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L’Amore ed il Sacrificio : “Le Rondini di Kabul”

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24/03/2017 di Arianna Frappini

 

Chi ama, a volte, deve essere pronto a sacrificarsi, a farsi da parte. Ad aprire le braccia, anche se volesse stringerle attorno alle spalle della persona amata. A volte, chi
ama deve saper comprendere i desideri dell’amato, saper schiudere le labbra, per dire ciò che fa male come una scheggia incastrata nel cuore.  Chi ama deve saper fare un passo indietro, porgere le mani e pronunciare la frase più terribile e devastante che possa esistere: “Ti lascio andare…”. Chi ama può farlo. Perché, al primo posto, mette il benessere dell’altro, perché, anche prima di sé, mette la felicità dell’essere amato, anche se dovesse essere lontano da sé. Chi ama ci può riuscire e troverà  sollievo dalla sua scelta, anche se, nel contempo, lo farà soffrire enormemente. Un sacrificio grande per un bene più grande. L’amore, quello vero, infinito. Perché chi ama e rinuncia, chi apre le braccia e soffre ha una fortuna più grande di tutti gli altri. Che potrà dire di aver visto, nella sua vita, l’amore senza confini.  Perché l’amore limitato si accontenta del possesso dell’essere amato, ma quello illimitato è appagato solo quando l’amato attinge, a piene mani, alla fonte della vita e della felicità, fosse anche senza di te. L’amore illimitato è la forma d’amore più alta che si possa provare, ma anche la più difficile. Perché il prezzo da pagare spesso è alto. Ed è anche la più incomprensibile. Perché il mondo è abituato all’egoismo e ha dimenticato il sacrificio, quello vero, per amore. Nella tradizione letteraria e cinematografica di ogni dove, ci sono esempi intramontabili e intramontati di dimostrazioni dell’amore più alto  che si sacrifica per l’altro, dando spesso la sua stessa felicità, storie meravigliose e commoventi, fino alle lacrime, del coraggio più totale, perché, per aprire le braccia e provare, nell’anima, l’amore che mira all’orizzonte,  ci vuole coraggio. Un coraggio che non tutti possiedono, un coraggio sofferto, un coraggio che agguanta, con entrambe le mani, i pugni chiusi, la meta che ci si è prefissi. A ogni costo. A qualsiasi prezzo. Uno degli esempi più alti e più totali di questa teoria è rappresentato dal romanzo “Le rondini di Kabul” di Yasmina Khadra (pseudonimo dello scrittore algerino  Mohamed Moulessehoul), che è anche uno splendido inno alle donne, alla loro forza e alla loro bellezza. Un bagno al vetriolo, è scritto nella nota di copertina, ma questo non solo e non tanto. perché è un’immersione in una realtà devastante, quella di Kabul  dopo vent’anni di guerra, smembrata, assassinata nell’anima, distrutta nelle fondamenta, dove il terrore dei talebani e le esecuzioni pubbliche sono diventate la quotidianità. Una realtà dove anche le più salde certezze vacillano, una realtà dove non c’è posto per i deboli. Ma una realtà, dove risplende la luce più alta, quella che salva ancora, in mezzo all’inferno della brutalità, quella dei sentimenti. Dei sentimenti che spingono al sacrificio, dei sentimenti che sanno ancora far tremare il cuore, dei sentimenti che, nonostante tutto, sanno ancora far splendere gli occhi, aridi e inariditi da tutto quello che hanno visto e vissuto, per riempirli di lacrime. Perché, anche tra le pietre  e le tombe, perché anche nel fuoco della distruzione e nell’abisso in cui Kabul è stata scaraventata dalla guerra che “sembra aver trovato una patria”, può nascere una storia, che è, insieme, di sacrificio e di speranza, di vita e di morte, di passato e di presente. E sboccia così, quasi dal nulla, dalla penna di uno scrittore che ha tinto le pagine di una storia sublime,  che sfiora, in linguaggio e svolgimento, la grandiosità della tragedia greca antica. Una storia che spunta  nell’Inferno di una città, che non sarà mai come prima,  pronta a saltar fuori dagli antri tenebrosi della disperazione, “come una ninfea sulle putride acque di una palude”. E, sul cielo  cupo, quattro personaggi, le quattro “Rondini di Kabul”. Atiq Shaukat, carceriere occasionale, che ha votato tutta la vita al servizio   degli esecutori della legge, che mandano a morire gente  sotto i suoi occhi. Sua moglie Mussarat, che soffre di un male  incurabile, che, a soli quarantacinque anni, indebolisce sempre più il suo fisico, le sue membra, e, presto o tardi, la porterà alla morte. Mosen Ramat, un borghese in decadenza, che ha perso tutto. La sua casa, la sua ricchezza, i sogni  e i piaceri di poter passeggiare, senza problemi, con la moglie, per le strade. E sua moglie Zunaira, un ex magistrato, sostenitrice della causa femminista in Afghanistan, privata del suo lavoro e della sua vita, preferisce barricarsi in casa, che uscire per le strade, col burqa. Ma a Kabul, nulla è destinato a