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L’Incanto della Letteratura per un Lago Disilluso : “Le Quaranta Porte”

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24/04/2017 di Arianna Frappini

 

Il mondo è divorato  dall’odio. È così pieno di odio,che  le persone hanno imparato a considerarlo praticamente normale. A considerare un’abitudine l’odio e, quando non si arriva a questo estremo, comunque la carenza d’amore. Il mondo s’è talmente abituato al suo pessimismo, che è diventato molto più brutto di quanto è in realtà. Le persone che ci vivono, che vivono gli eventi, che seguono le notizie, sono riuscite a rendere il mondo ancora più buio, di quanto sia in verità. Sembra che, per la gente di questo mondo, sia improbabile ogni luce. E dia fastidio ogni sogno al di sopra delle righe.

A un mondo che ha disimparato come ci si incanta,un mondo che ha dimenticato come si vola. Un mondo che nons a più sorprendersi, non sa più entusiasmarsi. UN mondo che dovrebbe  immergersi soltanto in un bagno  d’amore. in un libro, che rappresenti, al di sopra di tutto,  un fiume impetuoso, che lambisca  le coste scoscese del pessimismo e lenisca le ferite, quelle che non si vedono, ma ci sono e fanno più male, quelle che albergano nel cuore, nell’anima. La ferita più devastante, che si chiama disillusione. Perché cos’è un mondo senza sogni? Cos’è un mondo senza amore? è un mondo buio e terribile, un mondo disilluso che ha soltanto bisogno, per guarire davvero, di sognare. Di sognare, tra le pagine di un libro, che, se scoperto al momento giusto, se trovato al  momento opportuno e letto con tutto il cuore, può veramente cambiare la vita. Perché, ogni esistenza, per quanto statica, per quanto sia un lago paludoso e  inalterato, immobile sotto il Sole, come sotto i temporali che squarciano il cielo, può essere  aperto di colpo da un sasso che piomba dall’alto. In un fiume impetuoso, il sasso non fa nessun effetto, cade, scivola via, si allontana, si dimentica, perché, in una vita burrascosa, in una vita avventurosa, non è che un “altro elemento di disturbo”. … Ma la vita nostra, la vita di molti di noi, non è quasi mai un fiume impetuoso.  Ma un lago. E un sasso che cade in un lago  crea  un cerchio, poi un altro, poi un altro ancora, mille cerchi, mille increspature sulla superficie a specchio, che si espandono, che abbracciano tutto il lago e muoiono soltanto quando raggiungono la riva. E,anche quando non ci sono più, hanno lasciato qualcosa al lago statico, hanno già fatto il loro effetto. L’effetto di cambiare, di stravolgere, di ricominciare a scorrere. E non si tratta sempre di una persona,  di un evento. A volte, anche se al mondo disilluso pare impossibile  e folle, può venire da dove meno ci si aspetta. Dai sogni, dalle pagine magiche di un libro. E, a dimostrarlo, appassionata e instancabile narratrice, come acutissima disegnatrice di storie e sentimenti, è Elif Shafak,  una delle più influenti e prolifiche romanziere turche dei nostri tempi, nata in Francia, che vive tra Oriente e Occidente, che è riuscita mirabilmente a riassumere  tutta l’essenza della vita e della natura umane, in un capolavoro indiscusso, “Le quaranta porte”. Che inizia proprio così. Col fiume, col lago, coi sassi, che cadono dall’alto. Con la vita di Ella. Ed è una vita fin troppo famigliare. Una vita in cui molti di voi potrebbero riconoscersi. Perché Ella  ha quarant’anni e s’è costruita un’esistenza perfetta, Si crede completamente appagata e realizzata nella sua instancabile vita di casalinga, ha un marito, ha tre figli, ha tutto ciò che si potrebbe desiderare, ha la sicurezza economica e una casa da sogno a Northampton, vicino Boston. Eppure, scavando a fondo, andando oltre, Ella è infelice. Ella è disillusa. Ella ha dimenticato il sapore dell’amore, il gusto dell’amore. Il matrimonio di Ella, come quello di molti di voi, è diventato abitudine. E non stravolgerebbe mai quell’equilibrio, forse, neppure  avesse la totale certezza che il marito la tradisce. Per niente al mondo, cambierebbe la sua vita tranquilla, programmata, precisa, con quella romantica e impulsiva della figlia maggiore Jeannette, che è pronta, a diciotto anni, a sposarsi così, su due piedi, con il fidanzato, Scott, dando come unica motivazione, semplicemente, l’amore. Ella rimprovera Jeannette, perché è un’illusa  romantica, un’inguaribile sognatrice, che si troverà male nella vita, che non è assolutamente consapevole della decisione che sta prendendo. Fino ad arrivare a telefonare a Scott, chiedendogli di non sposare Jeannette. E il rimprovero di Ella alla figlia maggiore è lo stesso che risuona miliardi e miliardi di volte nelle orecchie dei romantici. Dei  sognatori. Che vengono continuamente rimproverati di essere fuori dal mondo, mentre, tutti lo ignorano, peccando di superficialità, ,  hanno una marcia in più, perché vedono il mondo molto più chiaramente e limpidamente degli altri. Perché riescono a vedere, coi loro occhi profondi e acuti, ciò che è invisibile ai disillusi: la luce nel tunnel, il Sole su un cielo ingombro  di nubi. Ella è amareggiata e delusa per la litigata con la figlia  e, forse, finalmente, consapevole di tutta la sua infelicità. Di tutta la pesantezza che ha assunto la