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​Il Libro della Libertà : “Colazione al Cairo”

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23/02/2017 di Arianna Frappini

 

Parleremo della cosa che mi sta in assoluto più a cuore, perché è la luce che fa risplendere i cuori, è l’essenza costitutiva dell’essere umano, senza la quale non saremmo niente più che animali evoluti. È il baluardo   contro le ingerenze altrui, è la difesa  che si costruisce, per affermare la propria idea  e, nel contempo, è colei che fa spalancare le  braccia verso chi non la possiede. È la propria identità e, insieme, la propria voglia di cosmopolitismo: è una forza che attira molto più di una calamita, una forza benefica e vivificatrice, una forza che fa alzare la testa,  anche nel posto più buio, e fa spalancare le ali, anche quando si è trattenuti nella morsa dell’oppressione. È la luce che dissipa le tenebre della schiavitù, dell’indifferenza, della cattiveria, dell’egoismo.  È essere se stessi e andare al di là dei propri limiti, è contemplare la propria vita e spingere i propri sogni oltre l’orizzonte,  è farsi guidare dalla propria passione, dalla propria ispirazione, mentre si muovono i passi sulla strada sterrata della vita, per guidare il proprio Destino. È vivere, è essere, è lottare, è vincere, perché è quella forza che meno la possiedi e più aneli ad essa, più aspiri ad essa, più tendi verso di lei e miri alle sue immense vie, al suo sapore di immensità, al suo odore di  liberazione, alla sua spinta, alla sua presenza, alla sua essenzialità. Tendi, aneli a lei perché, senza di lei, non vali  più di quanto vale un sassolino, perché, se non la possiedi, sei imprigionato, soffocato dalle catene, perché, quando l’avrai, respirerai in un uovo cielo e ti si spalancherà, davanti agli occhi estasiati, il mondo intero, perché, muovendo i tuoi passi per mano con lei, non avrai paura di cadere e potrai schiudere le labbra per parlare, per gridare, per esultare.  Insieme a lei, potrai andare ovunque, potrai attraversare, in un solo istante, il mondo intero, potrai alzare gli occhi al cielo, liberi, perché essa è il senso dell’esistenza. Per cercarla, per trovarla, per affermarla, sei pronto a qualsiasi cosa. Per noi è difficile poter immaginare cosa significa, ma poter sciogliere le catene, potersi affrancare dall’oppressione deve essere inebriante, inalzante, esultante. E, per poter arrivare in quel mondo di vita, senza catene, senza maschere, si è pronti a rischiare qualsiasi cosa, la propria  integrità fisica, picchiati, catturati in luride prigioni, e c’è chi, per lei, è stato pronto anche a morire. Non averla  lascia l’amaro in bocca, ma averla riempie le labbra di miele soave.  E, per chi l’ha vissuto, diventa piacevole anche morire, morire per lei. Per lei, sono state combattute lunghe battaglie estenuanti, per lei sono state composte musiche significative, per lei, sono stati scritti libri intensi, per lei, sono stati tracciati  i Destini del mondo, per lei, e solo per lei, continuiamo ad essere chi siamo: uomini e non animali. E questa forza, che in sé racchiude il senso della vita e l’essenza dell’anima,  non è altro che la cosa più bella del mondo, la cui parola dice già  molto, intensa, concisa, precisa, che rimane nel cuore ed entra nel petto: libertà. Oggi parleremo della libertà, se è possibile dare una definizione universale, se bastano le parole che sono state qui dette, se basterà l’esempio fondamentale che io voglio portare.

Ho cercato nella mente un libro che potesse riassumerla mirabilmente e l’ho trovato nel mio libro preferito, in quel libro in cui essa si esplica in tutte le sue molteplici forme, perché è libertà di essere, di credere, di lottare, perché è libertà personale e politica, perché è lotta e vittoria,  il libro  che, come spesso mi accade per le cose importanti, è stato scoperto quasi per caso e per una  strana combinazione di fattori, è diventato il mio libro emblematico, il mio libro fondamentale, “Colazione al  Cairo” dello scrittore egiziano Mohamed Salmawy. “Colazione al Cairo” è un libro capace di coinvolgere, di abbracciare, di innalzare e, dentro, c’è l’essenza  della vita. Tutto il libro è percorso da questa meravigliosa forza, è intriso di una luce splendente e di lotte a cui non siamo più abituati. È ambientato durante la Primavera araba d’Egitto, sei anni fa, e dà un volto a quella Rivoluzione, dà  un nome a chi ha creduto nella liberazione, dà voce ai sentimenti ignorati. La Primavera   è descritta dal di dentro ed è proprio Primavera, rinascita, liberazione, vittoria, per i protagonisti, per tutti i personaggi, insieme e in modo diverso,  e per tutto il loro Paese. Questo libro, finalmente, dà voce alla libertà come la intendo io, e in questo libro ho trovato il rafforzamento alle mie convinzioni. Non parlerò, dunque, della libertà intesa in modo negativo, come molti vogliono dipingerla, classificandola come negazione di certi principi, ma come l’afermazione di quelli veri, non affatto come confusione o come qualcosa di estremamente pericoloso e destabilizzante, ma parlerò della libertà come essenza di vita, come la intendo io e com’è costitutivamente: libertà come reazione all’oppressione.

