle. Una vita politica attiva, però, a cui non viene mai fatto riferimento. Che viene data come la cosa più certa che gli rimane, mentre tutto il resto, l’infanzia, la giovinezza, i ricordi, i passi che ha compiuto, sembra sfumare in un passato mitico e lontano. Bolfazl è continuamente diviso tra l’esigenza di rimanere ancorato alle sue radici e l’esigenza di adattarsi alla nuova vita, per integrarsi, nel quartiere, a partire dalla sua amicizia con i vicini, di cui raccoglie la storia e segue la vita, per riunire, sotto un unico tetto, tutti i pezzi del loro puzzle. Ma è richiamato costantemente indietro dalla sua terra, disposto a riconoscere un uomo che non ha mai visto prima, un iraniano, capitato lì per caso, che aveva il suo indirizzo in tasca: “Se non lo riconoscevo io, chi l’avrebbe fatto?”. La continua tensione di Bolfazl è avvertita da tutti i lettori ed è un coraggioso specchio dell’animo dello stesso Abdolah, un caloroso urlo di testimonianza, per bandire ancora una volta l’ingiustizia, in una vita che è un continuo divenire. Un continuo, incessante, divenire, un continuo viaggio che ogni esule come Bolfazl deve intraprendere, un viaggio costante, alla ricerca di una destinazione, come le bottiglie vuote della collezione del nonno, quelle che la nonna fece volar via sul filo della corrente. Forse, soltanto, nella scena finale, tutti i timori e i sentimenti di Bolfazl possono trovare una pace e una destinazione, una concretizzazione sulla tela bianca, su cui Henk, il pittore, si accinge a ritrarlo. Diverso e più ricco è il secondo romanzo di Abdolah, “Spijkerschrift” (tradotto, alternativamente, come “Scrittura cuneiforme” o “Appunti di Aga Akbar”, 2000). Il protagonista è Ismail, esule politico iraniano nei Paesi Bassi, che, un giorno, riceve un misterioso plico, che contiene il diario del padre Akbar, sordomuto e analfabeta, scritto nell’unica lingua che conosceva, la scrittura cuneiforme con cui il re persiano Ciro scriveva “sono il re dei re”, la stessa scrittura, misteriosa ed evocativa, con cui le donne inserivano nei tappeti persiani i loro sogni. I cunei posti uno accanto all’altro sono indecifrabili all’occhio umano di Ismail. Soltanto il cuore, il profondo affetto che lo lega al padre, può farlo districare tra le pagine che si susseguono, solo apparentemente tutte uguali. Il viaggio di Ismail approda alla meta mai raggiunta da Bolfazl, approda alla riscoperta, pagina dopo pagina, delle sue radici, della sua infanzia, delle sue origini, della sua vita, di tutta la sua giovinezza, dei suoi studi, del suo impegno politico e di quello della sorella, e, insieme, come la pellicola di un film che scorre inesorabile, la storia dell’Iran, dalla forzata occidentalizzazione tentata dallo scià, alla Rivoluzione del 1979, dall’ascesa di Khomeini, fino al disfacimento completo del gruppo del Partito Tudeh (il Partito comunista iraniano), di cui fa parte, dalla sua entusiasmante, anche se rischiosa, vita politica clandestina, fino alla fuga, alla ricerca di un riparo sicuro. Ismail, mentre tenta di decifrare il quaderno del padre, ricompone tutta la sua vita,, tra un’impietosa lucidità storica e la forza dell’ideale, tra l’immaginazione e la realtà, continuamente, tra il passato e il presente, in una tensione tanto dolorosa, quanto inevitabile a cui né Bolfazl, né Ismail, né, tanto meno, Abdolah, possono rinunciare. Il libro, come già “Il viaggio delle bottiglie vuote” è profondamente autobiografico, qui anche negli eventi più propriamente esterni, negli studi, negli ideali e nella vita politica, oltre che nella condizione dell’esule. Mentre il presente e il passato si intrecciano, mentre le dune olandesi si confondono, nelle righe, come nei ricordi, alle montagne color zafferano della Persia, Ismail ricostruisce il suo rapporto con il padre, di cui era stato “la bocca e le orecchie”, per perdonarsi di averlo abbandonato al suo Destino, di colpo, sperduto tra le nevi, non più protetto del figlio, ma protettore dei suoi figli, alla ricerca della figlia “Campanellina” , anche lei dissidente politica, fuggita con i suoi per le montagne. La cosa originale è che il libro si apre e si chiude con la stessa storia, “La caverna”, tratta dal Corano, sura 18. Nella caverna, ci sono degli uomini (di un numero imprecisato), che pensano di essere svegli e invece dormono: “In quella caverna Noi coprimmo loro gli occhi e le orecchie per anni.
E quando il sole sorgeva, l’avrebbero visto alzarsi alla destra della caverna.
E quando tramontava, lo vedevano deviare verso sinistra.
Mentre loro si trovavano nella volta al centro”. Un giorno, vengono svegliati, perché possano interrogarsi a vicenda e molti concludono che sono rimasti lì un giorno o parte di un giorno, finché, di comune accordo, decidono che uno di loro, Jemiliga, esca dalla caverna con una moneta d’argento, sul palmo della mano. Arrivato in città, si è reso conto che hanno dormito per trecento anni e non lo sapevano. E, nella conclusione lirica, Abdolah aggiunge: “Un giorno Campanellina si sveglierà.
Con una moneta d’argento nel palmo della mano lascerà la grotta.
E quando arriverà in città si accorgerà che tutto è cambiato”. Anche nel libro meno “politico” della produzione letteraria di Kader Abdolah, “Calila e Dimna”, non smette di far risuonare la sua struggente nostalgia per l’amata Persia, mentre raccoglie, recupera e regala all’Occidente un vecchio gioiellino persiano sopravvissuto indenne ai secoli, alle dominazioni, alle traduzioni. E, giunto, soltanto così, in Occidente, nel 2005, a distanza di millenni dalla sua prima stesura, con la maestria narrativa di cui Kader Abdolah ha dato ampiamente prova nei suoi primi due romanzi e in quelli usciti dopo il 2005: “La casa della moschea”, che analizza, dal di dentro, la storia dell’Iran, dalla forzata occidentalizzazione dello scià, alla forzata assimilazione all’estremismo politico e religioso di Khomeini; “Il messaggero”, un’appassionata biografia romanzata del profeta Maometto, nel tentativo più alto di istituire un ponte tra Oriente e Occidente, per aprire gli occhi al secondo sul valore inestimabile del primo; “Il re”, ambientato a cavallo tra Ottocento e Novecento, in un Iran al centro delle contese coloniali di Russia, Francia e Inghilterra, testimonianza dell’incapacità dello scià Naser, uomo vendicativo e debole, davanti agli snodi cruciali della storia e, al contrario, della prontezza di spirito e di intelligenza del visir Mirza Kabir, il trisavolo dell’autore, che lotta per il progresso del suo Paese. Un punto cruciale per qualsiasi modernizzazione, in ogni luogo e in ogni epoca, è sempre stata la condizione femminile. Non ci può essere vero progresso e vera libertà,se le donne sono considerate inferiori, appesantite dalla tradizione di una società patriarcale e maschilista. Bisogna stare molto attenti a non cadere nelle generalizzazioni e nei pregiudizi soliti, per trattare il tema, piuttosto complesso dell’emancipazione femminile nei Paesi arabi dall’interno, affidandosi alle storie di quelle donne che, come dice l’editrice Shahla Lahiji, “lottano ancora, in questi giorni e in queste ore, contro il fanatismo”. È vero, alle donne sono negati i diritti fondamentali, sono considerate inferiori, che valgono sempre meno degli uomini, alle quali, spesso, viene negata,per una serie infinita e artificiosa di convenzioni, la possibilità di sposare l’uomo che amano; spesso, finiscono a uomini nelle cui mani sono meri strumenti, uomini impietosi e maschilisti, che applicano l’uso incontrastato della violenza, per affermare la loro autorità sulle mogli, o, altrettanto spesso, a