sua vita matrimoniale e casalinga con David, i suoi figli e la sua casa perfetta. E non le resta che prendere, con scarso interesse e persino scarsa energia, il romanzo che la casa editrice con cui collabora le ha mandato per un parere editoriale e la compilazione di una scheda di lettura, per decidere se appoggiare lo scrittore sconosciuto e il suo libro. La “Dolce  eresia” di Aziz Z. Zahara, però, non è un libro qualunque. E piomba nella vita della casalinga americana, come una boccata d’ossigeno respirata a pieni polmoni, come un sasso che cade nel lago e lo scuote profondamente. Perché colpisce alle radici dell’infelicità. Perché la costringe a guardarsi allo specchio del cuore, a spogliarsi delle sue disillusioni. Per portare davanti agli occhi sempre più estasiati di Ella e del mondo, una storia, che arriva da lontano, da un altro continente, da un altro mondo, da un altro tempo.  Che, soavemente, , dalla prima pagina all’ultima, è semplicemente amore. Di amore, per amore, nell’amore. è un’esaltazione meravigliosa e infinita dell’amore, di qualsiasi forma si parli, di quello che non ha bisogno  di tipi, di definizioni, di etichette. Perché bastano la sua inafferrabile bellezza, la sua caldissima freschezza, la sua   libertà. Un gioiellino incastonato in una storia, un romanzo nel romanzo, sapientemente maneggiato  e reso indimenticabile dalla maestria narrativa della Shafak. Che riesce a passare dall’America dei nostri tempi, al mondo incantato e meraviglioso della Turchia del XIII secolo. Per aprire gli occhi,  far capire quanto, in un solo libro,  certe cose siano universali, senza limiti spaziali e senza limiti temporali. Senza alcun confine,la  “Dolce eresia” giunge al cuore di Ella, come a quello di chi prende quel libro in mano e, dalla prima pagina, incontra l’avventura e la meraviglia. E, in primo piano, una figura indimenticabile. l’indiscusso protagonista del romanzo, dove non pochi spiriti liberi e  nomadi, al mondo,  possono riconoscersi. E porsi l’eterno dilemma dei ribelli: è possibile rimanere liberi, radicandosi in un luogo? Costruendo una famiglia, prendendo una persona acanto a sé? È possibile rimanere nomadi e veramente ribelli, in una vita convenzionale? Shams-i Tabriz è un derviscio errante, ribelle, libero, che ha abbandonato la sua città natale, che ha lasciato le abitudini, le convenzioni, la stabilità, per spostarsi da un luogo all’altro, che ha rinunciato, da tempo, alla comprensione di un mondo incapace di comprendere la verità, un mondo che deve agire sempre, subdolo e meschino,  per interesse, sempre e solo per un secondo fine,  e non può e non sa agire, semplicemente per amore. Shams vive per amore e di amore, una more puro, totale, senza riserve. Un amore esaltato nelle sue quaranta regole, che spalancano il cuore, che spalancano le porte più autentiche dell’anima, per guardare la propria vita  e affidarsi all’amore di e per Dio.  Shams non ha che se stesso e il suo infinito amore. Ha imparato una lezione fondamentale nella  vita, aiutato dalla sua anima ribelle e indomabile, quella che conquista immediatamente il cuore dei lettori, quella che fa sorgere, immediatamente, un empito potente di ammirazione, fregarsene, assolutamente, dell’opinione altrui. Agire anche contro il mondo intero. Contro   l’egoismo, contro l’odio e la piccolezza di spirito,  risalire il fiume controcorrente. Non temere mai nulla, non vergognarsi e non dubitare mai delle proprie convinzioni e delle proprie azioni, non chiedersi mai cosa ne penseranno gli uomini accanto  a noi, intorno a noi. Basta agire  convinti d’essere nel giusto. E seguendo un solo principio, uno solo: l’amore. che deve essere unica spinta vitale, unico movente delle azioni, unico motivo per cui ci si avvicina a Dio e alla religione, al di là di qualsiasi ricompensa eterna. Non agire pensando al Paradiso e all’Inferno, secondo Shams, potrebbero essere distrutti entrambi, senza problemi, ma solo per amore. per il puro gusto d’amare, che solo riscalda il cuore, che solo riempie la vita.  E il derviscio lo sa bene. L’ha pensato, l’ha provato, l’ha spiegato nelle sue regole, che, però, non ha mai messo per iscritto. La sua filosofia sufi ha una sola parola d’ordine, ma rischia di rimanere sconosciuta al mondo. Perché Shams sa che deve morire.  Che verrà pugnalato e gettato in un pozzo. E deve poter versare l’acqua del suo pensiero in un recipiente che possa essere degno di contenerlo, che sia abbastanza profondo per comprenderlo e farlo suo, che possa rendere effettive le sue regole. Che possa cambiare la vita di qualcuno, mostrandogli la retta via. la vera strada. Questo è un suo bisogno, questa è la sua unica missione, per portare a termine la quale,  deve essere pronto  a sacrificarsi, come un baco, deve essere sacrificato, per ottenere la seta del suo bozzolo. Ed è pronto anche a stabilirsi in un luogo, per tantissimo tempo, per trovare il recipiente da riempire, egli che, da tutta la vita, viaggia da una locanda all’altra. Non fermandosi mai due notti nello stesso luogo,  ora,  è disposto a fermarsi a Baghdad, presso una confraternita di dervisci, aspettando che il maestro, babà Zaman,  gli indichi la strada e il compagno spirituale, a cui affidare i suoi insegnamenti.