rimanere  così staticamente immobile, ognuno si culla nelle sue certezze, nelle sue illusioni, nella propria durezza o nel lasciarsi andare alla propria inesorabile debolezza, fisica e psicologica, senza cercare di reagire e di resisterle. Tutto inizia, il giorno  in cui viene lapidata, sulla pubblica piazza, una prostituta. Atiq se ne tiene più lontano possibile, cercando, per il lavoro che fa, di farsi scivolare addosso tutte quelle morti e le atroci esecuzioni, come non lo riguardassero, che gli passano davanti, senza toccarlo. E si immerge nelle sue preoccupazioni, a cui tenta di reagire con la cattiveria, come se infliggendo colpi agli altri  potesse lenire davvero la ferita profonda che gli giace nell’anima, una sorta di indolenza, di vivere seguendo l’abitudine, senza vivere davvero. Mosen,trascinato dalla folla inferocita, scaglia delle pietre contro la donna. E il gesto testimonia tutta la sua frustrazione e tutta la sua incapacità di rimanere davvero lucido, mentre tutto  va allo sfacelo, mentre tutto gli sfugge di mano. E confidarsi con la moglie Zunaira, inizialmente, non sembra dare frutti, perché ella,testarda e fiera, dai saldi principi, si chiude in un mutismo assoluto, in una notte insonne. Alla fine, però, , giunge alla conclusione che deve assolutamente sostenere il marito, mille volte più debole di lei.  Ma le cose sono destinate a precipitare, senza rimedio. Mosen si illude di poter uscire di nuovo, per strada, con sua moglie, come ai bei tempi, in cui si sono innamorati e sposati. Zunaira sa bene che non  è così, che preferirebbe murarsi in casa, che uscire col burqa, che nascondere il suo viso, obbligata a nascondere la sua dignità.  Ma, per far felice il marito, fa un grande sacrificio e  mette da parte il suo orgoglio. Mosen e Zunaira, di nuovo per strada, sembrano tornare alla felicità di un tempo passato, troppo lontano, e il suono delle loro risate sembra essere il miglior auspicio che si possa desiderare.  Ma un talebano si accanisce contro di loro, ricordando che non è possibile ridere forte per strada, e costringe Mosen ad ascoltare un sermone di un capo religioso. Egli dice che deve accompagnare sua moglie dai suoi genitori, ma il talebano lo minaccia e Zunaira si avvicina al marito, per dirgli, per pietà, di lasciar perdere, ma viene colpita e costretta da parte. Zunaira, dietro la graticcia del suo burqa, aspetta, sotto il Sole cocente e impietoso, Mosen che, in moschea, ascolta il mullah predicare. E, quando esce, tra le macerie di Kabul, nulla è più come prima. Perché Zunaira si chiude in un ostinato, offesissimo, silenzio, dietro il burqa,che non toglie mai, perché è una donna che non perdona facilmente. E si è sentita umiliata, oltraggiata, davanti agli occhi del marito. Mosen cerca di fuggire da casa e dalla realtà, finché non ne può più e, consumato dalla disperazione e dal bisogno di aggrapparsi alla moglie che, per lui, è il suo unico Sole, l’affronta. Ma Zunaira è ostinata e testarda, fiera come poche. Sostenitrice della causa femminista, che s’è sentita offesa, picchiata davanti agli occhi del marito, che non ha alzato un dito per lei. Ed è convinta della sua decisione: che, con quell’uomo, è davvero finita e non lo vuole più vedere. Mosen, che era stato un uomo istruito e aveva sempre trattato con tutti i riguardi la sua sposa, che, anzi, le aveva detto di fermarlo e di avvertirlo, se avesse visto che cambiava atteggiamento nei suoi confronti, si rifiuta di accettare quella decisione, di fare un passo indietro  per lei, e la vuole obbligare a sollevarsi il burqa, perché vuole vedere il suo  volto bellissimo. Ma Zunaira ha una risposta inequivocabile, che fa perdere la calma a Mosen: gli dice di andare dai talebani, gli stessi che l’hanno picchiata e umiliata sotto i suoi occhi, a quei talebani contro i quali Mosen non ha pensato, neppure un istante,  di mettersi, perché rappresentano la legge, la legge al di sopra di ogni amore, di andare da loro e di chiedere di abolire il burqa, se ci tiene tanto a vedere il volto della moglie, che ricorra alla stessa legge che ha strenuamente difeso a parole e con l’inerzia dei gesti. Mosen usa la forza, tirando e strattonando Zunaira, che risponde con altrettanta forza. E, alla fine, uno schiaffo, che fa più male di un masso che cade da una montagna, si abbatte sulla guancia di Zunaira. La scena seguente è devastante, Mosen, inorridito dal suo stesso gesto, implora Zunaira di perdonarlo. Ella, ancora più umiliata e ridotta, persino,  allo stato di sottomessa, contro il quale aveva sempre cercato di combattere e nel quale non sarebbe mai voluta cadere,  fa per andarsene. Ma, neppure qui, Mosen sembra avere sufficiente coraggio,  per aprire le braccia, e si aggrappa a lei, per trattenerla, Zunaira, furiosa,afferra il marito e lo spinge indietro. Egli inciampa e, picchiando la testa, muore.

