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Il Coraggio di Guardarsi Dentro : La Carta del “Latte Nero”

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27/05/2017 di Arianna Frappini

 

A volte, la realtà riesce davvero a sorprendere le nostre aspettative. A volte, la vita ci pone davanti a piccole-grandi sfide, che si risolvono, sempre, nei modi più imprevisti, efficaci anche se non indolori per noi. Che, in qualche modo, ci spingono al confronto con le altre persone, con le altre vite, con esperienze simili alle nostre, perché ce ne sono più di quante se ne possa pensare. Perché, sicuramente, prima di noi, qualcun altro si è trovato in una situazione simile e l’ha superata a suo modo.  Si tratta, semplicemente, di uscire, per un attimo, dal bozzolo e ascoltare, raccogliere, analizzare, rassicurarsi con le esperienze altrui e, poi, tornare presso di sé, nella propria “Terra di me” e reagire, come solo noi sappiamo reagire davanti a una situazione difficile. Appoggiandosi all’arte che ha guidato i nostri passi, attaccandosi all’arte che non tradisce mai, si può uscire da qualsiasi tunnel e, anzi, scoprire qualcosa di sé, assai ovvio, ma che non sarebbe mai emerso davvero alla luce del Sole e necessitava delle tenebre per spuntare, come un fiore nella disperazione, nell’infinita valle della depressione. Per scoprire d’essere un tutt’uno, che le voci interiori discordanti e i diversi lati del nostro carattere  non sono in conflitto e non possono vivere né in un’incontrastabile monarchia assoluta, né nella disordinata anarchia, ma, “anche se non è  tutta rose e fiori”, in una pacifica ed equilibrata democrazia.  Soltanto con la depressione, per la protagonista del libro che si prenderà in esame, può emergere davvero, solo con la scrittura, può essere effettivamente  chi è.  E tutto questo è sicuramente trovato e riassunto mirabilmente nel nuovo, originale, capolavoro della scrittrice turca Elif Shafak, di cui si è preso in esame un libro, nel precedente articolo, “Latte nero”. “Latte nero” non è la finestra meravigliosa che si apre su una storia incantevole, su un mondo nuovo, immaginario, su personaggi memorabili, su sfondi storici e geografici, ma  è semplicemente la storia di Elif, di una scrittrice e di una madre, raccontata da lei stessa. Elif Shafak, stavolta, usa la sua maestria di instancabile narratrice e acutissima pittrice di sentimenti, con una profondità sorprendente,  su di lei e la propria vita. Riesce a mettere su carta (e soltanto su carta) l’esperienza della prima maternità, delle difficoltà che ha incontrato, dei sentimenti contrastanti che l’hanno animata e di una depressione post partum, che è più diffusa di quanto Elif pensi. Non affatto comune solo  tra le donne creative, ma tra le donne di  qualunque professione e di qualsiasi nazionalità. Come dice Elif, la maternità è, sì,  uno dei doni più grandi che una donna possa ricevere  dalla vita, ma non si diventa madri, automaticamente, nell’attimo in cui si partorisce il proprio figlio. L’”essere madre” è una delle cose più difficili che la natura abbia regalato a una donna, è una responsabilità altissima, completamente altruista, dice Elif, perché un altro essere dipende totalmente da te e, per tanto tempo, devi dare a cuore aperto, gratuitamente, senza ricevere niente in cambio, se non il calore di un figlio, che riempie la tua vita e che ha il tuo sangue nelle vene… Ma non è così semplice. Una madre deve essere per natura altruista, anzi, completamente disponibile in qualsiasi momento, regolando la sua vita in vista delle esigenze del figlio, soprattutto, ovvio, nei primi mesi di vita. Ma una romanziera prolifica e appassionata come la Shafak deve essere, come ogni romanziere deve essere per natura, egoista. Che interrompe qualsiasi cosa stia facendo, per cogliere al volo l’ispirazione su una nuova storia, su un nuovo libro, un’ispirazione che potrebbe non tornare mai più, nello stesso modo. Deve  poter avere tutto il tempo per sé. Per mettere le sue idee sul foglio bianco, per usare l’inchiostro e nient’altro. Per fare della scrittura una ragione di vita, che non è solo un lavoro, che non è solo un dono, non è solo un’arte, capace di riprenderti dal baratro, di tirarti su dal burrone, ma è la stella che guida la propria esistenza, il senso della propria vita. L’unico modo per guardare all’interno, all’esterno, allo specchio, fuori dalla finestra. L’unico modo autentico di essere se