Nella città di Conia, vive un predicatore molto apprezzato e seguito, Mawlana Jalal ad-Din,  detto Rumi, che tiene, ogni  venerdì, un sermone alla moschea, che raccoglie molta gente attorno a sé e  attorno alle sue parole, sagge, assennate, studiate, di grande impatto sui fedeli. Ha studiato a fondo il Corano e insegna alla madrasa, è stimato da tutti, considerato un esempio di sapienza e moralità da tutta la città.  Ha una famiglia perfetta, si è risposato dopo  che aveva perso la sua prima, amatissima, moglie, ha due figliche lo stimano e lo sostengono, e vive presso di lui anche la dolce Kimya, una ragazza  speciale, dalle capacità spiccate e dall’intelligenza acutissima, a cui ha insegnato il Corano e tutto ciò che sa. Tuttavia, si sente incompleto. Come gli mancasse qualcosa, come tutto il prestigio di cui gode non gli bastasse. Non fosse sufficiente, non fosse la sua strada. E a scuotere la coscienza di Rumi, sempre il solito sogno.  Un uomo, un derviscio errante, che gli appare di fronte, ogni volta, in modo un po’ diverso, poi, scompare. E Rumi comincia  a cercarlo ovunque, per le strade, per le stanze, finché si ritrova sempre nel suo cortile, tra le rose “di un giallo squillante” e la Luna che lancia i suoi bagliori sulla terra, si accosta al pozzo, guarda  dentro, inizialmente non vede nulla, poi, dal fondo, due occhi neri  che, , colmi  di un dolore indicibile, lo fissano. Un urlo potente, una voce disperata emerge ogni volta dalla gola di Rumi: “L’hanno ucciso!”. E, a questopunto, la moglie Kerra lo sveglia. Ed egli apre gli occhi,sgomento e pieno di terrore. Ma, proprio come sostiene lo stesso Rumi, deve esserci un motivo, un motivo voluto da Dio, se, per quaranta giorni, fa sempre lo stesso sogno.  Un sogno così eloquente non può rimanere inascoltato e lo racconta all’uomo che è stato suo maestro e, poi, discepolo, dopo la morte del padre. Che cerca di interpretare i segni diversi che emergono dall’inizio del sogno, ogni volta, un po’ diverso. In particolare, uno. Un cortile pieno di bachi da seta. E l’uomo si ricorda di un suo amico, babà Zaman,  maestro e direttore della confraternita derviscia di Baghdad, appassionato di bachi da seta.  E comprende che l’uomo che giace nel pozzo e fissa Rumi, non è che il suo compagno spirituale, l’amico di cui ha bisogno, che è sulla sua stessa strada e si trova, certamente, presso babà Zaman. Quel qualcosa che manca in una vita perfetta, per aprirgli le porte  dell’anima e far fluire, dentro e fuori, l’amore. Babà Zaman sa bene che l’amico di cui Rumi ha bisogno non è altri che Shams-i Tabriz. E che, nonostante tutti i pericoli che evidentemente correrà a recarsi a Conia, quello è il suo Destino. E, al suo Destino, Shams non ha alcuna intenzione di sfuggire. Anzi, ha  la  fretta e l’impeto di andare, senza guardarsi indietro. Trovare la sua strada e riempire la coppa di Rumi, il predicatore perfetto, che, pur avendo tutto, forse, davvero, non ha niente,  risucchiato com’è dal suo vuoto spirituale, dalla sua insoddisfazione, dalla sua, infinita e tormentosa, insofferenza. In una vita troppo lussuosa, perfetta, statica, lontana dalla gente comune, distante dalla vera essenza dell’amore, base e fondamento della filosofia sufi e della lettura più profonda del Corano. E le increspature del lago non potevano che essere generate da Shams-i Tabriz, ribelle,  nomade, innamorato dell’amore, misterioso, incompreso, un uomo senza peli sulla lingua, pronto a dire sempre ciò che pensa, anche al rischio della vita, e d’essere definito, da tutti, un eretico. Una “Dolce eresia”, però. Shams entra a Conia e mostra il vero volto di ogni fede. Dio non fa distinzioni, Dio accoglie tutti, col suo amore. e, con amore, va seguito. E, all’amore, deve essere votata la vita. E nessuno è troppo spregevole o peccatore, per non essere degno  di amare  e di essere amato da Dio. Basta, semplicemente, essere puri  dentro. E le maschere esteriori, i peccati del corpo, non sono che eventi del mondo. Che non possono e non devono intaccare la propria purezza interiore, che, se è presente, può trionfare al di sopra di ogni peccato, di ogni bassezza,d  ogni disprezzo e di ogni convenzione. Non importa quanto si è considerati peccatori indegni da tutta la città. L’importante è soltanto riconoscere la propria purezza, la propria bontà d’animo, dietro le facciate, che fanno rizzare tutti i capelli ai tradizionalisti e ai moralisti, e affidarsi al bagno dell’amore di Dio. Così, per Shams, è assolutamente possibile avvicinare all’Islam e al suo amore,  i perfetti maestri che si ritengono depositari della sapienza del Corano e unici degni di poter professare la loro fede,  al pari della prostituta, del  lebbroso e dell’ubriacone, i cui peccati e la cui dissolutezza morale vengono segnati a dito  dai moralisti.  