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“Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini – Analisi, Recensione, Sintesi

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27/02/2017 di Salvatore Varriale

ragazzi

RIASSUNTO

Il romanzo, composto di 8 capitoli, racconta le vicende di un gruppo di pischelli di Pietralata, uno dei numerosi quartieri dell’infernale periferia romana degli anni ’50. Il Riccetto, Marcello, Alduccio, il Caciotta, il Lenzetta, Genesio, il Begalone, il Pistoletta sono i “ragazzi di vita”.  Il Riccetto (figura centrale nella prima parte del romanzo) vive con la sua famiglia in una scuola divenuta centro di raccolta per sfollati. Egli cresce a stretto contatto con i bassifondi della città e campa di espedienti più o meno legali, come furti e gioco d’azzardo, per sopravvivere; riesce quasi sempre a passarla liscia tranne una volta in cui accusato di furto non commesso viene condannato a tre anni di galera. Egli è capace anche di autentici atti di umanità, come quando si tuffa nel Tevere rischiando di morire per salvare una rondine. Crescendo il Riccetto entra a far parte della società consumistica e si omologa agli ideali del mondo borghese. Nella seconda parte del romanzo gli occhi vengono puntati maggiormente sugli altri ragazzi di vita, accomunati da un triste destino. Alduccio non fa sogni tranquilli, alle prese con il padre alcolizzato, la madre epilettica e la sorella incinta con manie suicide. Marcello muore in seguito al crollo di un edificio, sepolto dalle macerie; Amerigo si uccide, il Begalone è gravemente malato. Il Piattoletta muore bruciato al palo della tortura durante un gioco feroce; Genesio, il più taciturno, annega nelle acque dell’Aniene. Il Riccetto assiste alla tragica scena, ma non interviene perché ora che ha raggiunto una certa stabilità non vuole rimettersi nei guai.

ANALISI E COMMENTO

Raazzi di vita è un romanzo pubblicato nel 1955 da Pier Paolo Pasolini. L’idea di realizzare il libro, incentrato sostanzialmente sulle borgate di Roma, nasce nel 1950, quando l’autore arriva per la prima volta in Capitale e incontra il mondo periferico, che, secondo lui, conserva ancora l’autenticità del mondo rurale, semplice e primitivo, non ancora corrotto dal consumismo. I protagonisti del racconto sono ragazzi cresciuti nelle borgate e abituati a vivere di sotterfugi più o meno legali, per cercare di tirare avanti, senza una famiglia alle spalle o qualsivoglia punto di riferimento. Essi, in ogni giorno, devono confrontarsi con la durezza della vita.

Lo scrittore punta i fari principalmente su uno dei ragazzi, Riccetto, seguendone la crescita e il suo tentativo di integrarsi all’interno nella società. Il ragazzo, dopo aver affrontato svariate peripezie, riesce a responsabilizzarsi, a trovare una certa stabilità nel mondo. Ci sono due momenti chiave che scandiscono bene questo passaggio: il salvataggio da parte del Riccetto di una rondine che sta annegando e la morte di Genesio, un bambino delle borgate, che annega nelle acque dell’Aniene (i momenti coincidono rispettivamente con l’inizio e la fine dell’arco temporale in cui si svolgono i fatti narrati). E’ proprio il mancato intervento del Riccetto a rappresentare l’evoluzione del personaggio, che da ragazzino sensibile e impulsivo diventa uomo adulto e integrato, ma pur sempre soggiogato ai meccanismi della società, ormai privo di passioni.

L’obiettivo dell’autore è quello di rappresentare il mondo con estremo realismo: ecco perché decide di utilizzare nei dialoghi il dialetto romanesco, attingendo dal gergo delle borgate, mentre la voce narrante si esprime attraverso l’italiano standard. Pasolini, inoltre, adoperando tantissimi aggettivi, riesce a fare un’autentica fotografia dell’ambiente degradato. Questa scelta, quindi, è volta a creare un’opera quasi documentaria, che descrive le cose così come sono, in tutta la loro essenza declassata. L’assunzione del “parlato” dei personaggi come lingua è un uso dichiaratamente verghiano e l’utilizzo dell’indiretto libero, in più, porta a una regressione nei personaggi dello scrittore stesso, che ne imita il modo di parlarne. Insomma adoperando quella lingua regredita, Pasolini impedisce una posizione super partes, psicologica e morale (“L’adozione della lingua del luogo è un’imperterrita dichiarazione d’amore nei confronti del mondo reale”, scrive Contini). Qualcuno dice che abbia voluto puntare sul dialetto per favorire la sua personale ricerca lessicale dei termini popolari rari. “Pasolini presenta, travestiti da realistici, interessi […] essenzialmente filologici” , dice Elio Vittorini, nel Diario in pubblico (1957).