stessi. La scrittura e la maternità sono due cose che occupano tutto il tempo disponibile, che si fanno con tutto il cuore, mettendoci  tutta l’anima. Elif pone, coraggiosamente, un dilemma tutt’altro che scontato  e tanto universale, quanto personale, per ogni scrittrice e donna del mondo: è possibile conciliare maternità  e letteratura? La scrittrice turca ci fa fare un duplice viaggio, nella “foresta dei libri” e nella “valle dei bambini”, tra le biografie di scrittrici madri e il mondo dei neonati, dolci e bisognosi di tutto, insieme, tingendo, il tutto, di un personalissimo inchiostro, trovando la fermezza di mano per esporsi, fino a raccontarsi dal di dentro. Di tutti gli argomenti che ci sono nel libro (libri, scrittrici, madri, bambini, esperienze contrastanti, direttive di pensiero), uno solo li riassume tutti, l’esperienza personale di Elif.  Perché questa è una storia scritta “con l’inchiostro bianco e il latte nero”. Perché, dopo la depressione (o, forse, durante la depressione), Elif ha trovato l’unico modo per superarla e per scivolare definitivamente via dal tunnel, in cui era incappata. In una disorientante e fastidiosa depressione post partum, che aveva avvolto tutte le sue energie, che aveva disturbato il suo mondo, che, per la prima volta in vita sua, l’aveva  posta davanti al tempo infinito di otto mesi, senza nessuna idea, senza riuscire a scrivere neppure una riga di una nuova storia. E, quando è tornata  a scrivere, ha scritto la sua risposta al dilemma delle scrittrici e delle madri: per Elif Shafak, è possibile conciliare letteratura e maternità. Per Elif Shafak, è possibile dedicarsi a entrambe, con l’aiuto di una tata, che è stata un fondamentale punto di riferimento. Per Elif Shafak, ora, è possibile trarre ispirazione dalla presenza dei suoi figli, per i suoi libri. Per Elif Shafak, solo la scrittura l’ha fatta uscire dal tunnel, solo l’arte che aveva  guidato i suoi passi fino ad allora e continuerà a guidarli anche dopo, facendo risaltare anche il lato materno e femminile che aveva sempre cercato di confinare negli antri più nascosti della sua anima. Quella di Elif è una soluzione difficile, conquistata con fatica e  impegno, ma assolutamente, come la stessa scrittrice ha ricordato, personale. Dopo aver scavato nella vita di decine e decine di scrittrici, madri e non, e dopo aver portato la sua vita, come la vedeva prima, come la vede dopo, Elif conclude che non può  esistere una risposta sola e unica, per tutte. Perché, pur dovendo conoscere tutte le possibilità, bisogna semplicemente rispettare la decisione di quella scrittrice che decide di non sposarsi, di quella scrittrice che decide di sposarsi, ma di non avere figli, di quella scrittrice che cerca di conciliare la letteratura e la maternità, di quella scrittrice che ci riesce, in modo assolutamente soddisfacente, così soddisfacente, da poter trasmettere il proprio amore per i libri e, magari, anche la propria passione ai figli. Tutte sono egualmente degne di rispetto  ed Elif lo dimostra in un modo straordinario, con un’abilità narrativa davvero  incontrastabile.  “Latte nero” non si limita ad essere una raccolta di biografie di scrittrici famose, orientali e occidentali, né una semplice  e troppo personale pagina di diario. È qualcosa di più, qualcosa che va ben oltre. È una storia, una storia incantevole e incantata, un’analisi originale, realista e romanzata, di portata personale e universale, con la vena spensierata e nomade a  cui la Shafak ha abituato i suoi lettori nei suoi romanzi, precedenti e successivi a “Latte nero”. È la storia di Elif  scritta da Elif, con tutta l’anima della scrittrice turca e con  tutti i suoi lati interiori, che hanno imparato a parlare  la stessa lingua. Il libro è semplicemente una luce che ci apre un mondo, il mondo interiore e letterario di Elif, fornendoci chiarimenti sui suoi libri, sulle motivazioni che l’anno spinta a scrivere quella storia, sulle sue abitudini, sui suoi retroscena culturali e letterari. Su di lei, semplicemente. E lo fa tingendo le pagine di quelle storie che incantano i lettori. È una storia tutt’altro che scontata e banale e, assolutamente, mirabile, perché riesce  a portare davanti al mondo che non ha mai capito niente, un mondo completamente diverso. Elif, non solo riesce a esternare ai lettori il suo mondo interiore, ma riesce a  spiegare al mondo intero il complicato e meraviglioso mondo degli artisti, degli scrittori, dei