Doha è una donna bella e altolocata, una stilista di moda famosa, la moglie del segretario del Partito al potere. Doha, però, è profondamente insoddisfatta della sua vita e ha trovato una consolazione nel disegnare vestiti, nel desiderio di partecipare alla sfilata annuale di Milano, dove spera di catturare l’attenzione dei critici mondiali, rendendo i suoi abiti internazionali, i suoi abiti riconoscibili e adattabili a tutti i contesti culturali, ispirandosi all’insetto che non ha nazionalità: la farfalla. Doha spera di trovare ciò che cerca in Italia, in quella sfilata, e, invece, trova ciò che non si sarebbe mai aspettata di trovare. Ella trova la libertà. Nel viaggio per Roma, incontra un uomo diverso da tutti  gli altri, un leader dell’opposizione della dittatura al potere, Ashraf Al-Zini, un uomo che dedica anima e corpo alla causa in cui crede, che ha rinunciato a sposarsi e ha vuotato tutta la sua vita in nome degli interessi popolari, in nome della libertà, che non passerà attraverso giornali o dichiarazioni, ma più che altro attraverso le manifestazioni di piazza. Doha, piano piano, si avvicinerà a lui, rimanendo conquistata dalla sua autenticità. Ella, passeggiando per Roma, e  poi, chiudendosi nel suo albergo a Milano, capirà una sola cosa: che si era sbagliata, che non è vero che la farfalla è senza  nazionalità, che non è vero che la farfalla è un insetto senza identità locale, perché, in una libreria, ha trovato un libro dal titolo emblematico: “Le farfalle d’Egitto”. Il libro è una riscoperta della propria identità nazionale, delle proprie radici, del proprio contatto con la terra,  del proprio “essere egiziana” e non di qualche altra parte, è uno scrollarsi di dosso tutte le sue false convinzioni, tutto il peso della sua vita e del suo matrimonio, è un mettere in discussione le stesse basi della propria carriera, rinunciando a partecipare  alla sfilata che aveva tanto preparato, perché, ora, ha capito che quei vestiti non la rappresentano. Fino ad allora, Doha aveva guardato il mondo delle farfalle solo dall’esterno e, soltanto leggendo quel libro, ne ha scoperta  la vera essenza, la profondità, perché hanno una storia, scampando per secoli all’estinzione, e hanno anche una nazionalità: quelle scoperte da lei sono egiziane, capaci di rimanere per anni chiuse nel bozzolo, nel deserto, in attesa della pioggia, per trasformarsi e livrarsi, libere,  nell’aria. Doha segue Ashraf a Palermo e assiste alla sua conferenza  della Società Civile sulla libertà, basata proprio sulla farfalla e sulla famosa teoria di Lorenz, che si chiedeva: “può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?”. Ashraf trasporrà questa teoria sul piano politico, sostenendo che il più piccolo gesto, la più piccola manifestazione di piazza, la più piccola rivendicazione, la più piccola cosa, apparentemente insignificante, come la farfalla, può cambiare il corso della storia mondiale e far vibrare l’Egitto di libertà.  Doha, tornata al Cairo,  prende in mano la sua vita, volendo assolutamente divorziare dal marito Medhat, falso e subdolo, e interessandosi di politica, della Rivoluzione. Doha parteciperà a una manifestazione di piazza insieme all’amica Mushira. Il suo cambiamento, dunque, non è affatto un “Capriccio italiano” (come la canzone di Cajkovskij ascoltata a Milano con Ashraf), ma l’affermazione della libertà fino ad allora calpestata. Durante questa manifestazione, Ashraf sarà arrestato e Doha appoggerà tutti coloro che sono scesi in piazza, per chiedere la sua scarcerazione, rilasciando anche un’intervista. Si trova a casa di suo fratello e disegna nuovi bozzetti,che, finalmente, la rappresentano come egiziana, quando alcuni ufficiali di polizia la vanno a trovare e l’arrestano. La portano in un ufficio e non in una prigione, rimanendo molto vaghi nelle parole e nelle spiegazioni, ma l’oppressione si fa comunque sentire e, nella sua mente, danzano ancora i bozzetti, perché “l’ispirazione oltrepassa lo spazio e il tempo e ci raggiunge in ogni luogo e in ogni epoca, persino in prigione o nella tomba”. Ma  facciamo un passo indietro.