Il nuovo capitolo si apre su un’atmosfera cupa, ma apparentemente quotidiana e normale, per Atiq, che, tuttavia, è scocciato dalla richiesta del capo di rimanere più a lungo alla prigione, perché ha una nuova prigioniera per lui. Atiq è già abbastanza seccato per gli affari suoi e ha deciso di non permettere alla moglie di usare la malattia, come scusa per essere irascibile e intrattabile. E ha risposto, essendo nello stesso modo, irascibile e intrattabile, lontano dal mondo, con una stanchezza e un’apatia addosso, che hanno terribilmente bisogno di essere scossi. Le guardie portano una prigioniera accusata di aver ucciso il marito. e, quando Atiq alza gli occhi sulla donna senza velo, è come se gli si spalancasse il cielo, in tutta la sua immensità, davanti. Da  anni e anni, non vede il volto di una donna, se non quello della moglie Mussarat. Da anni, il volto delle donne, capace di far sognare gli uomini, solo di farli sognare per renderli felici, sono nascosti dietro agli impenetrabili burqa, alle barriere che i talebani hanno imposto loro. Ma quella donna è senza velo ed è bellissima. Quella donna toglie il fiato al carcieriere, gli fa battere il cuore, lo fa entrare   in uno stato di apparente smarrimento e confusione, ma, più a fondo, gli fa provare una gioia e un turbamento che da tempo aveva dimenticati. Quella donna, si convince Atiq, non può aver fatto  del male, se ha ucciso il marito, ci sarà stato un buon motivo. Quella donna,  Atiq  lo sente, non può morire come tutte le altre. Eppure, sarà quella la sua fine, venerdì, eseguita pubblicamente, allo stadio.