romanzieri. La Shafak riesce a spiegare  l’inspiegabile, a mostrarlo a tutta l’umanità, con tutte le particolarità che lo rendono unico e   incomprensibile, con tutte le sue caratteristiche, con il suo innato amore per la solitudine, con tutto quello che fa del mondo degli scrittori un mondo a parte. Riesce a spiegare perché gli artisti si sentono doppiamente incompresi: da un lato, il mondo, superficiale com’è, non riesce a comprenderli per quello che sono; dall’altro, il mondo non capisce per quale motivo gli artisti, gli scrittori  affermano di sentirsi incompresi. È un libro dedicato a tutti, indistintamente, un libro scritto per tutti, ma, prima di ogni cosa, per se stessa, riuscendo a mettere in risalto il variegato  coro delle voci  discordanti  del miniharem  dell’anima di Elif. I lati interiori, i sentimenti, le emozioni, le visioni della vita e, persino  la depressione, si trasformano in personaggi, che mettono in scena  la vita di Elif, con fatti tutti interni alla sua anima, anche se, ovviamente, influenzati e regolati dal corso della vita esterna. E, così, saltano davanti agli occhi esterefatti dei lettori, i suoi lati interiori, le sue Pollicine, personcine piccole, ognuna con una propria abitazione,  un  proprio bagaglio culturale, le proprie convinzioni, le proprie attività, i propri abiti e il modo proprio in cui riescono a prevalere nella vita di Elif, più che altro, nel modo in cui Elif cerca di farne prevalere una sulle altre, dando più importanza a una più che a un’altra e capendo soltanto all’ultimo, per la felicità delle Pollicine, che tutte valgono nello stesso modo, che tutte vanno trattate nello stesso modo. Perché tutte le Pollicine, dal lato intellettuale, a quello nomade, dalla scrittrice alla madre, dalla sufi  alla donna, sono Elif. E non sono così discordanti come erano inizialmente. E, mano a mano che la storia  di Elif procede, cambia anche il regime che governa nella sua anima. All’inizio, c’è l’oligarchia. Elif convive con solo quattro  delle sei Pollicine realmente presenti, dà importanza e conosce solo loro quattro, rivolgendosi a loro, perché ignora (o cerca di ignorare) le altre due. Così, c’è la Signorina Efficienza, sportiva, pratica, con mille tasche per avere tutto a portata di mano, che fa soltanto le cose davvero utili  e che rappresenta il lato  di Elif con più buon senso, che crede che è assolutamente possibile conciliare scrittura e maternità, basta solo organizzare bene spazi e tempi. La Signora Derviscio è il lato sufi di Elif, la pacifista, la  tranquillità, la portatrice di amore e di buoni consigli, che ha mostrato una via inattesa a Elif, che si era definita agnostica per molto tempo, fino all’incontro con la filosofia sufi e con due personalità di spicco, come il grande poeta Rumi e il suo compagno spirituale Shams-i Tabriz, ai quali ha dato voce nell’indimenticabile capolavoro, “Le quaranta porte”. Consiglia a Elif di non interrogarsi tanto e di non farsi troppi dilemmi, prima del necessario, di vivere la vita così come viene, senza affannarsi, di chiedere a Dio  semplicemente ciò che è adatto a lei, ciò che, in qualsiasi modo, la renda felice e appagata. Poi, ci sono le due Pollicine, spesso in lotta tra di loro, ma che sono pronte ad allearsi, perché sono quelle che Elif ama di più.  Spicca l’Ambiziosa Cechoviana, la determinata, l’irrefrenabile, sempre in movimento e in attività, che esorta Elif a non perdere mai tempo, che cita sempre Cechov per spiegarsi, che riassume la sua filosofia di vita, nell’esigenza di lasciare  qualcosa di grande e degno a questo mondo, visto che non abbiamo deciso noi di venirci, visto che “troppe vite vengono schiacciate da una  routine monotona”. Ed Elif può lasciare il segno, con la sua passione di romanziera.  La Pollicina è assolutamente contraria alla maternità, perché  priverebbe Elif di troppo tempo. E poi c’è la sua acerrima nemica, ma anche convinta complice, l’Intellettualoide Cinica, la vegetariana, la cosmopolita, vestita hippy, l’instancabile  e appassionatissima lettrice, un’intellettuale preparata che conosce tutti i libri principali di tutti gli autori  più importanti, orientali e occidentali, e tutte le discussioni che sono state fatte intorno a quel romanzo e intorno alla figura di quell’autore, è una filosofa inesauribile e cinica, che, per rispondere, porta una miriade di citazioni, senza smettere mai e senza mai andare, particolarmente, al punto della questione.