uomini il cui matrimonio è stato comunque imposto dalla famiglia, che non picchiano le loro mogli e le trattano, quanto meno, come esseri umani, finendo reciprocamente per affezionarsi o, nei migliori dei casi, innamorarsi. E altre, per fortuna o per lotta, riescono a sposare l’uomo che amano. Insomma, la situazione è varia, nella vita, c’è un po’ di tutto e sarebbe ingiusto tralasciare anche una sola delle possibilità. Quella che non tralascia proprio niente è la penna lucidissima e disincantata di Parinoush Saniee, nel suo, completo e totale, “Quello che mi spetta”, un bestseller con una storia editoriale unica. Dopo ben quattordici edizioni, la sua pubblicazione è stata vietata dal Governo iraniano. Allora, l’autrice ha fatto causa, con l’assistenza legale dell’avvocato, sua connazionale, Shirin Ebadi, al Ministero per la direzione culturale islamica. Ciononostante, prima di arrivare al processo, lo stesso Ministero ne ha autorizzato una nuova ristampa, senza più intervenire nelle successive edizioni. Dopo venti ristampe, “Quello che mi spetta” è ancora il libro più venduto in Iran, un successo che ha sorpreso lo stesso Governo, che non ha potuto (o non ha voluto) intervenire a frenarne la travolgenza. Insomma, è diventato, probabilmente, il primo libro pubblicato legalmente in Iran, che abbia riscosso il consenso della critica. Un bestseller nazionale. E questo per la totalità dei temi che è riuscito ad abbracciare in un solo libro, in una sola storia, per bocca di una narratrice attenta e perspicace, intelligente e preparata, lucida e disincantata, imparziale e completamente sciolta da qualsiasi ideologia, Masumeh, che, col racconto della sua vita, dagli anni Quaranta agli anni Duemila, ripercorre la storia di un Paese, attraversato, in breve tempo, da sconvolgimenti politici impressionanti, dalla monarchia, alla repressione, dalla Rivoluzione, alla guerra contro l’Iraq. E lo fa dalla parte delle donne, raccontando non solo la sua storia, ma la storia di tutte le donne, che lottano per farsi spazio nella società, per trovare il proprio posto, per essere tutto ciò che vogliono essere, per avere, almeno, un giorno, quello che spetta loro. Masumeh, detta Masum (che significa “innocente”) ha quindici anni, quando inizia la storia e quando la sua famiglia si trasferisce a Teheran da Qum. È una ragazza d’onore, che non riesce a capire il comportamento che, secondo la sua opinione, è troppo libero e disdicevole, della migliore amica, Parvaneh, che ride sguaiatamente, che si guarda ovunque e non tiene lo sguardo basso, che urla in mezzo alla strada, che non si vergogna di commentare su qualsiasi cosa, che non capisce tutti gli scrupoli dell’amica, che ci tiene a preservare l’onore del padre. In casa, è continuamente bersagliata dai tre fratelli, visceralmente invidiosi dei suoi successi scolastici e della considerazione di cui gode presso il padre, che si prende cura di lei, sentendosi in colpa per Zari, la figlia morta, credendo che sia stata una punizione di Allah, perché non le ha dato abbastanza affetto. L’unico desiderio di Mahmud e Ahmad (i fratelli maggiori di Masumeh) è quello di veder crollare l’immagine onorevole della sorella, per farla infangare agli occhi del padre. Masumeh vive, nonostante tutto, felice. Riesce benissimo negli studi, il padre è fiero di lei, i suoi insegnanti la elogiano, ha un’amica cara e, oggi, per la prima volta, ha alzato gli occhi, verso l’assistente di farmacia, che, ogni giorno, spia con Parvaneh. Il gioco degli sguardi tra Masum e il giovane Saeid è eloquente e, tra i due, nasce così, spontaneamente, un sentimento profondo, un amore caldo e appassionato, romantico, che fa sentire entrambi in Paradiso. Masum, per il male a una caviglia, è costretta a letto ed è disperata perché non può più spiare Saeid e la sua amica fa da tramite recapitandole due lettere del ragazzo, la prima formale e impersonale, la seconda romantica e calda, in cui le dichiara tutto il suo amore. Allora, Masumeh, nella quale cresce l’amore, si mette a sognare la risposta da scrivere, il futuro insieme a lui. È disposta a seguirlo ovunque, ad aiutare sua madre, a vivere con la suocera, qualsiasi cosa, l’importante è essere felici insieme, per sempre. Torna a scuola prima del tempo indicato dal medico e si tiene malappena in piedi. Rischia nuovamente di cadere, davanti alla farmacia, se non fosse sorretta da Parvaneh e soccorsa immediatamente da Saeid, che, visitandole il piede, la rimprovera di non essere stata a riposo. Masumeh, per quel contatto fugace alla caviglia, è la ragazza più felice del mondo. È il momento che i fratelli di Masumeh aspettano. Il fratello minore, Ali, corre ad avvertire i fratelli maggiori e, insieme, riescono a far passare Masumeh disonorevole, come avesse fatto chissà cosa con Saeid, come si fosse macchiata del peggiore dei peccati, che di fatto è solo amare. Il padre è deluso da lei, i fratelli si sentono in obbligo di picchiarla ulteriormente, fino a ridurla in uno stato pietoso, sospesa tra la vita e la morte, terrorizzata dall’idea che il fratello Ahmad abbia ucciso Saeid. Al suo risveglio, trova, come dice lei, “mio malgrado”, la migliore confidente in Parvin Khanum, la vicina di casa, sposata con un uomo ora malato, l’amante di suo fratello Ahmad, che la rassicura su Saeid e spera con lei che torni presto a chiedere la sua mano. E, quando non c’è più nulla da fare, salva Masum da un matrimonio con un uomo della peggior specie, volgare, violento, autoritario, impietoso, trovandole, invece, un giovane di buona famiglia, educato e benestante, un ragazzo per bene, insomma, dato che, è ormai evidente che di Saeid, non c’è più nessuna traccia. L’aiuto di Parvin appare quanto mai immotivato e inspiegabile agli occhi di Masum, ma è giustificato dalla sua triste storia: era stata promessa, fin dalla più tenera età, al cugino Amir Hossein e i due, crescendo, si erano perdutamente innamorati, pronti a sognare il futuro insieme, che non vedevano l’ora di sposarsi, non fosse che, neppure a sei mesi dalle nozze, le due famiglie litigano e la frattura insanabile tra fratello e sorella condanna all’infelicità Parvin e Amir; la giovane viene chiesta in sposa da un uomo divorziato già due volte, che ha sempre dato la colpa alle sue mogli, per l’assenza di figli, non pensando minimamente “che poteva essere lui il problema” e la famiglia accetta senza battere ciglio. Il marito di Parvin la tratta malissimo, usando la violenza per farsi obbedire, perché ella sia completamente sottomessa. Col passare degli anni, egli si è ammalato e, quindi, è indebolito e docile, ma Parvin non può dimenticare ciò che le ha fatto patire e non si fa alcuno scrupolo a tradirlo con Ahmad, verso il quale proverà sempre un amore totale e una dedizione infinita, che neppure il tempo e il disfacimento della vita del giovane riusciranno a spegnere. L’amica di Masum, Parvaneh, è stata costretta a trasferirsi perché intimorita e minacciata, insultata dal fratello dell’amica, che l’accusa di essere stata corresponsabile del disonore della sorella. Alla fine, Masum sposa Hamid Soltani, col cuore a pezzi, pensando di farla finita, per amore di Saeid, perché, forse, almeno con la sua morte, i suoi fratelli si sentiranno in colpa, ma, riprendendosi in tempo, pensando che, così, farà soffrire quelle poche persone che le vogliono bene davvero e che hanno ancora bisogno di lei, in particolare la sorella, Fati. All’inizio, è molto spaventata dal marito, ma, poi, Hamid si rivelerà non solo un uomo per bene, ma un attivista politico del Partito comunista, che sostiene, anzitutto, la parità in