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“Quando io movo i sospiri a chiamar voi”

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03/05/2017 di Pietro Romano

 

Il mio proposito per quanto arduo consiste nel dimostrarvi che la letteratura può trasformarsi in un gioco molto simile ai SUDOKU o alle parole crociate che nel tempo libero, dopo una giornata di lavoro estenuante trascorsa alle prese con un capo altrettanto estenuante a cui per forza di cose si augura ogni tipo di disavventura– ma noi, noi non siamo tanto cattivi!-  risolviamo accoccolati sulla nostra soffice poltrona ascoltando il picchiettio della pioggia  che batte sulle finestre  o, perché no, in spiaggia distesi al sole, sbirciando allo stesso tempo i/le bagnanti che corrono in riva al mare.  La carezza delle onde sui bordi della spiaggia, la dolce brezza sulla pelle, la sabbia fina tra i capelli… Ah, che atmosfera suggestiva e rilassante!   Vien voglia di prenotarsi una vacanza!  Ma giusto per riallacciarci all’argomento del nostro discorso, l’occhio guizzante del lettore attento rimbalza di parola in parola, registra ogni indizio e rende la lettura finalizzata a una conoscenza più profonda delle cose. Il lettore se abile sa vestire i panni di un detective, interroga se e il testo, lo fa parlare, lo fa sedere accanto a sé, rende il momento della lettura un momento di inchiesta.  Leggere è un esercizio per la mente perché offre diverse chiavi di lettura e interpretazione della realtà. Così per meglio chiarire il nesso tra l’aspetto ludico e l’aspetto letterario, ho deciso di porvi all’attenzione un sonetto tratto dal Canzoniere di Petrarca, Quando io movo i sospiri a chiamar voi, dove vengono sciorinate una sofisticata tecnica letteraria e una gamma di scelte espressive che allenano la mente all’uso giocoso della parola.
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Canzoniere, V

 

Quando io movo i sospiri a chiamar voi,

e l’nome che nel cor mi scrisse Amore,

laudando s’incomincia udir di fore

il suon de’primi dolci accenti suoi.

Vostro stato real, che’incontro poi,

raddoppia a l’alta impresa il mio valore;

ma: taci, grida il fin, ché farle honore

è d’altri homeri soma che da’tuoi.

Così laudare et reverire insegna

la voce stessa, pur ch’altri vi chiami,

o d’ogni reverenza et d’onor degna:

se non che forse Apollo si disdegna

ch’a parlar de’suoi sempre verdi rami

lingua mortal presumptuosa vegna.

 

 

 

 

PARAFRASI DEL TESTO

 

Quando io emetto i (miei) sospiri per chiamare voi,

e il nome che Amore mi ha scritto nel cuore,

lodando incomincia a udirsi fuori

il suono della prima sillaba del nome.

Il vostro stato reale, che incontro di seguito,

raddoppia la mia forza in proporzione alla mia impresa;

ma: taci, grida l’ultima sillaba, perché farle onore

è compito adatto a altre spalle più forti delle tue.

Così il suono stesso, solo che qualcuno vi chiami,

insegna a lodarvi e riverirvi,

o degna d’ogni rispetto e onore:

se non che forse Apollo si sdegni

per il fatto che una lingua mortale con presunzione

venga a parlare dei suoi rami sempre verdi.

 

 

Che cosa c’è di eccezionale e fuori dall’ordinario in un sonetto come questo? Analizziamo punto per punto. Come si è detto, il sonetto è contenuto all’interno del Canzoniere di Petrarca che unitamente ai Trionfi presenta interamente il volgare e non il latino. L’opera che conta ben 366 componimenti può ben inscriversi entro un’autobiografia spirituale del poeta. All’interno della nostra letteratura nazionale la centralità del Canzoniere il cui titolo risalente all’autore è Francisci Petrarche laureati poete Rerum vulgarium fragmenta, ma in altre tradizioni meglio noto come Rime o Rime sparse, è data dal fatto che l’opera è anche un unicum nella letteratura medioevale. Di essa infatti ci è pervenuto il codice originale nella sua versione ultima, il cosiddetto Vaticano latino 3195 ,conservato a Roma presso la Biblioteca Apostolica Vaticana . La scoperta è tanto più eclatante se si considera un dato di sicuro non trascurabile, che il manoscritto è stato in parte scritto per mano del copista Giovanni Malpaghini sotto la direzione dell’autore. Inoltre rivela un dettaglio compositivo molto importante che è altrove attestato dal Vaticano latino 3196. Il quale Vaticano latino 3196  anch’esso custodito all’interno della Biblioteca Apostolica Vaticana non per nulla è conosciuto come codice degli abbozzi. Studi di carattere filologico hanno infatti dimostrato che il poeta dedicava cure assidue all’organizzazione dell’opera, impegnandosi in un continuo lavoro di scrittura, di riscrittura e correzione dei testi. Peraltro, il fascino che il Canzoniere ha destato nei moderni ben si esprime attraverso i lunghi studi dell’americano Ernest H. Wilkins, il quale passando in rassegna le testimonianze autografe di Petrarca,  è risalito a ben nove forme del Canzoniere tutte attribuibili all’autore e collocabili nel corso di circa un quarantennio. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che documentarsi sui testi o sui libri che leggiamo può diventare un lavoro davvero coinvolgente e accattivante che risveglia in noi antiche ma intramontabili passioni. Ben comprendo le vostre sensazioni. Ci sentiamo rapiti dal mistero che aleggia attorno a quell’opera, pronti a fagocitare insaziabili ogni notizia letteraria e, se è il caso, discuterla o criticarla.