Una sera,  intorno a mezzanotte, Elif viene svegliata dalle sue Pollicine, che hanno convocato una riunione d’urgenza, dopo che, per alcuni giorni, Elif aveva seriamente  riflettuto sul dilemma letteratura e maternità, postole da un’anziana scrittrice, Adalet Agaoglu, da cui era andata a prendere il tè, che si era sposata, ma aveva deciso di non avere figli, per dedicarsi a tempo pieno alla creazione dei suoi romanzi. Per lo stupore totale di Elif, l’Ambiziosa Cechoviana e  l’Intellettualoide Cinica si sono improvvisamente alleate, hanno organizzato un colpo di Stato militare, per mettere a tacere il lato materno di Elif, che sta cominciando a emergere. Si comportano da padrone, sotto la tacita approvazione della Signorina Efficienza e la rassegnata disapprovazione della Signora Derviscio, che diviene una prigioniera politica, perché preferirebbe, a tutto questo, un regime democratico.  L’Ambiziosa Cechoviana decide di aggiungere al suo nome il titolo “Milady”. Spingono Elif a partire per un collège di Boston, per fare esperienza di un anno, a cambiare aria, insomma.  Elif ha trentacinque anni e ha terribilmente paura del lato materno, che sta tentando di emergere, ha paura che  possa influenzare la sua vita, che non sia più libera e nomade come prima, che non possa viaggiare di continuo, che non possa più vivere con la valigia in mano, incapace di fermarsi nello stesso posto per troppo tempo, che non possa più dedicarsi, a tempo pieno, come vorrebbe, ai suoi libri, che sono i suoi figli, che sono la sua vita. E questo è perfettamente inconcepibile. Come ogni donna creativa e indipendente, Elif non apprezza l’idea del matrimonio, della stabilità, figuriamoci della maternità; e, così, si appoggia, con tutta se stessa, alla Milady e all’Intellettualoide Cinica, ai suoi lati letterari e intellettuali, per ignorare la Pollicina che conosce per la prima volta in aereo. Una Pollicina tutta diversa dalle altre, sempre dedita a ricette e faccende di casa, l’inaspettatissima Mamma Budino di Riso, il lato  materno della Shafak, che, dopo anni di isolamento, rivendica di essere ascoltata e considerata al pari delle altre e chiede a Elif di prometterle che non permetterà alle Pollicine di schiacciarla come hanno fatto fin ora. Elif sa di non poter mantenere quella promessa, anche se si dispiace per Mamma Budino di Riso, che sembra tanto indifesa, appoggia con tutta se stessa le iniziative delle due Pollicine intellettuali, il colpo di Stato e il giuramento davanti all’albero cerebrale del campus di Mount Holyoke.  È  il dilemma del libro, è il dilemma di Elif. È un momento centrale in tutta la sua vita, il momento in cui si rende conto che è necessario scegliere. Che non si può vivere eternamente in equilibrio, che è ora di dare una risposta al dilemma posto dall’anziana scrittrice: la letteratura e la maternità sono inconciliabili. Le esigenze creative, che sono tutta la sua vita, richiedono i loro spazi, i loro tempi, richiedono la totale libertà, che non può essere ostacolata da niente, neppure  dal corpo e dalla femminilità che lotta per emergere. Per ignorare definitivamente la sesta Pollicina, di cui Elif ha terribilmente paura. E, tra il corpo e il cervello, è ovvio che scelga il cervello, giurando di essere solo ed esclusivamente una scrittrice, né una moglie, né una madre. E, quello che potrebbe sembrare indecifrabile o inaccettabile a chi non è un’artista, è invece assolutamente e perfettamente comprensibile da chi lo è.  Perché è un dilemma da affrontare, ad un certo punto, nella vita, e scegliere, se essere più una cosa che un’altra, o, magari, trovare il modo  e il coraggio di essere entrambe.