Rosa del Deserto, Hassan e Suleiman, però, hanno una cosa in comune: ed è la purezza d’animo. La bontà dentro e il cuore pronto a spalancarsi all’amore, se solo qualcuno li aiutasse, se solo riuscissero a sentirsi pienamente degni di essere amati. Rosa del Deserto entra in moschea, velata, per assistere a un  sermone di Rumi e viene consolata, rinfrancata, rinfrescata, dalle sue parole sul Destino. Se una cosa accade, dice Rumi, c’è un motivo. Si vede che rientra nel piano di Dio, che vuole condurti, anche facendoti soffrire tanto, come Rosa del Deserto ha sofferto, a una strada superiore.  Alla strada maestra, a quella giusta. Ma i moralisti non possono consentire che una meretrice ascolti le parole del grande Rumi, al loro pari. Rosa del Deserto viene riconosciuta, condotta fuori,  minacciata di linciaggio e le cose si metterebbero davvero male per lei, se non  fosse che Shams-i Tabriz è da quelle parti ed è pronto a correre in suo soccorso. E Rosa del Deserto sarà salvata dall’intervento di Shams, così come  sarà riavvicinata a Dio e all’amore, convinta, finalmente, di essere pulita dentro, e sarà pronta a dare una benedetta svolta alla sua vita. Anche Hassan e Suleiman vengono confortati, aiutati, soccorsi e salvati da Shams-i Tabriz, che sa leggere in ogni  persona che incontra,che per lui rappresenta un Corano vivente, la   purezza e la limpidezza dell’anima, e a lavare via la sozzura dei peccati e delle convenzioni. E così, alla fine  di ottobre del 1244, Shams-i Tabriz e Rumi,  all’altezza della locanda dei venditori di zucchero, si incontrano. Ed è subito  chiaro al predicatore che è il derviscio che ha sognato.  Il  compagno spirituale che serve per riempire la coppa del grande Rumi. Per fargli rendere conto di essere infinitamente piccolo e di non sapere niente del mondo e della gente. Di non essersi mai avvicinato alla sofferenza dei peccatori, a non aver mai capito, davvero, l’essenza più profonda del Corano. Lui che l’aveva sempre letto e approfonditamente studiato. Perché, per Shams-i Tabriz, ci sono quattro livelli di lettura, dal più superficiale, al più profondo, in una contemplazione mistica e spirituale, in una fusione totale con l’amore, che sia acqua, lago, sorgente, che sia aria, che sia semplicemente l’essenza della vita. E l’unico movente delle azioni. Per arrivare alle falde  segrete della vera essenza, celata dietro la poesia e le metafore del libro sacro dell’Islam, serve una profonda, solitaria, meditazione sulle quaranta regole. È necessario allontanarsi da tutti quelli che si conoscono, ritirarsi soli con se stessi, prendere le distanze da tutto ciò che si ha imparato. Per entrare in contatto con   la parte più intima e autentica di un essere umano, il suo  animo, bisogna stare soli, dice Shams, isolarsi da tutti e tutto, per scoprire che la solitudine può cambiare la vita. La vita del grande predicatore Rumi, che dimentica tutto, eccetto l’amore. che si chiude in biblioteca con Shams,  a meditare sulle quaranta regole, perché dovrà trovare il coraggio per l’operazione successiva, ossia fare a pezzi la propria vita, spogliarla dei lussi, spogliarla delle protezioni, per prendere reale contatto con la verità. E rumi dovrà diventare pronto a rinunciare al suo prestigio, agli onori terreni, alla stima di tutti, e, parimenti, imparare a  raccogliere su di sé le pietre infuocate della maldicenza di chi prima era ai suoi piedi, fino a subire lo stesso disprezzo che, in genere,  si mostrerebbe a una meretrice o a un ubriacone. E, così, la visita di Shams non può che stravolgere la casa e le conoscenze di Rumi. È come un torrente sotterraneo, emerso di colpo, dagli abissi della terra. È una figura misteriosa, un uomo misterioso, così speciale, così solitario, così particolare, così testardo e ribelle, così autentico e incorruttibile,  da attirarsi, ben presto, l’odio di gran parte della città, che si accorda alle infamanti accuse di eresia e di influenzare negativamente Rumi, rovinando la sua reputazione. I moralisti e gli insegnanti più intransigenti della madrasa cominceranno a odiare visceralmente un uomo che non sta alle loro convenzioni. Che non si piega alle fiamme di un mondo meschino e bellicoso, con la minaccia dei mongoli che incombono a Oriente e con i cristiani, contro cui combattere, a Occidente. Un uomo che non si fa scalfire e toccare dall’odio, un uomo che predica la religione dell’amore, uguale per tutti, capace di portare alla luce i loro peccati e le loro imperfezioni, scegliendo, tra la strada più semplice e la verità, sempre e comunque, la seconda. E proprio per questo, come lo stesso Shams dice, è tanto odiato: perché “Quando dici