Ragazzi di vita offre anche una chiara immagine di Roma negli anni post-bellici e della tenera umanità dei “borgatari”. Da un lato, Pasolini è commosso dalla vitalità di queste creature, che ispezionano il mondo cercando di tirarne fuori il meglio. Dall’altro, ne osserva il loro programmatico destino, che li porta ad asservirsi a un modello di sviluppo che li esclude dal suo orizzonte. La Roma del primo capitolo, quando nelle strade circolavano ancora i fascisti tedeschi, conserva gli ultimi sapori contadini: indizi sono la presenza della rondine, che vola nell’aria incontaminata, e la limpidezza delle acque del Tevere, dove è ancora possibile tuffarsi.

La fabbricona di Monteverde Vecchio, il Ferrobedò, è il luogo in cui i bambini diventano ragazzi di vita, ma anche il simbolo di un’epoca distrutta dal fascismo. A partire dalla fine della guerra, la Capitale (e con essa, il suo tessuto sociale) si allarga mediante la nascita di numerosi quartieri al suo interno: da Donna Olimpia a Portanaccio, da Ponte Mammolo al Tiburtino, i ragazzi di vita sembrano muoversi come nella terra di Lazzarillo de Tormes, passando da un incontro all’altro, da un’illusione all’altra. La povertà, che a partire dagli anni 60 diventerà il marchio di una popolazione frustrata, viene vissuta ancora come immanenza della realtà, non umiliante. Possiamo immaginare il romanzo come un grande mosaico i cui frammenti narrativi si succedono secondo un filo conduttore logicamente organizzato. Alla fine emerge tutta la fragilità di quel mondo: ai ragazzi non è più concesso di seguire le tacite regole interne a cui si erano affidati fino a ad allora, che permettevano loro di trovare una sorta di ordine nel disordine, ma devono seguire una strada obbligata, nei rituali borghesi, omologandosi così alla massa. “Il Riccetto è ormai perso tra gli altri, anonimo; un giovanotto o quasi, che fa il manovale a Ponte Mammolo, chiuso nell’egoismo, nella sordidezza di una morale che non è la sua”, scrive Pasolini.

Poco dopo la sua uscita, il libro fa subito scandalo in quell’Italietta piccoloborghese piena di geometri, di aspiranti commendatori e di biondine in “gondoleta”. Pasolini viene accusato di oscenità e pornografia (il libro include anche la prostituzione minorile maschile), ed è perseguitato e martoriato a lungo: all’indice sono circa cento le querele e i processi subiti. Il tribunale, anche grazie alle testimonianze in favore dello scrittore, giurate da Emilio Cecchi, Carlo Bo, Gianfranco Contini, Giuseppe De Robertis, Giancarlo Vigorelli, Anna Banti, Giambattista Vicari, Moravia e altri, lo assolve infine dall’imputazione. Con il senno di poi si può dire che non furono tanto il linguaggio e il lessico delle borgate a fare scandalo, ma il fatto stesso, che offendeva i benpensanti e l’idea che avevano della letteratura, di rendere protagonista il popolo.

Nel 1961 esce Accattone, il primo film di Pasolini, che si presenta come una trasposizione cinematografica dei temi trattati in Ragazzi di vita e in Una vita violenta. Il protagonista del racconto è un giovane sottoproletario che campa di espedienti per tirare avanti senza lavorare.

(Fonti utilizzate: Oilproject)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

@SALVATORE VARRIALE

 

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Nato a Napoli il 4 giugno 1997. Studente di Lingue e Culture Comparate (tedesco, cinese, inglese, francese). Redattore di SpazioNapoli.it, precedentemente di Italiacalcio24.it. Collabora per la rivista interculturale Oneelpis.com. Uno dei suoi motti: "La pazienza è la virtù dei forti." (Sun Tzu)

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