casa sua, non solo permettendo, ma incoraggiando la moglie a finire gli studi superiori. Masum è molto felice di questo e, piano piano, il muro tra i due si scioglie lentamente in un caldo sentimento, anche se Hamid rimarrà, per tutta la durata della sua vita, un marito assente. Come si capisce, sin dall’inizio, anche ad Hamid, è stato imposto il matrimonio, rappresentando il tentativo della madre di allontanarlo dai suoi affari politici, senza riuscirci, per altro. Hamid avrebbe voluto sposare una ragazza del suo gruppo o, altrimenti, non avrebbe mai voluto sposarsi, perché, nella sua vita, ha scelto di mettere al primo posto gli ideali, al prezzo di venir arrestato o giustiziato, e non vuole avere una moglie e dei figli che lo aspettano, non vuole coinvolgere e far soffrire un’eventuale famiglia alle spalle. Tuttavia, il Destino (e la sua famiglia) sembra aver scelto ben altro per lui e per Masumeh, che, con lo sdegno mal celato di Hamid, dà alla luce due figli, più o meno a distanza di tre anni l’uno dall’altro, l’irrequieto Siamak e il dolcissimo Masuud. Masum si è diplomata, è cresciuta,è stata influenzata dalle idee di libertà del marito, è pronta ad aiutarlo a nascondere una compagna del gruppo in casa. L’amicizia tra Masumeh e Shahrzad è un punto cruciale ed emblematico del libro. La protagonista invidia la politica, perché è indipendente, perché non teme niente, perché afferma le sue idee, perché è coraggiosa, carismatica, il tipo di donna che vorrebbe tanto essere. Ma Shahrzad, con lo sconcerto di Masum, le confessa di invidiarla a sua volta, perché, è vero che è una donna indipendente dalla tradizione, ma, costretta alla fuga e condannata alla clandestinità, sente la mancanza di una famiglia splendida come quella che Masum si è costruita, riscoprendo il suo lato materno col piccolo Masuud, che non la lascia un attimo. E, mentre si congeda da Masumeh e Hamid, prega il compagno di Partito di non abbandonare mai la sua famiglia, perché ha dei beni davvero preziosi ed è stato davvero fortunato; così, lo esclude, volontariamente, da un’azione rivoluzionaria pericolosa, che costa la vita a lei e a molti altri dei suoi. Poco dopo anche l’amato marito di Shahrzad viene ucciso e Hamid non sa darsi pace, perché non riesce a comprendere il motivo dell’esclusione, che può essere soltanto il tradimento, il fatto che i compagni non lo considerino degno di lottare (e anche morire) per la causa. Poco dopo, la casa viene messa a soqquadro e Hamid finisce in carcere. È da questo momento in poi che il libro rivela tutta la forza di Masumeh, che prende in mano la sua famiglia, che si iscrive all’università (ancora una volta incoraggiata dal marito in carcere), va a lavorare, si prende cura dei suoi figli, della loro educazione, senza mai dimenticare che la cura più efficace per l’assenza del padre è una bella risata e scende in piazza, pronta a urlare contro l’ingiustizia, per reclamare il rilascio del marito. Hamid torna a casa, sfinito dalle torture, accolto a braccia aperte dalla moglie e dai figli e, soltanto grazie a Masum, torna a vivere. La protagonista fa di tutto, per ridestarlo dal letargo da cui sembra non riprendersi più, rivelandogli le sue ipotesi sul vero motivo dell’esclusione dalla lotta, architettato da Shahrzad, che, prima di andarsene, ha lasciato il segnalibro su un’emblematica poesia della poetessa rivoluzionaria Forugh Farrokhzad: “Ma quale cima, quale vetta?
Cosa mi avete donato, voi, parole fatte per incantare i semplici e gli ingenui?
E se avessi infilato un fiore tra i miei capelli
al posto di questa corona di carta
forse quel fiore non sarebbe stato più incantevole?
Ma quale cima, quale vetta?
Proteggetemi, voi, lampade turbate,
o case illuminate e incredule,
là, dove sui vostri tetti infiammati dal sole
i panni appena lavati risplendono nell’abbraccio
di vapori profumati.
Proteggetemi, voi, donne semplici, piene, totali,
che con le vostre dita sottili
seguite il dolce movimento
di un feto sotto pelle,
e dalla fessura dei vostri colli di continuo l’aria si mescola al profumo di latte fresco”.
La storia sembra fornire l’occasione di riscatto di tutti gli ideali sin ora calpestati, sembra, finalmente, arrivato il momento della fine dello scià e del trionfo della giustizia e della libertà, per cui tanto Hamid si è battuto nella sua vita. Per la prima volta nella storia (e per l’ultima, anche), nazionalisti, comunisti e fondamentalisti di Khomeini si uniscono per rovesciare Reza Pahlavi, nel racconto, per la prima volta, i fratelli di Masum, Mahmud e Ali (Ahmad è morto, consumato da alcol e droga), convinti sostenitori dell’estremismo religioso, e Hamid, convinto ateo e comunista, si uniscono per lo stesso obiettivo, scendono in piazza insieme, partecipando, tutti quanti, alla Rivoluzione del 1979. Anche Masumeh, felice, è in piazza coi suoi figli, finalmente col marito accanto, dopo aver dato alla luce la figlia Shirin. Fino a che la Rivoluzione finisce, lo scià, abbandonato dagli Usa, crolla, Khomeini rientra dall’esilio e diventa capo supremo, dichiarando la Repubblica islamica. Le alleanze si spezzano e ognuno parte per la propria strada, mentre trionfa quella di Mahmud, dell’estremismo religioso, e sprofonda l’ideologia di Hamid, che è obbligato ancora alla vita clandestina e, infine, viene nuovamente arrestato. È come se il mondo cadesse addosso a Masumeh, che s’era abituata alla presenza del marito, alla famiglia unita, tutti insieme. E, questa volta, tutte le porte che si erano aperte per la prima scarcerazione di Hamid si chiudono di colpo. Anche il fratello Mahmud, senza farsi alcuno scrupolo, le sbatte la porta in faccia, negandole l’aiuto. Masum e il suocero vanno di commissariato in commissariato alla ricerca disperata di notizie di Hamid e, un giorno, arriva la peggiore: mentre vengono loro consegnate le cose di Hamid, la moglie e il padre sono ancora increduli, non afferrano del tutto, finché non viene sbattuta loro la verità in faccia: è stato giustiziato. Il signor Soltani non regge il colpo e muore di infarto, Masum è indebolita, frustrata, arrabbiata, dispiaciuta, addolorata, tanto che non riesce a espellere le lacrime… Ma, poi, piange e si rialza, in nome dei suoi figli, con le nuove difficoltà in agguato, sono costretti ad abbandonare la casa dove ci sono tanti ricordi, per trasferirsi in una casetta minuscola, al confronto. Ma, uniti e guidati da una donna battagliera, che rivela tutta la forza che lei stessa non credeva di avere, la famiglia va avanti, al meglio. Masum cerca solo il meglio per i suoi figli e, con una lucidità assoluta, invita Siamak a non sbagliare in politica, a non lasciarsi coinvolgere troppo dalle ideologie, a studiare a fondo e, in ultima istanza, a non farsi influenzare al punto da un’idea, da non essere capace di vedere le altre e i suoi limiti. Riesce a evitare che Siamak parta per il fronte, lo fa espatriare illegalmente, raccogliendo un’ingente somma di denaro, per mandarlo a studiare all’estero, in Germania, dove vive l’amica Parvaneh, con la quale ha riallacciato i rapporti. Per Masuud, non ci riesce e il ragazzo parte per la guerra contro l’Iraq. Quella di Masum sembra una sofferenza senza fine, che si ripete : prima moglie di un perseguitato politico, costretta ad affrontare le due carcerazioni di Hamid, poi, addirittura, la detensione del figlio Siamak, anche lui per motivi politici (aveva fatto parte dei Mojaheddin, un gruppo con posizioni intermedie tra l’estremismo religioso e il comunismo ateo), il voltaspalle totale dei fratelli e, come non bastasse, un figlio al fronte, finito, come prigioniero, nelle