La vita di Elif, di ritorno a Istanbul, prende una piega inaspettata. Una piega che ella e le sue pollicine non possono assolutamente prevedere. Una piega che, di colpo, non contrasta e non stride con la scelta di vita di Elif, con la sua personalità. Perché esiste una sola cosa capace di mettere insieme i pezzi, capace di far tornare sui propri passi, l’amore.  A un incontro di amici intellettuali, Elif conosce Eyup. Un uomo completamente diverso da sé, comprensivo, razionale, paziente, incantevole. A Elif, non piace. Elif se ne innamora perdutamente, nel tempo di un istante. E, mentre è a casa di Eyup, tra i suoi prodotti per il bagno, fa la comparsa la sesta Pollicina, la sensuale e femminile Blue Belle Bovary, che si chiama così in onore dell’enigmatica  Emma Bovary del romanzo di Flaubert. È un lato che Elif non conosce, la parte più femminile della scrittrice, che si veste elegante, che si agghinda per uscire, che si innamora. E l’amore entra nella sua vita, così, all’improvviso, ma profondamente,  facendo sciogliere le riserve di Elif. L’amore dà solo una tonalità diversa  alla sua esistenza e, un giorno, al bazar, Elif chiede a Eyup di sposarla. Perché, è vero, che è contro il matrimonio, che non è propensa ad apprezzare il matrimonio in sé e tutti i suoi rituali, ma vuole sposare lui, semplicemente, perché è con lui che vuole passare tutta la sua vita. I due si sposano all’ambasciata turca di Berlino, “perché il nostro matrimonio, almeno per noi, non era stato meno sorprendente dell’inattesa riunificazione della Germania”. Elif  vive tra l’università dell’Arizzona, dove insegna, e Istanbul, la città dove abita suo marito. Continua ad essere nomade, indipendente, libera, la Elif che  è sempre stata, anche se con   un lato che non conosceva, la Elif di cui Eyup si è innamorato. Perché la vera Rivoluzione deve ancora avvenire, perché il matrimonio non è ancora il fatto che sconvolgerà del tutto l’esistenza di Elif, che riesce a equilibrare ancora la sua vita,a  favore della Milady Ambiziosa Cechoviana e dell’Intellettualoide Cinica.  Sotto lo stupore generale, e, forse, di Elif per prima, dopo due anni di vita nomade, rimane incinta. E il momento in cui si reca da Mamma Budino di Riso per riferirglielo è l’ennesimo cambio di Governo della sua vita. Dall’oligarchia, al colpo di Stato militare, si arriva a un’incontrastabile monarchia assoluta, dove l’unica regina è Mamma Budino di Riso, ora, tutt’altro che indifesa, anzi, dominatrice, con la sua corona e lo scettro del suo potere, perché, in quel momento, deve guidare e occupare totalmente la vita di Elif, mette ai margini la Milady Ambiziosa Cechoviana e l’Intellettualoide Cinica, proponendo come uniche letture libri sulla maternità e bandendo tutti gli altri. Elif, in questo momento della sua vita, sente che ha l’obbligo di far prevalere il suo lato materno, il suo corpo, che ha la meglio sull’umore e sulle abitudini. Raccoglierà le sensazioni di quei mesi nel suo appassionato diario della gravidanza, accompagnata da una certa felicità, per un’esperienza che occupa tutto il suo tempo. Anche se è sotto la monarchia di Mamma Budino di Riso,  Elif va spesso a trovare l’Intellettualoide Cinica e, insieme a lei, legge e rilegge i libri che ama, perché, come dice la sua Pollicina, “Nessuno può bandire un libro”. E, poi, arriva il momento che Elif aspetta e teme da  nove mesi, perché, all’improvviso, rimpiange di non essere un’elefantessa (animale che tiene il piccolo per circa ventidue mesi). Così, “nel mese più bello a Istanbul”, a settembre, nasce sua figlia, Shehrazad Zelda. E, a questo punto, accade la vera Rivoluzione. Cadono tutte le Pollicine di Elif, sotto un’eguale confusione, e un’anarchia senz’ordine e senza logica. Elif è diventata madre ed è colta completamente impreparata. Continua a piangere e a piangere, incapace di frenarsi. Non si diventa madre da un giorno all’altro e, di colpo, ha qualcuno completamente a suo carico. Mamma Budino di