la verità, la gente ti odia”. E, col passare del tempo, di pari passo con l’odio dei moralisti, sorge dagli abissi una potentissima avversione per il derviscio da parte del secondogenito di Rumi, ‘Ala Ad-Din. ‘Ala Ad-Din lo accusa di aver allontanato  il padre da sé,  dalla sua famiglia e dai suoi doveri, dal prestigio, che si era costruito in tutta la vita,  sprecato stupidamente, così, gettato dalla finestra, senza senso e senza logica. Il suo odio lo porterà a perdere e a perdersi. Ad allontanarsi da suo padre, fino all’irrimediabile, fino all’imperdonabile, e ad accodarsi col  resto dei moralisti, che complotta contro Shams-i Tabriz. Ma, se c’è chi disprezza Shams e inventa sempre nuove accuse, ogni volta più infamanti e inconsistenti,  c’è anche chi lo ama. Insieme a Rumi,gli ultimi   della città, allontanati   come le mosche. Rosa del Deserto, Hassan e Suleiman, in Shams-i Tabriz, hanno trovato il riscatto più alto. Per riavvicinarsi a Dio, alla religione, dalla quale, a causa dei moralisti, che si ritengono unici detentori della vera fede del Corano, avevano finito per allontanarsi, disperarsi, disprezzarsi. Per quanto riguarda  il resto della famiglia di Rumi, nei confronti di Shams, le varie persone adottano posizioni diverse, che seguono, in un modo o nell’altro, un’evoluzione nel tempo. Il primogenito, Sultan Walad, è così assennato e saggio e tiene in così grande considerazione il padre e la sua opinione, che rispetta  e, con il tempo, si affeziona a Shams, temendo per le calunnie che  tutta la città gli urla contro e per la sua stessa vita.  La moglie Kerra, inizialmente, si limita a non dire nulla, per non dispiacere il suo sposo, ma soffre moltissimo e ha una certa ostilità nei confronti del derviscio, perché sente suo marito sempre più lontano da lei,  dopo l’arrivo di Shams-i Tabriz. Ma, solo dopo  molto tempo, Kerra  sarà  costretta ad aprire gli occhi sulla personalità straordinaria di Shams e a cambiare completamente opinione, perché egli solo riuscirà a comprendere e a rassicurare la donna che, anche dopo la conversione all’Islam, avvenuta molti anni prima, avverte sempre la nostalgia  di Maria, la Madonna, che, le dice il derviscio, può tranquillamente continuare a pregare e a rivolgersi a lei, se ne sente  il bisogno. Infine, la dolce Kimya, che, in principio,  mantiene le distanze e le stesse riserve di Kerra  e le prime di ‘Ala Ad-Din, finché, un giorno, la sua  posizione nei confronti di Shams-i Tabriz muterà radicalmente, fino a farsi amore caldo e appassionato. Ed Ella, completamente immersa nella lettura della “Dolce eresia”, comincia a entrare in contatto con il mondo della filosofia sufi, che all’inizio non aveva compreso e apprezzato, riesce a  immedesimarsi così tanto nel libro,da prendere sul serio la possibilità di rianalizzare la sua vita, da zero. Così, a ogni nuova regola di Shams-i Tabriz, Ella si guarda allo specchio, Ella si rende conto di quanto la sua vita sia vuota senza amore… E sente, di colpo, il bisogno di riempirla, contattando l’autore del libro, Aziz Z. Zahara. Si scambiano e-mail, impressioni, confidenze.  Legano ogni giorno di più, vivendo nell’attesa febbrile e impaziente di accendere il computer e leggere  le parole l’uno dell’altra.  Ella è ben consapevole di essere molto diversa da Aziz e confesserà che , “come l’oste della storia”, ha dimenticato le parole per bussare alla porta di Dio e non è assolutamente religiosa, come lui. Aziz  rrisponde così alle parole di Ella: “Non sono religioso, sono spirituale”. E, a questo punto, lo scambio delle foto: prima lei, poi lui.  Vederlo abbraccia completamente Ella. L’avvolge  in un vortice di calore,  pervadendola, dal  corpo all’anima, di una fortissima emozione. Perché ha come l’impressione, ecco, sì, di aver già visto quell’uomo da qualche altra parte. Capelli neri e occhi smeraldo.  Come se quella fotografia suscitasse in lei un ricordo. Come l’avesse già visto nella sua fantasia, nella sua immaginazione, nei suoi pensieri. E non ci mette molto a ripensare dove lo ha immaginato. Aziz assomiglia  a Shams-i Tabriz, e non solo fisicamente. E, così scopriamo che, dietro lo scrittore della “Dolce eresia”, si cela una storia, una vita. Egli è nato in Scozia e si chiamava  Craig Richardson e, dai suoi genitori, dice di aver preso “un po’ della solitudine del pastore e un po’ dell’introspezione del libraio”. Quasi per caso, scopre le due  grandi passioni della sua vita, quella per la fotografia, che si porterà dietro per sempre, e quella amorosa per Margot, una donna olandese, di otto anni più grande, piena di energie e di voglia di lottare, di darsi da fare, con una personalità forte, inquieta, ribelle, che incanta e avvolge con la sua potenza operativa. Il