mani dei nemici. Tuttavia, le cose, dopo la liberazione di Masuud, cominciano ad andare per il verso giusto e, alla fine, trionfa la tenacia di una madre incrollabile, disposta a qualsiasi cosa per i suoi figli, anche a lottare all’estremo, anche a lasciarli andare per la loro felicità. E, quando Siamak, Masuud e Shirin sono ormai sistemati per la vita, Masumeh si sente improvvisamente sola e triste, non potendo più ignorare le ombre della vecchiaia e della malinconia che si allungano su di lei. Secondo l’amica Parvaneh, dovrebbe godersi la vecchiaia e stare un po’ da tutti i suoi figli, visto che le devono molto, merita il riposo dopo una vita di lotta senza tregua. Ma Masum non vuole diventare un’”anziana madre rompiscatole” e cerca di intensificare la sua vita sociale. Quando, all’improvviso, l’amica Parvaneh si precipita in casa da lei, fuori di sé, con una straordinaria notizia da darle. Con l’incredulità e la leggerezza della giovinezza, Masumeh viene a sapere che l’amica Parvaneh, andando in farmacia, ha incontrato proprio Saeid, il grande amore di Masum, mai ritrovato. E, finalmente, viene a sapere tutta la verità. Dopo l’attacco di Ahmad, Saeid si era molto spaventato e temeva che potessero fare del male anche a Masum. Avrebbe tanto voluto chiedere la mano della ragazza amata, ma, purtroppo, le acque erano sempre molto agitate e Ahmad continuava ad aggirarsi intorno alla farmacia, urlando insulti e minacce contro il giovane e contro Masumeh. Allora il dottor Ataii, responsabile della farmacia, gli aveva comunicato ciò che aveva saputo dal medico che aveva visitato la ragazza, picchiata a sangue, e gli aveva consigliato di assentarsi qualche tempo da Teheran, per far calmare le acque, per stare qualche tempo lontano dalla donna amata, per proteggerla, finché tutto non fosse andato a posto. Saeid, impaziente e febbrile, era tornato a casa e si era messo ad aspettare notizie dal dottor Ataii. Ma, un giorno, non ricevendole, si era recato lui stesso a Teheran e aveva saputo che Masumeh era stata fatta sposare in fretta e furia: “Saremmo potuti diventare la coppia più serena, felice e fortunata del mondo. Se solo avessero aspettato qualche mese a farmi sposare…”. Ma la vita sembra concedere un’altra possibilità alla donna, sembra che l’amore sia di nuovo e ancora possibile. Saeid si è sposato e ha due figli, si era trasferito negli Usa con la famiglia, ma, da un po’, è tornato a Teheran, perché ne sentiva la nostalgia e, da tempo, pensa di chiedere il divorzio dalla moglie, perché non hanno più niente da condividere davvero. Ammette, certo, di aver desiderato e amato altre donne, ma può dire, con altrettanta certezza, che Masumeh è stata ed è rimasta l’unico vero amore della sua vita. E per una Masumeh di nuovo allegra, energica, pompante di vita, che tiene di nuovo al suo aspetto, alla quale brilla il cuore d’amore e di speranza, è lo stesso. E, con la rabbia di Parvaneh, che avrebbe tanto voluto essere presente, Saeid chiede a Masum di sposarlo. Masumeh non desidererebbe altro, ma vuole parlarne coi suoi figli, perché è giusto che loro lo sappiano… Siamak, Masuud e Shirin, anche se per motivazioni leggermente diverse, hanno una sola risposta da dare alla madre che si è tanto sacrificata per loro: no. Non può fare una cosa del genere, non l’accetteranno mai, non alla sua età, si distruggerebbe l’immagine che le nuore e il genero hanno di lei, quella di una madre esemplare, che ha pensato sempre ai suoi figli, insomma, è ancora una volta questione d’onore. Stavolta, quello da salvaguardare è dei figli, Shirin e Masuud continuano a ripetere che è sconveniente che una donna della sua età, con la sua esperienza sulle spalle, si conceda il capriccio di una ragazzina, mentre Siamak continua a insistere che la madre non possa sostituire Hamid, come non avesse diritto di rifarsi una vita. Masum aveva già rifiutato, senza pensarci, altre tre proposte di matrimonio, dopo la morte di Hamid, e l’aveva fatto perché era sicura di non dover aver bisogno di un uomo per la felicità sua e dei suoi figli, che fosse giusto che solo lei, soltanto lei, si occupasse della loro educazione. Ma, ora è diverso, i figli sono grandi, Saeid è l’uomo che ha sempre amato. L’unico uomo accanto al quale avrebbe voluto passare la sua vita. “Ma la cosa più triste e che mi fa più male è sapere che, oggi come allora, sono stati i miei cari, le persone alle quali sono più legata, quelli che mi hanno fatto soffrire e hanno ucciso il mio spirito”. Masum è stanca, troppo stanca, troppo debole, per poter lottare ancora, per poter prendere una decisione così importante, non sopporterebbe di veder soffrire i suoi figli e di sapere di essere proprio lei il motivo della loro infelicità, del loro imbarazzo, del loro disagio davanti ai famigliari, agli amici, ai colleghi… Non vuole essere felice sulle spalle dei suoi figli. È condannata eternamente alla solitudine, che, dopo la nuova sconfitta, pesa ancora di più. Parvaneh torna in Germania, Saeid in America dalla sua famiglia. E Masum rimane davanti alla sua vita, avendo la terribile certezza che nessuno mai “ci vuole per noi stessi, per quello che siamo, tutti ci vogliono per loro stessi”. È ferita e abbattuta dall’egoismo dei figli, da quelli da cui si sarebbe aspettata un minimo di comprensione… E se i suoi stessi figli sono pronti a gettare fango sul suo amore puro e totale con Saeid, cosa faranno gli altri? Allora, la domanda su cui si regge tutto il romanzo è posta lucidamente e semplicemente dalla stessa Masumeh a se stessa, che, davanti alla vita, si chiede: “Cosa davvero mi spetta?”. È questa la domanda: cosa spetta davvero a una donna? È destinata a sacrificarsi tutta la vita, per crescere i suoi figli, rinunciando a tutti i suoi bisogni emotivi? Una donna è destinata a dare, senza ricevere niente in cambio? Deve rinunciare a rivendicare i suoi diritti e la sua libertà d’amare e di essere felice, portandosi sulle spalle la croce di “madre che ama”? È un punto interrogativo lasciato in sospeso dalla storia di Masumeh, dalla stessa postfazione dell’editrice iraniana, Shahla Lahiji, una domanda a cui è difficile rispondere, la risposta che aspetta ognuna di noi,davanti al racconto di Masum: cos’è esattamente “quello che mi spetta”? Parinoush Saniee è stata una lucidissima interprete di tutte le dinamiche politiche e storiche, oltre che personali, del suo Paese, riconoscendo che la strada dell’emancipazione femminile certamente non è facile e non è neppure così scontata come potrebbe sembrare, si tratta di lottare ancora e di usare la penna, per gridare alla libertà. Il libro riesce, con una maestria impressionante e un’imparzialità sorprendente, a rendersi conto degli errori e dei limiti della storia e della tradizione, su tutti i fronti. Più volte, con una lucidissima intelligenza, con l’unico principio della libertàa a reggere gli eventi, Saniee mette in luce i rischi insiti nell’estremismo religioso e, insieme, anche nelle ideologie, sostenute una volta per sempre, senza essere capaci di vedere le altre, senza essere completamente liberi, ma legati a ciò che quell’idea ci impone. Certo, la decisione, piuttosto drastica, di Masumeh di non avere niente a che fare con la politica e di tenere lontani da questa i suoi figli è dettata e giustificata da tutto ciò che ha dovuto patire, sola e impotente, davanti alla vita tormentata di Hamid e a tutto ciò che ne è derivato per lei e i suoi bambini. E, anche se appare un po’ drastica (“qualcuno deve pur dirigerlo questo Paese” dice Masuud alla madre) è sicuramente lucida, che conserva un elemento importante su cui