Il dato numerico poi non va ignorato.  I 366 componimenti tracciano  una parabola di vita ideale che corrisponde anche a un arco temporale. Con ogni probabilità, l’ordine delle liriche che è relativo ai fatti narrati ricompone la durata simbolica di un anno cui si aggiunge il sonetto in apertura alla raccolta.  Attraverso la ricostruzione delle varie fasi dell’innamoramento il poeta estrinseca il disincanto amoroso e perviene al pentimento. Che personalità ardua da capire! Ma proprio questo è il nodo della suggestione letteraria. Il poeta dichiara la propria irrinunciabilità all’amore come esperienza che nobilita, a vantaggio dell’intensità e della profondità espressiva; ma dall’altro rivendicando il proprio impegno civile, tutto ciò che devia l’uomo dalla vita contemplativa appare completamente assorbito nell’errore della passione.

 Così l’opera non enuncia soltanto la vocazione del poeta a superare la prolungata illusione d’amore nella prospettiva cristiana, ma illustra anche la spiritualizzazione della donna amata. Il nome Laura figura come senhal. Al nome Laura si ricollega una  serie di riferimenti culturali che da un lato rimandano alla sacralità della poesia – il nome Laura è da intendersi in questo caso come trasposizione del lauro, pianta sacra al dio delle arti, Apollo- , dall’altro alla “laurea” poetica. Il poeta mette in risalto l’elemento dell’incertezza dell’esperienza amorosa al termine della quale è pervenuto a una sostanziale trasformazione interiore, segno del suo radicale rifiuto delle cose terrene in nome di una felicità che si attinge solo dalla grazia divina.

 

Posto che il Canzoniere può essere interpretato come il racconto dell’amore per Laura sulla cui effettiva esistenza storica oggi si addensano da parte della critica notevoli dubbi, immergiamoci nella lettura di questo sonetto.  Come vedete, accanto al testo originale ho posto anche la relativa parafrasi della lirica. Innanzitutto, divertito, il poeta mette alla prova la nostra attenzione, coinvolgendoci per l’appunto in un abile gioco letterario. Il nome di Laura che è implicitamente disseminato per tutta la durata della lirica evoca indi la presenza femminile, segnalandone l’assenza.  Esso è infatti dissimulato sotto un doppio acrostico. Ingegnoso, non trovate?

Così al terzo verso della prima strofe, la prima sillaba della prima parola (laudando)richiama a sé rispettivamente il primo verso della seconda strofe, e in particolare la prima sillaba dell’aggettivo real, e il terzo verso della stessa, e più esattamente la prima sillaba del verbo taci. Avete notato qualcosa? Si, abbiamo ricostruito il nome di Laura ( LAU-dare; RE-al; TA-ci). Ma perché Laureta? Ci soccorre fortunatamente la conoscenza del latino che getta luce sulla falsa etimologia che collegherebbe la parola “lauro” alla radice del verbo latino laudare. Laureta esprime una visione regale della donna amata.

Nella terza strofe del sonetto, il gioco si ripete, ma in una sequenza ben diversa da come prima era stato articolato. La prima sillaba della parola “laudare”, LAU, fa immediatamente seguire dopo un’altra sequenza sillabica costituita dalla prima sillaba della parola reverire, RE, a cui fa subito riferimento la vocale A di Apollo contenuta nella strofe successiva. Si ricompone esattamente il termine LAUREA, nome latino della donna, del lauro e della corona poetica.  Cosa ancor più affascinante se si pensa che al termine LAUREA si rifà anche il nome del titolo di studio più alto, a cui ogni studente, compreso il sottoscritto, reduce da notti insonni e disperate ambisce alfine, si spera, di realizzarsi sul piano lavorativo.

Sorprende la chiusa del sonetto che esplicita il richiamo al mito di Apollo e Dafne. Il rapporto tra Petrarca e Laura viene sublimato e trasposto nella dimensione mitica. Il mito racconta della metamorfosi della ninfa in lauro dopo essersi sottratta all’amore del dio. L’albero in seguito fu consacrato a Apollo che ne usò le foglie per farne la corona con cui cingere il suo capo e quello dei vincitori  delle gare olimpiche e poetiche.  Scommetto che proprio non ve lo aspettavate un simile riferimento alla mitologia destinato ad avere fortuna nei posteri, eh!  Esempio che valga per tutti è rappresentato dal gruppo scultoreo del Bernini tratto dalle Metamorfosi di Ovidio.

Il lauro diviene simbolo della gloria poetica. Il poeta vuole perpetuare l’amore per la poesia oltre i limiti imposti dal tempo, dando concretezza a un conflitto insondabile, quello tra passione e ragione, idealizzato e stilizzato secondo i motivi cari alla poesia stilnovista. Originale, dunque, il modo in cui Petrarca amplifica l’oggetto degno del proprio amore, riconoscendo tuttavia l’attrazione fatale che irresistibilmente lo distoglie dalla vocazione religiosa.

© Pietro Romano

 

 

RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

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