giovane, a vent’anni, si innamora follemente di lei e i due si sposano, andando a vivere  ad Amsterdam. La vita prosegue bene, i due sono felici e innamorati, impegnati e pieni di energie e di aspettative per il futuro. Ma, a troncare tutti i sogni e le aspirazioni di una famiglia felice, ci pensa la vita che, a volte, sa essere davvero assurda. Perché Margot muore nel modo più stupido che si possa pensare. Le si ferma la macchina in autostrada, scende per andare a chiedere aiuto e viene travolta da un camion. La morte dell’amata getta Craig nel tunnel senza fine, che è  la disperazione. In un vuoto incolmabile, che minaccia di risucchiare indietro tutte le sue energie. E  si perde nel buio,  smarrendo la strada del ritorno. Dopo aver sperimentato la pienezza, scaraventato dalla vita negli abissi, non regge il colpo e comincia un’esistenza dissoluta, fino a entrare nel circolo vizioso della droga, fino a mirare, di  giorno in giorno, di notte in notte, semplicemente allo sballo, pianificando modi spettacolari di togliersi la vita, fino  a svegliarsi sempre in luoghi diversi,  sempre con  donne diverse, fino a perdere lavoro, amici e appartamento. Senza scampo, senza speranza, Craig affonda sempre più, fino a diventare una “larva”, “l’ombra dell’uomo che ero stato”. E, davanti allo specchio, si rende conto di non  poter continuare a vivere così. Finalmente, trova lavoro come fotografo in una rivista famosa e scappa da Amsterdam, in Africa settentrionale. E, mai, avrebbe pensato che la svolta, di cui era assetato, per risalire dal fondo paludoso, in cui era incastrato, minacciato di essere inghiottito dalle sabbie mobili, sarebbe venuta proprio in quel luogo. Craig conosce un antropologo famoso, che gli propone una sfida: essere il primo fotografo occidentale a introdursi nei luoghi sacri dell’Islam, in Arabia Saudita, a La  Mecca e a Medina, per fotografare e documentare la vita di quei luoghi. e, per formarsi, viene mandato in Marocco, presso una confraternita sufi, perché sappia sull’Islam tutto ciò che c’è da sapere. Il maestro Samid, a cui viene affidato, gli dice che gli ricorda un certo derviscio, vissuto nel XIII secolo, ribelle e indisponente, come lui, Shams-i Tabriz, appunto. E Craig sa, di colpo, che il suo posto è quello, che non deve partire. Ma rimanere. Decide di seguire la filosofia sufi e si converte all’Islam, cambiando il suo nome in Aziz Z. Zahara.  Ella, solo così, viene in reale contatto con la filosofia sufi, riesce a capire meglio la “Dolce eresia”, che assume, pagina dopo pagina, connotazioni sempre più universalistiche e utili agli uomini di tutte le epoche. Anche a quelli del nostro secolo XXI. Perché ci pone davanti alle visioni più contrastanti della vita e del mondo, riuscendo a riportare, con la stessa energia, i pareri contrastanti di chi apprezza e di chi critica il derviscio errante, fino ad arrivare a quello dello stesso Shams-i Tabriz. Tutti sono obbligati  a scegliere.  Una parte o l’altra.  Tutti sono posti di fronte allo stesso dilemma.  Sta ai lettori se lasciarsi andare alle accuse moraliste e semplicistiche o alle verità commplesse e e anticonvenzionali. È un uomo capace di andare oltre le convenzioni, capace di dimostrare quanto sia vacuo il materiale, quanto, per ricominciare davvero, bisogna prendere le distanze da ciò che si dava per certo. E Shams-i Tabriz farà una rivoluzione nella vita di Rumi, una rivoluzione da dentro, fino a fare a pezzi la sua reputazione, fino a fargli accettare il disprezzo e il biasimo di tutti, fino a fargli accogliere, in casa, Rosa del Deserto, che è  finalmente fuggita dal bordello, fino a farlo andare alla taverna, a prendere due bottiglie di vino, o, ancora, a fargli chiedere l’elemosina, davanti alla moschea, dove, un tempo, teneva i suoi famosi sermoni. Fino a far emergere la vera natura di Rumi, che non è destinato  alla predicazione nella madrasa, a tenere discorsi in moschea, ad essere uno studioso di religione, ma un poeta.  E, con la partenza di Shams, che ha terminato la sua missione ed è pronto a sacrificarsi come un baco, nonostante tutto il suo affetto per Rumi, comincerà a scrivere versi. Versi bellissimi che la moglie Kerra imparerà persino a memoria. E sarà questo il destino di Rumi, negli anni che verranno, nei decenni che verranno, nei secoli che verranno, proprio come aveva detto Shams, sarà ricordato come la voce dell’amore, rappresentando, tutt’ora, uno dei poeti più grandi della tradizione araba, uno dei rappresentanti più alti della poesia mistica sufi. Dalla critica letteraria, è  stato definito come lo “Shakespeare dell’Islam”. Perché   riuscirà  a esaltare tutto l’amore, che Shams-i Tabriz,  con le sue quaranta regole, gli aveva trasmesso.