battere, affermando come unico principio, l’esigenza di essere liberi, liberi dall’oppressione che ci viene dall’alto, dal Governo dello scià o da quello della Repubblica islamica, ma anche dalle catene imposte da un’ideologia, quando quella diventa una “gabbia”, che rende incapaci di restare obiettivi davanti agli eventi e a una storia, che sembra aver bisogno solo di interpreti più che attenti e imparziali. Insomma, in “Quello che mi spetta”, poco conta l’ideologia politica, basta appellarsi e lottare in nome della libertà. Della difesa dei propri diritti e della strada, senz’altro difficile, ma non impossibile, dell’emancipazione femminile da una società patriarcale e autoritaria. E un’altra donna che lotta per la libertà sua, delle donne, del suo Paese è senz’altro Shirin Ebadi. Nata a Hamadan, nel nord del Paese, nel 1947, è da sempre una donna tenace e coraggiosa, profondamente innamorata del suo Paese, pronta a lottare per il suo Iran e per veder trionfare la giustizia. Ha sempre detto, nei suoi libri, nei suoi articoli, nelle sue interviste, che ha trovato una guida fondamentale nel padre Mohammad-Ali Ebadi, docente di diritto commerciale, che ha cresciuto le tre figlie femmine e il figlio maschio, in assoluta parità, profondamente convinto delle capacità di tutti, fiero, pronto a sostenere la figlia Shirin nella sua carriera giudiziaria, dandole consigli, per evitare che faccia errori dovuti alla sua giovanile inesperienza. Shirin si laurea in giurisprudenza e, a poco più di vent’anni, nel 1970, inizia la carriera di giudice. Già dal tempo dell’università, si è profondamente interessata di politica, sviluppando ben presto una posizione dichiaratamente libertaria, contro i soprusi di una monarchia corrotta, contro le intollerabili ingerenze straniere nella politica interna. Nel 1979, allo scoppio della Rivoluzione, scende in piazza, insieme all’amato marito e agli amici, assolutamente convinta che la Rivoluzione avrebbe garantito a tutti maggiori diritti, unendo finalmente tutte le forze politiche, per ottenere il crollo dello scià. Allora, scrive lei, non mi preoccupavo tanto del futuro dell’Iran, ma avevo solo paura che non ci saremmo mai riusciti, che lo scià non sarebbe mai crollato. E, invece, lo scià Reza Pahlavi, isolato, si arrende, l’Iran è libero dalla monarchia e viene dichiarata la Repubblica islamica di Khomeini. All’inizio, ci credeva davvero nella Rivoluzione, ma, poi, si è ben presto resa conto che l’estremismo religioso (come ogni estremismo) non è stato altro che un attacco alla libertà. Viene destituita dalla sua carica di giudice e, alle donne, viene imposta una serie interminabile di leggi discriminatorie, con le quali vengono private dei loro diritti; e, leggendole, Shirin racconta: “pensai di non aver capito; dopo una seconda lettura ipotizzai che ci fosse un errore; alla terza mi arrabbiai tantissimo e mi colse un’emicrania terribile. Da quel momento, ogni volta che mi irrito mi viene un fortissimo mal di testa”. In Iran, esiste una legge che consente di esercitare l’avvocatura o dopo diciotto mesi di praticantato o dopo essere stato giudice per almeno cinque anni. Nonostante questo, però, Shirin ha dovuto aspettare per ben sette anni prima che le permettessero di esercitare come avvocato. Ma, a forza di insistere, questo è stato finalmente possibile e ha aperto uno studio privato a Teheran. Si occupa soprattutto della difesa dei dissidenti politici liberali, che entrano in contrasto col Governo iraniano, e spesso è parte civile nei processi contro membri dei Servizi segreti della Repubblica islamica. Per un processo in cui aveva difeso uno studente attaccato dal Governo in una manifestazione, è finita persino in cella di isolamento: “quattro mura grigie e lisce”,, la definisce Shirin, in una cella sporca, controllata da una telecamera di sorveglianza, completamente isolata dal mondo esterno, perché, in carcere, si perde totalmente la cognizione del tempo che passa. Il 10 ottobre 2003 il Comitato per il Premio Nobel annuncia la decisione di conferirle il Nobel per la Pace “per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia”, rappresentando la prima iraniana e la prima donna musulmana ad aver ricevuto questo riconoscimento. Dal giugno 2009, si è ritirata in una specie di esilio autoimposto a Londra, perché era stata minacciata che sarebbe stata arrestata, se fosse rientrata in Iran. Ha assicurato che tornerà, ma, anche da fuori, non smette di lottare per la libertà, svolgiendo un’intensissima opera di propaganda e impugnando la penna, per far valere i diritti delle donne, dei bambini, delle minoranze religiose, dei politici dissidenti. Di tutti coloro che lottano e continuano a lottare per la libertà. È stata una dei membri fondatori dell’Associazione degli scrittori iraniani nel 1997 e ha scritto numerosi libri, da notare, i due autobiografici “Il mio Iran. Una vita di Rivoluzione e speranza” e “Finché non saremo liberi. Iran la mia lotta per i diritti umani” e il romanzo “La gabbia d’oro. Tre fratelli nell’incubo della Rivoluzione islamica”. In particolare, quest’ultimo nasce dall’urgenza della testimonianza, dal bisogno impellente di istituire un monumento, “almeno di parole”, per i dissidenti politici giustiziati, è un urlo secco e incisivo, che, nelle sue pagine avvolgenti, nel suo quadro, totale e variegato, che raccoglie tutte le tinte, dalle più chiare alle più scure, riunisce una famiglia spezzata e dilaniata dagli sconvolgimenti politici della Rivoluzione islamica, abbracciando, finalmente, in un solo Destino, le esistenze di Abbas, Jawad e Ali, divisi nella vita, riuniti nella morte, vittime della stessa ingiustizia. Per mano di Shirin, con l’approvazione e la convinzione dell’amica Pari, “La gabbia d’oro” testimonia quanto sia vero che la politica iraniana, con gli sconvolgimenti politici degli ultimi decenni, abbia finito per incidere sulle vite delle famiglie, spezzandole, mettendole le une contro le altre, stroncando anche i legami che dovrebbero essere indistruttibili, insinuandosi, come una goccia d’acqua che penetra a fondo nel terreno, nelle famiglie più unite e apparentemente riparate, da ogni lato, dalle ingerenze della politica e dal rischio della storia, che, crudele e impietosa, ascende fino a diventare la cosa più innaturale che possa esistere, la guerra dei padri contro i figli, dei fratelli contro i fratelli. Il romanzo è la storia di tre fratelli nell’incubo della Rivoluzione islamica, è vero, ma è insieme la storia di una sorella che, seguendo più autenticamente le volontà dei genitori, ha cercato di tenere, per tutta la durata della sua esistenza, uniti i fili distanti e paralleli delle vite dei suoi fratelli, è la storia, straziante e infinita, di una donna che, non solo ha visto i suoi fratelli allontanarsi, sempre di più, gli uni dagli altri, fino all’irreparabile, ma che li ha visti morire, uno dopo l’altro. E, alla fine, restano almeno le loro fotografie, le candele accese, la tavola apparecchiata di Novruz (il capodanno persiano, che coincide con l’equinozio di Primavera), la vicinanza del resto della famiglia e… Il libro scritto dall’amica di sempre, Shirin Ebadi, l’unico legame che resta dei suoi fratelli. Un libro, come detto, nato dall’esigenza di urlarla forte questa oppressione, di impugnare la penna, di agire, un libro che, pagina dopo pagina, si carica di un’ingiustizia dietro l’altra e, alla fine, rimane soltanto, insieme all’iniziale desolazione, l’indignazione. Un libro di ingiustizie, che tenta di ripararle, di cucire le stesse ferite di cui si fa portavoce e tramite. E il libro prende le