Riso non riesce a dominare incontrastata come aveva fatto fin ora, le altre  non hanno abbastanza energie per trattenere la vita di Elif; anche le instancabili  pollicine intellettuali non sanno che fare, anche le loro attività sono bloccate. Elif aveva pensato che avrebbe allattato e scritto, ma, purtroppo, non riesce a fare nessuna delle due cose. Non riesce più a rimandare il dilemma letteratura e maternità e, di colpo, deve confrontarsi con le sue Pollicine, tutte insieme, che non hanno più nessuno che le guidi, nessuna che prevalga, ma tutte che soccombono nello stesso modo, tutte che parlano insieme, in un’anarchia senza fine… E, quando la situazione è critica, non possono che prevalere i poteri forti. È la volta della depressione post partum,  Lord  Poton, un Jinn  (figura mitologica della tradizione araba) solamente in apparenza innocuo e inoffensivo, che in silenzio, ma con mano ferma, rinchiude tutte le Pollicine in un cofanetto, mettendo a tacere tutte le voci interiori di Elif e prevalendo sulla sua vita, per lunghissimi otto mesi. Otto mesi in cui la madre si sente inadeguata, otto mesi in cui la scrittrice non riesce a scrivere neppure una riga di una nuova storia. E lo stato delle cose è aggravato, da un lato, dall’assenza di Eyup, in servizio militare, e, dall’altro, dal processo  contro  la Shafak per alcune  affermazioni pronunciate dai suoi personaggi  armeni fittizi del romanzo a cui aveva lavorato in quei mesi, “La bastarda di Istanbul”, sulla questione del   genocidio armeno ad opera del Governo turco durante la I guerra mondiale, accusata di  “offesa all’identità del suo Paese”. Guarda caso, l’udienza era stata  decisa per il giorno dopo il parto e, anche se è stata immediatamente assolta, sicuramente, il processo è stato un ulteriore motivo di ansia, che è andato a sommarsi a tutte le ansie e le preoccupazioni di quei mesi frenetici. Tutti cercano di rassicurare Elif, ma, per lei, rimanere a corto di storie è davvero terribile. Cerca di informarsi sulla depressione post partum e capisce che sono moltissime le donne che ne soffrono, che non è assolutamente né la prima, né la sola, decidendo di elaborare un suo personalissimo ed efficace test “Tu e Lord Poton. Quante sono le probabilità che vi incontriate?”. E, poi, finalmente, fa un sogno. Nel sogno, Lord Poton  si allontana sulla barca Aurora, in turco, Safak/Shafak, il nome della madre che Elif ha scelto come cognome. È l’ora di partire, di smetterla di tormentare la vita di Elif. Che, all’improvviso, soltanto, dopo aver toccato il fondo, riesce a rimettere insieme  i pezzi della sua vita. Dopo otto mesi infiniti, si libera del Jinn, proprio con la penna e la carta, gli strumenti inconfondibili della vita di una romanziera. Soltanto con la scrittura, che ha avuto sempre un effetto curativo e lenitivo sulla sua anima, riesce a scivolare via dal tunnel e rimettere in piedi la sua vita, grazie a “Latte nero”, il libro della sua esistenza. E, la prima cosa che fa, è aprire il cofanetto, dove  Lord Poton ha chiuso le sue voci interiori discordanti, che non sono neppure più tanto discordanti. Ad Elif sono mancate tutte, indistintamente. Perché tutte sono parte di Elif, perché tutte quante sono Elif, perché “Ora sanno che per vivere in modo autonomo ed equo hanno bisogno una dell’altra e che se una voce viene ridotta in schiavitù, le altre non possono essere libere”. Insomma, si passa  finalmente al regime tanto auspicato e desiderato da tutte le Pollicine, in particolare  dalla Signora Derviscio, l’ambita  democrazia. E, come Eyup impara ad apprezzare ogni piccola cosa della sua vita, al ritorno dal servizio militare, anche Elif impara ad apprezzare le piccole cose, al ritorno dalla depressione. E soltanto grazie alla depressione, della serie “non tutti i mali vengono per nuocere”. Elif può essere una scrittrice ancora migliore, una madre sempre migliore, con l’aiuto di una tata, che sa dare grande affetto sia alla madre, che alla figlia.