Tuttavia, un libro così straordinario, un inno infinitamente grande all’amore, inesauribile fonte di insegnamenti e di dilemmi, che potrebbe essere letto, senza ombra di dubbio e con lo stesso interesse, da un religioso e da un ateo, doveva  dare nel finale ancora di più di tutto quello che ha dato nelle meravigliose pagine del suo svolgimento.  Doveva indossare il coronamento più alto e sublime, capace di lasciare, davvero, col cuore aperto. Perché, dopo aver conosciuto la staticità della terra, l’imprevedibilità dell’acqua, la mutevolezza del vento, il potere distruttivo del fuoco, mancava solo il quinto elemento, il vuoto, “cose presenti nella loro assenza”.

Dopo un breve periodo a Damasco, Shams-i Tabriz viene ritrovato   e riportato a Conia dal primogenito di Rumi, Sultan Walad, che, avendo esitato in un primo momento  sul da farsi, si era deciso a fare la cosa giusta, testimonianza più alta dell’affetto per suo padre e della sua infinita nobiltà d’animo. Shams è ben consapevole della necessità del suo sacrificio, tuttavia, vuole molto bene a Rumi e torna dal suo amico e compagno spirituale. A questo punto bisognerebbe trovare il modo di  abilitare il nome del derviscio errante,presso la gente, cercando un imparentamento con la famiglia di Rumi. Il poeta non osa neppure lontanamente confessare l’idea che gli è nata nel cuore, di chiedere a Kimya  se vuole sposare Shams-i Tabriz. A trattenerlo, è soprattutto il suo dovere di padre e il suo afetto per il figlio ‘Ala Ad-Din, che ha chiesto in sposa la ragazza. Ma, con un pizzico di leggenda e come testimonianza più alta di tutta la profondità  e delle capacità speciali della ragazza, la dolce Kimya  è   avvertita dalla moglie  defunta di Rumi, sua amica,  di questa idea, e si reca subito dal suo maestro, per esprimergli la sua intenzione di sposare qualcuno della casa, per non essere costretta ad andarsene. Rumi, in un primo momento, pensa che la ragazza voglia sposare ‘Ala ad-Din. Ma Kimya, completamente ignara dei sentimenti del giovane, che ella considera niente più che un fratello adottivo, rimane profondamente sorpresa di venire a sapere che egli ha chiesto la sua mano e, invece,  afferma, con una grande sicurezza e con l’amore che le arde nel cuore,   di  voler sposare Shams-i tabriz, in modo che non se ne vada mai più.  L’uomo, come un vero padre, le chiederà  se lo fa soltanto per questo e Kimya  risponderà così : “Perché Shams è il mio Destino”. Tuttavia, come la stessa Kimya  riconoscerà, sarà vittima di una delle più grandi illusioni delle donne di tutti i tempi, “di cambiare l’uomo che amano”. Il finale felice  è tutt’altro che scontato. Shams-I Tabriz, spirito ribelle e indomabile, non riesce ad abituarsi alla vita di tutti, di marito e di padre, e si sente soffocato da ciò che ha accettato di fare e, la prima notte di nozze,  respinge Kimya. Ella tenta in tutti i modi di essere felice col marito, finché non resiste più e chiede consiglio a Rosa del Deserto, per sedurre Shams. La donna, che è diventata una sufi e ha giurato che, mai più, in tutta la sua vita, avrebbe pensato agli uomini in quei termini, fa un passo indietro, soltanto per aiutare la sua amica, ma, dentro, sa che questo non ha alcun senso, che è un tentativo destinato a perire. Perché Shams-i Tabriz non è un uomo come gli altri, è uno spirito nomade,  che non è pronto, per un motivo o per un altro, per amare e lasciarsi amare totalmente dalla sua sposa.   Il tentativo fallisce miseramente e Kimya, ardente di desiderio, si sente umiliata dal rifiuto e corre in camera sua. Si ammala di colpo e, poco dopo, muore. A questo punto, la città, come dice Kimya, trova un’altra scusa per avercela ancor più con Shams-I Tabriz, accusandolo, senza logica, della malattia e della morte della ragazza. La sua uscita di scena è grandiosa, come la sua entrata, come il suo svolgimento, come la sua missione, come tutta la sua vita. Shams-i Tabriz se ne va, una sera  come le altre, in cui era uscito, come sempre, in giardino, con una torcia, a pregare. E affronta la sua ora suprema con tutta la sua fierezza, con tutto il suo coraggio, con tutta la sua pienezza, con tutto il suo amore. Se ne va ben  consapevole che sarebbe stato questo il suo Destino, attaccato in una sera qualunque e pugnalato dal  sicario più famoso della città.