mosse da una sola citazione, da un’immensa verità, posta in cima al romanzo, posta di nuovo nella conclusione, nell’ultimo capitolo, nell’idea del libro che viene a Shirin, una frase del sociologo iraniano Ali Shariati (1933-1977), teorico dell’islam, attivista politico contro la monarchia dello scià: “Se non potete eliminare l’ingiustizia, almeno raccontatela a tutti”. Raccontatela a tutti! L’amicizia tra due donne, come spesso accade, diviene un’amicizia tra due famiglie: le famiglie di Shirin e Pari crescono insieme, anno dopo anno, dall’infanzia, all’adolescenza, alla giovinezza, alla maturità, fino alla politica che si insinua nella convivenza di una famiglia dichiaratamente apolitica, basata sulla filosofia di un padre, che sbaglia per ben tre volte, pensando di non dover arginare i fervori politici dei figli, perché, prima o poi, si calmeranno da soli. Ma né Abbas, né Jawad, né Ali sono disposti a rinunciare alla loro idea, che, insieme, si è fatta conforto e gabbia, che ha dato un senso alla loro esistenza, ma l’ha fatto allontanandoli gli uni dagli altri, rendendoli nemici. Abbas, il primogenito, quello che avrebbe dovuto tenere in piedi la sua famiglia, è stato il primo a spezzarla, il più sereno e posato è diventato fervente sostenitore dello scià, incapace di vedere i limiti e gli errori della monarchia, divenendo ostinatamente generale dell’esercito di Reza Pahlavi, avversando, con forza, qualsiasi tipo di opposizione, in un’obbedienza cieca al re, così cieca e sorda, da chiudersi in una “gabbia d’oro”, così angusta e ristretta, che, ad un certo punto, gli precipita addosso, richiudendosi sulla sua stessa vita, portandosi via tutto ciò che aveva…
Abbas è l’uomo che, per orgoglio, ha perso i fratelli e ha rischiato di perdere i figli. Chiuso nella gabbia della fedeltà assoluta allo scià, nella sua mentalità orgogliosa e retriva, Abbas ha finito, per distruggere, oltre a tutti i legami famigliari che aveva, se stesso, lontano dal suo Iran, vecchio, impotente, fino al gesto estremo di togliersi la vita. Per desolazione. Perché, ancora una volta, l’orgoglio è contato più dell’affetto. Jawad, il ribelle della famiglia, ha sempre avuto un carattere forte e piuttosto indisponente, un bambino discolo e intollerante, difeso e protetto dal fratello maggiore, fino a che le sue idee politiche lo hanno allontanato per sempre da Abbas e, poi, da Ali. È entrato in contatto con il Partito comunista iraniano, il Partito Tudeh, diventando un convinto sostenitore della causa, trovando, nella lotta tutto per tutto, l’appagamento più alto al suo spirito ribelle e indomabile. Un uomo pronto a morire per i suoi ideali. E non importano tutti i sacrifici che è costretto a fare. E non importa la piega che ha preso la sua vita, dopo la Rivoluzione islamica. Era stato un’altra volta in carcere, sotto lo scià, e ne era uscito allampanato, sfinito dalle torture, con, in fondo allo sguardo vuoto, il lampo di rancore e di voglia di fare giustizia, unico capace di farlo continuare a vivere, l’unica cosa che lo reggesse ancora in piedi. Ma, dopo averci creduto, nella liberazione, la Rivoluzione ha fatto svoltare la sua vita per sempre, prima col voltafaccia della moglie Fariba, precedentemente comunista, diventata, in seguito, una fanatica religiosa all’estremo, poi, dopo un periodo di vita clandestina, la nuova carcerazione… E, questa volta, dice la sorella Pari a Shirin, nel suo sguardo, in fondo al suo sguardo, non c’era altro, non c’era il lampo d’odio e la voglia di riscatto che l’aveva sostenuto, in piedi, la prima volta, nel suo sguardo, Pari ha visto soltanto indifferenza, la rassegnazione di un uomo a cui, privato di tutto, della sua vita, della sua libertà, della sua lotta, resta salvaguardare l’unica dignità che non ha ancora perso, quella dell’attivista convinto, dell’uomo che ha lottato, ha vissuto ed è morto in nome della sua libertà, l’unica cosa che gli rimane ancora: la fedeltà alle sue idee, a qualsiasi prezzo. E, un giorno, su uno zaino che non è suo, su dei vestiti che non sono suoi, la madre e la sorella ne piangono la condanna a morte. Lo zaino e i vestiti di Jawad, chissà, poi, dove sono, sicuramente, nelle mani di un’altra madre e di un’altra sorella, che piangeranno anche per lui. Neppure il luogo di sepoltura è dato conoscere, ma, probabilmente, è un’anonima fossa comune nel deserto di Khavaran. E, infine, Ali. L’ultimo, inaspettato e inatteso, figlio di Simin e Hossein. Il più riservato, il più timido, il più chiuso, cresciuto nel silenzio e nel timore di essere sempre di troppo, di essere nato in un momento inopportuno, cresciuto rendendosi conto che, alla famiglia, con Abbas generale dello scià, Jawad perseguitato politico, mancava solo lui. Ha cercato di vivere, in silenzio, senza mai recare troppo disturbo, senza mai chiedere niente, quando non gli veniva dato. Ma una tale disposizione d’animo non può che far crescere un uomo fragile, che, troppo presto, ha l’impressione che la sua vita sia vuota. E, quando trova una guida spirituale in un mullah fondamentalista, quando trova una consolazione, una “famiglia” in Khomeini e nelle sue idee, Ali non ci pensa due volte. A voltare le spalle ad Abbas, a Jawad, a tutti i “traditori”, i “blasfemi” che non rispettano, all’estremo, le leggi religiose, compresa la sorella, la donna che lo ha cresciuto. Per le strade della Rivoluzione, Shirin, che manifesta con gli altri, si avvicina ad Ali per salutarlo: egli le dà del lei, mantiene un distacco totale ed evita di guardarla in faccia, perché non è coperta. Ali si attacca con tutte le forze alla sua guida spirituale, perché è ancora giovane, ma abbastanza grande per chiudersi in una gabbia da cui sembra impossibile uscire. Sembra l’inizio del sogno di Ali, scrive Shirin, e l’inizio dell’incubo per gran parte del mondo. Ali si è sposato con Mariam, la nipote del mullah che gli ha fatto da guida, e ha avuto un bambino, che porta il nome di Khomeini, Ruollah. Cconvinto ancora di più, parte per combattere le truppe di Saddam Hussein, pronto a dare la sua vita come martire della Rivoluzione. Sua moglie e suo figlio sono andati con lui, è molto orgoglioso di Mariam, che aiuta i soldati nel centro di assistenza di Ahwaz, i pochi momenti di tregua che gli vengono concessi li passa a giocare con suo figlio, ad abbracciare sua moglie, a stare con la sua famiglia, insomma. Ed è proprio la voce del figlio a risuonargli in mente, una voce metodica, dolce, la risata di Ruollah, che è diventata una canzone, ma soltanto nella sua testa, accanto al carro armato, mentre si accascia a terra e impazzisce di dolore. Perché le manie di grandezza e il sogno di esportare la Rivoluzione del Khomeini che aveva adorato, oltre ogni misura, gli hanno portato via sua moglie e suo figlio! L’Ali misurato, soldato convinto e comandante accorto, perde la testa davanti al dolore, davanti alla desolazione delle macerie, facendo scavare fino all’inverosimile e arrendendosi davanti all’inutilità, per ritrovare i corpi di Mariam e Ruollah. E, poi, si getta tra le braccia della morte, ma la morte non lo vuole, anzi. Missione dopo missione, passo dopo passo, la vita lo riempie di medaglie e lo ricopre di gloria e di onore, mentre Ali non vorrebbe altro che smettere di soffrire. Davanti alla guerra finita, all’impossibilità dell’esportazione della Rivoluzione (l’unico tentativo ha finito per incrinare per sempre la fede di Ali in Khomeini), davanti al suo nuovo lavoro in ufficio, davanti al ricordo della guerra e davanti alle atrocità di un regime che, in nome della religione, pensa di poter fare qualsiasi cosa, la vita