Da allora, Elif non ha avuto più problemi. È una romanziera  prolifica e appassionata, ha avuto  un bambino, Emir Zahir, e, fortunatamente, nella seconda gravidanza non ha incontrato né Lord Poton, né nessuno dei suoi parenti. E, soprattutto, ha imparato a conciliare la sua natura nomade, con le esigenze di una vita stanziale, la letteratura con la maternità, anzi, le due sono strettamente e intimamente legate, perché, può trovare nuova linfa vitale per la sua penna, nuova ispirazione dai suoi figli e dalla “bellezza e dall’intensità della maternità”. Perché, a volte, bisogna fare come Elif e, come dice la Signora Derviscio, prendere la vita com’è e non pretendere troppo da  se stessi. Certe cose vengono da sole, la passione che ti ha guidato tutta la vita non può abbandonarti di colpo e guiderà sempre i tuoi passi, mentre procedi e fai nuove esperienze. Mentre fai le tue scelte e prendi le tue iniziative, mentre potresti fare come la signora Agaouglu, o come la Shafak,  l’importante è che fai soltanto ciò che ti rende felice e appagata. E, se dovessi diventare madre, rassicurati dalle voci di corridoio che si sentono su Lord Poton: “Si mormora che stia diventando vecchio e artritico. Forse, presto smetterà una volta per tutte di tormentare le neomamme, preferendo trascorrere il tempo a lucidare la sua lampada”.

 

 

© Arianna Frappini

 

RIPRODUZIONE  RISERVATA 

 

 

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Libri senza pregiudizi

Rubrica a cura di Arianna Frappini. In “Libri senza pregiudizi” i libri sono un tesoro inestimabile, le pagine impreziosite dalle parole che svelano mondi strumenti capaci di insegnare, divertire, commuovere, far riflettere, far spalancare gli occhi e il cuore, in grado di far elevare lo spirito per farlo diventare in grado di volare e di valicare i confini geografici e culturali: i libri cambiano nelle diverse culture, ma ciò che non muta mai è la loro magica facoltà di far vivere nuove vite e di trasportare in mondi nuovi e, proprio per questo, affascinanti e interessanti, che rendono soprattutto la cultura araba capace di dare all’Occidente esempi letterari assolutamente pregevoli, che io mi propongo, come una missione, di far conoscere, apprezzare e amare.

Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

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