E la descrizione della sua morte  viene fatta nel modo più grandioso e imprevisto. Direttamente da Testa di Sciacallo, l’assassino, incaricato da persone che insistono per rimanere anonime, abituato a questi lavori sporchi e che si porta  dietro, accettandolo come parte della sua vita, il fardello di tutti gli uomini che ha ucciso. Tuttavia,  questa volta è diverso. Macchiarsi le mani di sangue di Shams-i Tabriz gli scuote profondamente l’animo. Risvegliando, potente, la sua coscienza sopita da tempo. Afondare il pugnale nel petto di Shams  e buttarlo nel pozzo lo  devasta. Ha ucciso un uomo di fede, un uomo di Dio. E, come tutti gli altri che hanno partecipato all’assalto a Shams,  non troverà più pace e, soltanto, con la sua morte, si renderà pienamente conto di quanto fosse un uomo straordinario. E di colpo se ne rende conto anche ‘Ala Ad-Din, il secondogenito di Rumi,  che aveva fornito informazioni preziose per rendere possibile l’omicidio di Shams: “Dopo l’ingresso di Shams nella sua vita, la cerchia del suo amore divenne così ampia da includere anche i più infimi: prostitute, beoni, mendicanti, la peggiore feccia. Credo che potrebbe arrivare ad amare persino gli assassini di Shams. C’era, e ancora c’è, una sola persona che non riesce ad amare: suo figlio”.  “Aveva ragione Shams. Rotto uno dei vasi, anche l’altro avrebbe fatto la stessafine”.   La sofferenza di Rumi rimarrà sempre atroce, perché Shams-i Tabriz ha lasciato un grande vuoto e cerca di vederlo e di ricordarlo, ovunque, nella poesia, facendo risuonare nei secoli la voce dei versi delle quaranta regole dell’amore, che, se nonf fosse stato per Rumi, sarebbero rimaste sconosciute a Elif Shafak e, di conseguenza, a tutti  noi.  Un uomo che, forse, sarebbe stato dimenticato dai secoli e dalla storia, se non ci fosse stato un uomo, acuto, intelligente, profondo e sensibile, quale era il poeta Rumi, per scoprirlo e parlarne.… E,  ora, , quella che deve affrontare la vita e il vuoto è proprio Ella,  che, finalmente, incontra Aziz e, per lui e per il grandissimo amore che ha cominciato a provare, si dichiara pronta a stravolgere tutta la sua vita. Lascia il marito, i figli, la casa, la città, per seguirlo nei suoi viaggi intorno al mondo, sotto gli occhi esterrefatti della famiglia e delle vicine, appoggiata solo dalla figlia Jeannette, senza alcuna garanzia di felicità e di futuro, anzi, con la tremenda certezza che, tempo un anno, perderà l’uomo amato, che soffre di un tumore incurabile. Ella se ne va per Aziz, fa a  pezzi il suo passato, per vivere il suo presente. Per cercare di essere un piccolo Rumi, per conoscere  e raccogliere l’eredità di Aziz, un uomo che assomiglia molto a Shams-i Tabriz.  Aziz, in camera con Ella, le confesserà di avere timore di toccarla, figuriamoci di fare  l’amore con lei, perché ha la certezza che la farà soffrire, che dovrà deluderla, di doverle spezzare il cuore, sapendo di dover morire… Aziz Z. Zahara si spegne a Conia, con accanto la sua amata Ella, la casalinga americana che,per lui, ha messo in discussione tutta la sua vita. Ma nulla finisce con la morte. Shams-i Tabriz e Aziz Z. Zahara possono ancora vivere. Nei versi di Rumi, nella nuova direzione data da Ella alla sua esistenza, improntata all’esaltazione più convinta dell’acqua della vita. E, dopo che molti personaggi, primo tra tutti  Shams-i Tabriz, erano stati le voci che avevano riportato alla luce le quaranta regole, nel finale, sarà Ella a pronunciare la quarantesima, al telefono con Jeannette:

«”Una vita senza amore è una vita senza importanza. Non chiederti di quale tipo di amore andare in cerca, spirituale o materiale, divino o mondano, orientale o occidentale… le divisioni portano solo ad altre divisioni. L’amore non ha etichette né definizioni. È quello che è, puro e semplice.

«”L’amore è l’acqua della vita. E un amante è un animo di fuoco!

«”L’universo gira in un altro modo quando il fuoco ama l’acqua.”»

 


© Arianna Frappini 

 

RIPRODUZIONE RISERVATA

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Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

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