di Ali è nuovamente vuota. E, nell’apparato della Rivoluzione islamica, dopo aver visto e conosciuto l’opera reale, impietosa e senza scrupoli, dei Servizi segreti, non c’è più posto per lui. Ali molla tutto e si rifugia a Parigi, come un esule politico, sotto falsa identità, nel tentativo disperato di fuggire da un regime che lo cerca e lo vuole ancora laddove può controllare “ i suoi occhi e le sue labbra”. Un giorno, finalmente, Ali, che, neppure a tren’tanni, si chiede che senso abbia la sua vita, vissuta così, in fuga, che non si fida più di nessuno, che non parla più con nessuno, che ha paura di tutti, che non può neppure tenersi troppo in contatto con la sorella, perché ha paura che la possano arrestare e torturare, se sapesse troppe cose di lui, una vita che non è vita, insomma, rincontra un vecchio compagno di classe, Siamak, con cui stringe un’amicizia profonda. Prima usano la diffidenza e la prudenza, ma poi tornano ad essere amici come prima, anzi, diventano ancora più amici, fino a far crollare le reciproche riserve sugli indirizzi delle loro case, incontrandosi per giocare a backgammon e sorseggiare tè. Un giorno, Ali, di natura timido e riservato, riesce a esprimere tutto il sollievo e il conforto che l’aver rincontrato l’amico gli ha recato: “È come se, quando parlo con te, tornassi ad essere me stesso”, un uomo vivo, come se soltanto sentendosi un vero amico, disposto a perdonare anche la durezza e la scortesia di Siamak, potesse chiudere il buco incolmabile che si è squarciato nella sua vita, come fosse di nuovo possibile riemergere dal buco nero che si è portato indietro tutta la sua giovinezza, segnando il resto della sua esistenza… Siamak lavora per l’ambasciata iraniana di Parigi, prende ordini direttamente dal Governo della Repubblica islamica e, in proposito, ha un ordine ben preciso: proprio, in quel giorno in cui l’amico si apriva, ringraziandolo del suo supporto, si macchia del peggiore tradimento, sparandogli in fronte due volte. La morte di Ali è soltanto l’ultima, impietosa, ingiustizia, commessa da un Governo che pensa di poter agire deliberatamente e indisturbato, anche in territorio internazionale. È soltanto l’ultimo anello della catena che ha ridotto la famiglia di Pari,a lei, a lei soltanto. “Era il più piccolo… Il mio piccolo!”: la disperazione di Pari va ben oltre le lacrime e cade in uno stato di depressione, dal quale soltanto il tempo e l’amore del suo fidanzato, Jack, possono risollevarla. E, davanti a quell’ultima, inaspettata e scioccante, perdita, Pari non può far altro che appoggiare con tutta se stessa l’unico tentativo riuscito di raggruppare la storia dei suoi fratelli, nello stesso libro, nello stesso Destino. Perché l’ingiustizia, probabilmente, non può essere eliminata, ma può essere combattuta, avversata, può essere raccontata a tutti. E, raccontandola a tutti, e urlandola al mondo intero, si può veramente lottare, “lottare” , impugnando la più efficace delle armi, ancora una volta la penna, con cui Shirin Ebadi tratteggia un quadro di ingiustizie, denuncia con forza tutti i soprusi della Repubblica islamica, una dopo l’altra, le morti che macchiano ingiustamente l’immagine dell’Iran,intellettuali progressisti giustiziati uno dopo l’altro, anche molto lontani dal loro Paese, in omicidi, in cui paga, sì, l’esecutore materiale, ma non il mandante. Come nel caso di Ali, il cui omicidio resterà impunito “finché non saremo liberi”. Shirin lotta ogni giorno, ha lottato nel suo Paese, lotterà in esilio. Mentre scorre la storia della famiglia di Pari, in controluce, scorrono i principali eventi della vita di Shirin, che, qui, fanno un po’ da sfondo e vengono narrati più in dettaglio nei libri autobiografici dell’avvocato iraniana. Ciò che emerge chiara qui è la sua risposta all’interrogativo lasciato da “Quello che mi spetta”, perché Shirin Ebadi è insieme moglie e donna in carriera, convinta femminista e libertaria e madre. La lotta per i diritti e per l’emancipazione femminile non è certo in contrasto con la maternità e il matrimonio, anzi, si appoggia all’amore e al conforto della famiglia che ha alle spalle. Shirin spezza sia quella che potrebbe essere la tradizione, sia l’immagine stereotipata dei matrimoni in Iran: non è vero che a Teheran non ci si sposa per amore. Shirin Ebadi ha sposato solo ed esclusivamente l’uomo che ama, Jawad Tavassolian, un aiuto, che l’ha sempre sostenuta nella sua lotta ed è stato al suo fianco, alla nascita delle due figlie, Negar e Narguess, l’una ingegnere (come il padre), l’altra avvocato (come la madre). E, una cosa che emergeva già da “Quello che mi spetta” e viene rafforzata ulteriormente dalla vita e l’opera di Shirin è l’importanza assoluta, nella vita quotidiana, della fede. L’estremismo religioso è una distorsione del vero Islam, che, come ogni estremismo, diviene pericoloso, controproducente e molto lontano dalla bontà della fede. La fede non è (e non deve mai essere) un affare di Stato, è una questione personale, interna alla propria coscienza, che regge la vita di ogni uomo e di ogni donna, perché nessuno è così forte e immortale da poter dire di far a meno del conforto spirituale, nessuno può (e deve) esentarsi dal rifugio nella preghiera, dal credere in Dio. Nessuna delle atrocità commesse dalla Repubblica islamica in nome di Allah scusa il comportamento ingiustificato e ingiustificabile del solito Occidente, abituato a condannare senza possibilità di discolpa, non i responsabili, come sarebbe naturale, ma un’intera religione e, con lei, un intero Paese. Niente di ciò che il Governo degli ayatollah ha fatto può giustificare un atteggiamento di razzismo e intolleranza verso l’Islam, una religione che, come le altre, è di amore e di speranza e, come le altre, deve necessariamente far parte della sfera privata, non può mai influenzare la vita politica, perché sarebbe una tale forzatura, da poter sfociare soltanto nel fallimento e nel terrore. Insomma, i primi a rendersi conto dei rischi dell’estremismo sono gli stessi iraniani, che, però, si rendono conto anche di un’altra cosa, riuscendo ad attuare, da dentro, la distinzione che l’Occidente è incapace di fare, che nessuno può vivere senza credere in Allah, senza pregare. La fede interna e le distorsioni esterne non hanno niente in comune, il problema non è l’Islam, ma l’interpretazione che ne è stata data. E, se l’Occidente aveva ingenuamente pensato che non esistessero intellettuali iraniani capaci di un’analisi lucida e imparziale, dovrà ricredersi. Perché quelle che ho presentato sono soltanto tre di tutte le penne che lottano e continuano a lottare, di penne che denunciano le ingiustizie, che sostengono l’esigenza di rinnovamento del Paese che amano, della loro amata Persia, senza sconfinare in critiche stereotipate e sentite troppo. E, alla domanda della storica e giornalista italo-iraniana Farian Sabahi su come questo sia possibile, Shirin Ebadi risponde così: “La rivoluzione non si può né importare né esportare. È necessario che a mettersi in moto siano gli iraniani. Ed è quello che stanno facendo. La sola cosa che chiedo all’Italia e al resto d’Europa è combattere l’indifferenza, veleno della nostra epoca: non aiutate coloro che violano i diritti umani. Non permettete che il denaro sporco, derivante da attività illecite e in possesso di persone corrotte, entri in Europa. Non permettete a coloro che hanno violato i diritti umani di entrare nel vostro paese. Vi chiediamo soltanto di non assistere quei paesi che violano i diritti umani. Per il resto, saremo noi iraniani a portare la democrazia nel nostro paese, è nostro dovere”.

