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“Mi Hai Cambiato La vita” : Una Storia Senza Definizioni

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01/07/2017 di Arianna Frappini

 

La #storia vera del badante di “ #QuasiAmici”

– Quanti di voi hanno riso, riflettuto, pianto, si sono emozionati, ne hanno parlato e scritto, ne hanno tratto spunti interessanti, lo hanno rivisto la quarta volta, come la prima, come un film indimenticabile, come il capolavoro che è diventato? “Quasi amici” non è solo un #film, comico e drammatico insieme, ma è il ritratto completo ed esilarante di due vite e di un’amicizia tanto inaspettata, quanto profonda. È l’affresco caloroso e leggero, che riesce a racchiudere, nella sua magnifica tela, temi tanto profondi quanto astratti: la #disabilità, l’assurdità delle convenzioni sociali, dei falsi pudori, degli eccessivi riguardi, così eccessivi da diventare assurdi, che si riservano a un handicappato, fino a sfociare nell’insopportabile sentimento che si chiama compassione, di quanto possa diventare pesante e snervante la pietà, l’incapacità di una società di capire davvero lo stato d’animo del disabile, l’effetto benefico e curativo dell’ironia e dell’autoironia, di quelle che, senza troppi giri di parole, si chiamano “battute stupide”, di quanto, a volte, bisogna prendere di petto le cose, agire, andare al dunque, senza scappare, la vita in tutte le sue sfumature, di come sia davvero possibile guarire da qualsiasi malattia spirituale, l’ #amicizia e il valore immenso del più grande tesoro che esiste al mondo, quello di un vero amico, fino all’indimenticabile scena finale, che li riassume tutti insieme.

quasiamici

Quando Philippe incontra Eleonore, nell’appuntamento che aveva sempre evitato, per paura, finalmente organizzato da Driss, mentre sorride, commosso, al suo amico, che ricambia il sorriso e si allontana, felice, dopo avergli restituito l’ovetto kinder che, all’inizio del film, gli aveva rubato. Ebbene, questa scena dice tutto, questa scena è come il film, è come la storia che, oggi, vi voglio raccontare, come il libro di cui vi voglio parlare: così semplice nella sua straordinarietà, così straordinario nella sua semplicità, da meritare l’unica etichetta che non stoni, che rispecchi lo spirito del protagonista e del suo modo di essere: “senza definizioni”. Qualsiasi altra convenzione sarebbe fuori luogo e decisamente fuorviante. È un film “senza definizioni”, per cui i parametri abituali non bastano. Un film in cui parlano chiari i fatti, parlano chiare le immagini. Parla chiaro l’intento di uscire dagli schemi, di andare oltre ai soliti discorsi sulla disabilità. Per affrontarla, di petto, da un’angolatura inconsueta e divertente, prendendo spunto da una storia veramente vissuta e raccontata dai protagonisti. Ci sono due libri che raccontano la stessa storia, lo stesso film, uno precedente e uno successivo a “Quasi amici”.

Il primo è “Il diavolo custode” scritto da Philippe Pozzo di Borgo, l’uomo sulla sedia a rotelle, che racconta la sua esperienza accanto al badante e amico, dal suo punto di vista. E, poi, il secondo, che è diventato un piccolo capolavoro, uno specchio coraggioso e anticonvenzionale, un ritratto di sé, fatto con senso dell’umorismo, completezza, energia, passione, un affresco candido, sincero, semplice, senza giri di parole, senza frasi fatte e convenzioni fastidiose, ma con la saggezza che soltanto la maturità può regalare a un uomo.