Quella donna è proprio Zunaira. E racconterà ad Atiq la verità, che la morte del marito non è stata altro che un terribile incidente, spiegandola  così: “L’ultimo legame che mi restava si è volatilizzato per colpa mia. Era una fiammella, vi ho soffiato sopra troppo forte per trasformarla in torcia e l’ho spenta”. Qualcosa scuote Atiq  nel profondo dell’anima. Qualcosa che non aveva  mai avvertito. Una forza e un coraggio, che gli fanno nascere una certezza nella mente: quella donna è innocente,  non va uccisa e deve chiedere al suo superiore, Qassim Abdul Jabbar, di far rivedere il processo e la condanna. “Non possono uccidere un’innocente!”. È questa la frase che, di colpo, stravolge la vita del carceriere. La chiusura di Qassim e la condanna irreversibile lo indignano, al punto da fargli sorgere, nell’anima, una voglia di resistenza, la voglia di opporre i sentimenti e l’umanità, alla brutalità delle esecuzioni. Stavolta, non riesce a passarci sopra, ad andare oltre, e apre la porta della cella di Zunaira, pronto ad affrontare tutte le conseguenze di quel gesto. Ma la donna si rifiuta di andarsene, non vuole rovinare la vita di Atiq, ha accettato il suo destino e la sua morte, perché, per lei, in tutta quella distruzione   e in quella devastante distesa di desolazione, ognuno  di loro è già  stato ucciso da tempo, dentro.  E, a questo punto, il finale inatteso e sconvolgente, che svela  la forza di Mussarat, una donna che, per tutto il resto del racconto, era sembrata debole e abbandonata alla sua debolezza. Mussarat, che non aveva capito fino a quel momento, legge negli occhi del marito, la verità e, nelle sue lacrime, che da immemorabile tempo  non inondano il volto di Atiq (forse, non l’hanno mai inondato), che da tempo non scuotono le sue spalle (forse, non l’hanno mai scosse), trova il coraggio, che era mancato a Mosen, di aprire le braccia e prendere  la decisione che nessun altro ha il coraggio di prendere. Atiq  è innamorato di Zunaira e Mussarat lo spiega così al marito, alla domanda che cosa gli stia succedendo: “quanto di meglio può capitare a un essere umano”. Prima lo convince ad andarsene con Zunaira, a scappare, ella è disposta a farsi da parte, poi, è pronta a fare il sacrificio più grande, davanti a un miracolo, come lo chiama lei, le lacrime sul volto del carceriere, duro e apatico, da sempre. È  il sacrificio più alto che Mussarat possa fare, perché, ella, per Atiq, è disposta a fare qualunque cosa, anche a dare la vita. È pronta a sostituirsi a Zunaira e ad essere processata al suo posto, per consentire al marito di rifarsi una vita con lei e alla donna di essere libera. Atiq è sconvolto dalla decisione di Mussarat e la implora di non farlo, come le aveva  detto che non sarebbe fuggito con Zunaira, perché  non avrebbe mai abbandonato  sua moglie, la donna che, a suo tempo, gli salvò la vita. La stessa donna che gli curò le ferite, ora, è pronta a dare la sua vita. E Atiq volta le spalle allo stadio, proprio come Mussarat aveva sperato, mentre gli esecutori uccidono sua moglie, al posto di Zunaira. La quale avrebbe dovuto assistere alle esecuzioni nello stadio e, poi, all’uscita, Atiq l’avrebbe portata via con sé. Ma, come si può intuire dalle sue parole e dalla sua fierezza, Zunaira, per altro ignara del sacrificio di Mussarat, come dell’amore del carceriere, non gradisce l’idea, anzi, odia l’idea di prendere  parte, come spettatrice, a un tale scempio. All’uscita dello stadio, Atiq rimane nella desolazione del suo silenzio, con una pozza di sangue coagulata  per terra, completamente solo, perché Zunaira non c’è e non si trova.  Atiq, forse, soltanto ora, comprende  tutto l’amore che Mussarat provava per lui e, davanti al sacrificio della moglie, che pare fatto invano, si dispera. E comincia a vagare per le strade, senza trovare pace. Alla disperata ricerca di Zunaira, cercandola sotto i burqa di tutte le donne. Che solleva uno a uno. E questa è un’immagine simbolica fortissima. Sollevare i burqa, sollevare  le barriere che nascondono le donne è un po’ come andare contro la legge, ma nulla importa, se c’è l’amore, si può fare qualsiasi cosa. Ora, anche Atiq lo sa. Ma gli uomini, infuriati con il carceriere per il gesto sconsiderato e disonorevole di sollevare i burqa delle loro spose, minacciano di linciarlo e di ucciderlo. Atiq, già colpito, chiude gli occhi, sperando che il suo sonno sia “impenetrabile come i segreti della notte”. Perché, davanti alla vita e  alla morte, c’è una cosa più grande di entrambe: l’amore.

 

© Arianna Frappini 

 

RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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Libri senza pregiudizi

Rubrica a cura di Arianna Frappini. In “Libri senza pregiudizi” i libri sono un tesoro inestimabile, le pagine impreziosite dalle parole che svelano mondi strumenti capaci di insegnare, divertire, commuovere, far riflettere, far spalancare gli occhi e il cuore, in grado di far elevare lo spirito per farlo diventare in grado di volare e di valicare i confini geografici e culturali: i libri cambiano nelle diverse culture, ma ciò che non muta mai è la loro magica facoltà di far vivere nuove vite e di trasportare in mondi nuovi e, proprio per questo, affascinanti e interessanti, che rendono soprattutto la cultura araba capace di dare all’Occidente esempi letterari assolutamente pregevoli, che io mi propongo, come una missione, di far conoscere, apprezzare e amare.

Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

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