 

© Arianna Frappini

 

RIPRODUZIONE RISERVATA 

One thought on “​Abdolah, Saniee, Ebadi : L’Iran che lotta con la penna

  1. Gli aspetti della vita in Iran sono molteplici e certamente fuori da schemi che si trovano negli altri paesi islamici. Forse deriva dal fatto che gli iraniani si considerano indoeuropei e assolutamente non arabi anzi ariani.
    Certo queste tre penne avranno la loro influenza ma la strada è lunga ma io sono ottimista ,ho vissuto a Teheran , per lavoro, da Dicembre 2000 a Marzo 2006 e in quel periodo ho visto notevoli cambiamenti che mi portano a ben sperare.
    Un bel pezzo complimenti

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Libri senza pregiudizi

Rubrica a cura di Arianna Frappini. In “Libri senza pregiudizi” i libri sono un tesoro inestimabile, le pagine impreziosite dalle parole che svelano mondi strumenti capaci di insegnare, divertire, commuovere, far riflettere, far spalancare gli occhi e il cuore, in grado di far elevare lo spirito per farlo diventare in grado di volare e di valicare i confini geografici e culturali: i libri cambiano nelle diverse culture, ma ciò che non muta mai è la loro magica facoltà di far vivere nuove vite e di trasportare in mondi nuovi e, proprio per questo, affascinanti e interessanti, che rendono soprattutto la cultura araba capace di dare all’Occidente esempi letterari assolutamente pregevoli, che io mi propongo, come una missione, di far conoscere, apprezzare e amare.

Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

Secondo le statistiche annuali del sito… la Rivista #OneElpis è letta in gran parte mondo. Il Paese dove è più visualizzata è l’Italia con ben 13’124 visite. Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti con 1'080 viste… al terzo il Regno Unito con 177 visite... poi la Spagna con 145, l'Irlanda con 131, Perù con 94, Messico con 76, Brasile con 53, Turchia con 44, Germania con 42. A seguire : Australia, Russia, Svizzera, Costa Rica, Francia, Polonia, Argentina, Grecia, Belgio, Repubblica Dominicana, Paesi Bassi, Giappone, Cina, Romania, Portogallo, Togo, Canada, Guatemala, Repubblica di Macedonia, Austria, Cile, Albania, Repubblica Ceca, Egitto, Colombia, RAS di Hong Kong, Israele, India, Ungheria, Danimarca, Lituania, Bulgaria, San Marino, Norvegia, Algeria, Uruguay, Moldavia, Paraguay, Corea del Sud, Venezuela, Slovenia, Aruba, Serbia, Ecuador, Libano, Città del Vaticano, Singapore, Svezia, Kuwait, Malta, Filippine, Marocco… #VivaOneElpis #OneElpisGo

  • 20,455 visualizzazioni totali

Tag : @OneElpis
Hashtag : #OneElpis

Segui assieme ad altri 7.036 follower

© 2016 – 2017 OneElpis.com

Society/InterCulture Website - Magazine registrato regolarmente su Wordpress.com | "Piano Persolnal" (privo di monetizzazione) con fatturazione annuale. | TUTTI I DIRITTI RISERVATI | Ogni collaborazione alla rivista è da intendersi gratuita. | Sono banditi testi che incitino a qualsiasi tipo di violenza, odio e razzismo. Non si ammette materiale blasfemo, provocatorio, offensivo o pornografico che leda la morale e la dignità dell’individuo. Sono rigorosamente vietati testi che non siano autentici e di proprietà propria. La rivista è in tal senso destituita da ogni responsabilità e si ritengono responsabili quegli stessi autori che presentino testi su cui non hanno nessuna proprietà. I diritti delle opere non vengono ceduti alla rivista e continuano a essere degli autori. Nessun uso dei testi qui pubblicati è consentito senza l’autorizzazione legittima e certificata del suo autore. La rivista non ha nessuna responsabilità per copie o plagi dei testi dei collaboratori da parte di terzi.

Soundtrack Y