Scritto direttamente dall’indimenticabile badante che ha ispirato Driss, un uomo che, pur essendo molto diverso dal giovane di colore del film, ha con lui in comune la cosa più importante: la capacità di sorridere, di sdrammatizzare, di ironizzare, di scherzare e, ora, per la prima volta pubblicamente, di riflettere, di crescere. Di parlare di sé, di guardarsi indietro e di riassumere in un solo modo il suo incontro e la sua amicizia con Philippe Pozzo di Borgo, nel titolo di un libro indefinibile, nell’unica occasione in cui sia riuscito a dare all’amico del tu e non del lei, come d’abitudine: “Mi hai cambiato la vita”, scritto da Abdel Yamine Sellou. Da un Abdel che guarda a posteriori tutta la sua vita e che, “a quarant’anni suonati”, si rende conto di tante cose. “Non rimpiango niente” scrive Abdel: “Né le mie ragioni di ieri né l’uomo che ancora sono. Tuttavia ho preso coscienza di una cosa, mentre raccontavo la mia vita in questo libro; e cioè che finalmente sono diventato grande, accanto al Signor Pozzo, S e P maiuscole e tutto in grande: dalla speranza alla voglia di vivere, passando per il cuore. Ecco che divento lirico a mia volta, come l’astrattismo… Mi ha offerto la sua sedia da spingere come una stampella a cui appoggiarmi. La uso ancora oggi”.
Per anni, i giornalisti hanno seguito la storia dei due amici e hanno cercato in tutti i modi di far parlare il badante reale, della sua vita precedente e successiva all’incontro con Philippe. Ma non ce l’hanno mai fatta. Abdel non si era mai aperto. Ha lasciato trapelare soltanto pochi dettagli della sua vita, della sua famiglia, di ciò che ha fatto, di ciò che è diventato. Pure Philippe ammette di saper ben poco di lui, se non stralci di verità. Abdel non ha mai parlato apertamente di sé, non ha voluto che si parlasse troppo apertamente di lui. Nonostante i vari documentari, nonostante la loro amicizia fosse diventata motivo di ammirazione e di sorpresa, per il mondo intero. Poi, un giorno, finalmente, ha parlato. Dopo il film, ad un certo punto della sua vita, Abdel ha risposto alla sfida dei giornalisti: “Abbiamo conosciuto Driss, ora vogliamo conoscere Abdel”. E, così, a deciso di scardinare le convenzioni e di porre fine al silenzio. Di alzare totalmente il sipario dietro il quale si rifugiava la sua vita, tutta la sua vita, e l’ha fatto con questo libro straordinario. “Mi hai cambiato la vita” ha ammesso Abdel, con sincerità, con leggerezza, con energia, con impeto. Perché ha deciso di scoprire le carte, è vero, ma l’ha fatto, come ha ricordato a tutti quanti, giornalisti, lettori, quelli che lo conoscevano e quelli che l’hanno conosciuto così, interamente a modo suo.

Perché, in questo libro, si gioca al suo gioco, si adottano le sue regole, i suoi parametri. E ci si affeziona all’immagine di un uomo maturato davanti alle sue esperienze, di un uomo che, nonostante continui a scrivere e a ripetere che sente di non aver fatto niente di straordinario, è diventato un esempio. Un mito. E c’è diventato nel modo più semplice e genuino in cui una persona ci possa diventare: come un amico, essendo semplicemente se stesso. Con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti. E, senza definizioni, parla di sé. Ricostruisce, pagina dopo pagina,tutta la sua vita, dall’infanzia, alla giovinezza, dal suo trasferimento a Parigi dall’Algeria, con il fratello, insieme agli zii, che l’hanno preso con loro, come il figlio che non avevano, al suo vagabondare in cerca di avventure e di denaro, dall’audacia incosciente del quindicenne che salta su un cornicione, sopra al ponte, per sfuggire agli sbirri, alla maturità di un uomo che resta senza fiato, solo a ripensare al rischio che ha corso, dall’esperienza della prigione, al problema del famoso sussidio di disoccupazione, che, per essere elargito, necessita della firma dell’aristocratico tetraplegico Philippe Pozzo di Borgo, proprio come nel film. Ma Philippe ha ben altro in mente, perché, non appena si trova davanti Abdel, decide di prenderlo a suo servizio, di non firmare e di farsi assistere da un uomo senza gli insopportabili pudori degli altri, che provano troppa pietà per lui, che sono troppo politically correct.

Abdel no. Non c’è proprio il rischio! Un uomo che non ha né la voglia, né l’esperienza di assistere un handicappato e lo fa soltanto in attesa del sussidio. E, già che c’è, si gode la bella vita, lussuosa e raffinata.

Un uomo che non ha la più pallida idea di cosa sia un tetraplegico, che, a volte, così, si dimentica delle cose che sembrano tanto ovvie e scontate per Philippe, come quella di aprirgli il giornale. L’uomo che non comprende l’utilità di certi strumenti e di marchingegni tanto sofisticati assurdi, solo per sedersi a lavarsi o per salire in macchina, quando è tanto facile usare le braccia per sollevare Philippe e accomodarlo su un normalissimo sedile di un’automobile.

La leggerezza e la spontaneità di Abdel rappresentano un’autentica rottura delle convenzioni e delle idee, sia dei badanti, sia dei disabili stessi. Perché la cura di una bella risata non te la danno le medicine. Perché le mille avventure che si vedono nel film, dalle passeggiate notturne all’esercitazione al parapendio, fa sapere Abdel, sono davvero poche, in confronto a tutte quelle che hanno davvero vissuto, a quante ne hanno combinate insieme. “Chi è il migliore?” chiede, giorno dopo giorno, un irrefrenabile Abdel, pronto ad affrontare gli sbirri e tutti quelli che vogliono indebitamente occupare il posto auto riservato agli handicappati, con metodi anche poco ortodossi. “Sei tu, Abdel,, sei tu!” risponde sempre Philippe, un Philippe che ha acquistato una leggerezza che non aveva mai avuto. Lo stesso Philippe che, nella prefazione, ammette di aver conosciuto più Abdel nei tre giorni in cui ha deciso di rispondere alle domande dei giornalisti, nella stesura di questo libro, che in quindici anni di amicizia! E, poi, così, quasi senza accorgersene, quella che doveva essere una tappa temporanea diventa sempre più stabile e duratura. Perché, dopo l’inizio, arrivano le prove della vita. Philippe deve affrontare la più grande delle perdite, sua moglie Beatrice, la madre dei suoi due figli, malata da tempo, che si spegne, gettandolo nella disperazione. Abdel racconta quel momento come “difficile per lui, non per me” e di aver fatto ben poco, di essergli stato semplicemente vicino, di aver cercato di alleviare il suo dolore, niente di speciale, eppure, fondamentale per la ripresa di Philippe, che non si stanca di ringraziare Abdel per il supporto ricevuto.
Per la vicinanza e l’amicizia che ha dimostrato. Certo, il cambiamento non avviene da un giorno all’altro, non si esce da una vita per entrare in un’altra, non si cresce, nel tempo di un istante, ma si cresce. Dal bambino separato dalla vera famiglia, per vivere con gli zii senza figli, dal ragazzino che inizia, quasi per gioco, a rubare in un supermercato, fino al “petit Abdel” (soprannome datogli dai suoi amici per la sua bassa statura), che organizza, con i suoi soci, colpi sempre più fantasiosi e audaci, giusto “per divertirsi”.

All’adolescente che finisce ripetutamente dentro, ma viene sempre tirato fuori dai guai, fino a che, be’, compie diciotto anni. Sembrava, sorride Abdel, che gli agenti si fossero segnati la data del suo compleanno! Il 25 aprile. Niente di preoccupante, si rassicura Abdel, soltanto dieci mesi di vacanza pura, riposo, relax a Fleury-Mérogis, fino a guadagnarsi, in prigione, il soprannome de “il turista”. Però, ammetterà più avanti Abdel, non è esattamente stato così. Non è vero che l’esperienza a Fleuri è stata proprio uno spasso. In fondo, è sempre una prigione. E, poi, la convivenza non è sempre stata facile, soprattutto all’inizio, quando stava in cella con gli altri. Non è stata proprio una passeggiata, altro che. Tuttavia, la cosa strana è che, sì, ha scoperto il mondo. Seguendo i notiziari, ha capito, di colpo, tante cose, ed è venuto in contatto con una realtà che aveva sempre volutamente ignorato o c’era passato sopra con leggerezza. Il racconto di Abdel è da seguire fino in fondo, tutta la sua vita popolata di episodi, che si susseguono uno dopo l’altro, non sempre in ordine cronologico, ma che seguono l’unica logica veramente valida, quella del cuore, intercalati dalle descrizioni dei documentari e della preparazione per il film “Quasi amici” e dalle riflessioni dell’uomo maturo, che, spesso, con occhio critico, anche se con la sua solita leggerezza, analizza la sua carriera di delinquente, le sue ragioni e quelle dei suoi, il ruolo della società e il modo in cui si è deliberatamente approfittato sia della debolezza dei genitori, sia delle ipocrisie del sistema sociale e giudiziario, del modo in cui si è volutamente beffato delle regole e delle autorità, del modo in cui se ne è, semplicemente, fregato, di tante cose. E ammette tutto con l’acquistata consapevolezza della maturità, be’, di non essere stato esattamente un bravo figlio. Di aver fatto quello che ha fatto, di non aver colto, per mancanza di voglia, nessuna delle occasioni offertegli dopo l’uscita dal carcere. Perché, come spesso accade, per crescere davvero, bisogna crescere da sé. Per cambiare, bisogna cambiare da soli, aspettando l’occasione propizia. A cambiare, però, è stata la sua vita, non lui. Abdel ha conservato sempre una buona dose di leggerezza, pur calata nell’animo e nell’esistenza dell’uomo che è diventato. Un uomo con la U maiuscola. L’amico che riesce a trasmettere il suo spirito scherzoso e a condividerlo con Philippe, un uomo, è vero, non tanto fortunato dalla vita, altro che. Però, non c’è niente che non si possa affrontare col sorriso e le battute!

Neppure, un inaspettato incidente, mentre accompagnava il figlio di Philippe in Normandia. “Una guerra tra poveri, un quadretto da vedere” assicura Abdel: “il tetraplegico aristocratico e il giovane arabo con l’anca in frantumi, seduti uno di fianco all’altro sulle loro poltrone a adocchiare le infermiere…”. Dopo questo episodio, Abdel ha smesso di essere il badante a servizio del signor Pozzo, per entrare, semplicemente, a far parte della sua vita, per rimanergli accanto come amico e come socio di mille imprese finanziarie. E, così, per molto tempo, tra riuscite e fallimenti, tra viaggi e scherzi, fino ad approdare in Marocco. Lungo le stradine che li avrebbero portati a un futuro inaspettato, mentre lo spinge sulla sedia a rotelle e continua a fare, a distanza di anni, la sua solita battuta, energica ogni volta: “Non si muova!”. Nel Paese magrebino, la vita, che a volte riesce a sorprendere, ha in serbo la felicità e l’amore per entrambi! E ciò che sembra una visita temporanea, sempre nel solito albergo, diventa qualcosa di più, un impegno stabile e un sentimento mai provato prima… Abdel conosce Amal, con la quale, a causa dei vecchi diverbi tra Marocco e Algeria, riuscirà a sposarsi soltanto in Francia. E anche Philippe trova di nuovo la felicità, conoscendo quella che diventerà la sua seconda moglie, Khadija, e adottando due bambini. Anche Abdel s’è fatto la sua vita, è tornato in Algeria a conoscere la sua vera famiglia, ha tre figli, è diventato un uomo e un padre e vive tra il suo Paese d’origine e la Francia. Si vede regolarmente con Philippe, come vecchi amici. E, nonostante tutti gli anni che sono passati, gli risulta perfettamente impossibile dare al signor Pozzo del tu.

Tranne,ovviamente, nel titolo del libro, che era d’obbligo. Un moto spontaneo e sincero, venuto direttamente dal cuore. “Secondo il titolo del libro” scrive Philippe Pozzo nella prefazione: “Io gli avrei cambiato la vita… Quel che so per certo, a ogni buon conto, è che lui ha cambiato la mia”.

 

 

© Arianna Frappini

 

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Rubrica a cura di Arianna Frappini. In “Libri senza pregiudizi” i libri sono un tesoro inestimabile, le pagine impreziosite dalle parole che svelano mondi strumenti capaci di insegnare, divertire, commuovere, far riflettere, far spalancare gli occhi e il cuore, in grado di far elevare lo spirito per farlo diventare in grado di volare e di valicare i confini geografici e culturali: i libri cambiano nelle diverse culture, ma ciò che non muta mai è la loro magica facoltà di far vivere nuove vite e di trasportare in mondi nuovi e, proprio per questo, affascinanti e interessanti, che rendono soprattutto la cultura araba capace di dare all’Occidente esempi letterari assolutamente pregevoli, che io mi propongo, come una missione, di far conoscere, apprezzare e amare.

Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

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