L’altro protagonista di “Colazione al Cairo” è un giovane di vent’anni, Ayman, sensibile, intelligente, sentimentale, sicuro di sé,  anche lui attivista insieme al compagno Hassan, alla fidanzata Salwa e alla fidanzata dell’amico, Hala, anche lui sarà arrestato e parteciperà alle manifestazioni di piazza. La sua è una lotta politica, come tutto il Paese, il suo è cercare e trovare la libertà politica,  ma, contemporaneamente, è anche   cercare e trovare la propria libertà personale, la  conferma alle proprie supposizioni e aciò che gli fa vibrare il cuore.  Ayman, un giorno, seduto su una poltrona, leggerà un nome, il nome di sua madre  sui moduli per la carta d’identità del fratello maggiore, ‘Abd al-Samad, nome che non corrisponde a quello della moglie del padre. Ayman, così, si metterà alla ricerca disperata della madre, nella convinzione che ella è viva, nella voglia di trovarla perché “Chi non conosce la propria madre, non sa nemmeno quale sia la propria patria”. Ayman afferma questa idea a dispetto di tutto, nonostante tutti gli dicano di lasciar perdere, compreso il fratello maggiore. Egli è convinto di ciò che sente e afferma il suo essere, la sua sensibilità in tutti i  modi, dispiacendosi, teneramente, quando una vicina di casa butta fuori in malomodo i gattini che stavano sulle scale e la mamma gatta li cerca con miagolii disperati, per tutto il quartiere. Tutti gli dicono che ha davvero molta fantasia e gli chiedono se sapranno mai la fine del film. ma anche Ayman è ansioso di sapere la fine del film di quella ricerca. Finalmente, la  madre dell’amico Hassan trova il nome della madre: ella vive a Tanta. Il giovane, per scoprirlo, non deve far altro che andare lì, nonostante l’ostilità e il silenzio del padre. Finalmente, Ayman, con l’emozione nel cuore e con tante domande nella mente, si reca a Tanta, a quell’indirizzo, e bussa a quella casa. Quando una donna gli apre, è come se egli si guardasse allo specchio: “Mamma!”. LA donna è scossa profondamente e perde anche i sensi, ma poi la gioia si impadronirà del cuore di entrambi, ritrovatisi dopo tanto tempo. Ayman, perseverante e determinato, tornerà a casa, sperando di poter condividere la sua notizia con ‘Abd al-Samad, ma trovandolo deluso e abbattuto, perché è stato ingannato e truffato da una donna che gli aveva fatto credere di amarlo e gli aveva proposto di andare in Kuwait da lei. Ayman, così, fa ciò che non avrebbe mai pensato di fare in quel giorno di verità, in cui finalmente ha trovato chi è, da dove viene, che ha capito dove affondano le sue radici, che ha conosciuto sua madre: piangere, perché la gioia trattenuta è come il dolore. Mentre ‘Abd al-Samad passeggia triste e sconsolato lungo il Nilo, in un’analisi impietosa dell’esistenza, disillusa e amara, in un capitolo che, nonostante queste caratteristiche, è uno dei miei preferiti, per la grandiosità delle  descrizioni e per la stupendità dell’ambientazione (un giovane che cammina, avvolto nei suoi pensieri, in una notte di primavera, in riva al Nilo), Ayman si riconcilia col padre. Ed ecco che siamo a uno dei capitoli  miei preferiti, quello che porta il titolo “Il ministro della difesa”. Aumentano sempre più le manifestazioni di piazza e le astensioni dal lavoro, il popolo egiziano rivendica giustamente la propria libertà e il Governo ha due scelte: o resistere ostinatamente, chiudendosi ottusamente nel proprio dispotismo, impiegando l’esercito per sparare sulla folla, o rassegnare le  dimissioni. Il Ministro della Difesa si rifiuta di autorizzare l’impiego dell’esercito contro il popolo e  si dimette. Per questo, viene accusato di tradimento e di cercare di destabilizzare il Paese, con l’aiuto degli stranieri, e viene arrestato. Ma l’esercito si attiene all’ordine del Ministro e, arrivati a un punto tale, di non ritorno, il Governo finalmente rassegna le sue dimissioni. E così arriva la “scarcerazione” e la liberazione: dell’Egitto e del suo popolo, di Ashraf, di Doha, scarcerata e libera  anche dal matrimonio con Medhat, che presto le concederà il divorzio, libera tra le braccia di Ashraf, mentre si scambiano il primo, tenero, bacio, e di Ayman che, insieme ai suoi amici, va a fare una colazione al Cairo e, con Salwa, prende il treno, per andare di nuovo a trovare la madre. Salwa ha un foulard legato al collo, bianco, che volteggia come ali di farfalla, e corre insieme ad Ayman: i due salgono velocemente sul treno, che si muoverà “verso l’orizzonte sconfinato dove splendeva il sole”.

 

© Arianna Frappini

RIPRODUZIONE RISERVATA

 


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Libri senza pregiudizi

Rubrica a cura di Arianna Frappini. In “Libri senza pregiudizi” i libri sono un tesoro inestimabile, le pagine impreziosite dalle parole che svelano mondi strumenti capaci di insegnare, divertire, commuovere, far riflettere, far spalancare gli occhi e il cuore, in grado di far elevare lo spirito per farlo diventare in grado di volare e di valicare i confini geografici e culturali: i libri cambiano nelle diverse culture, ma ciò che non muta mai è la loro magica facoltà di far vivere nuove vite e di trasportare in mondi nuovi e, proprio per questo, affascinanti e interessanti, che rendono soprattutto la cultura araba capace di dare all’Occidente esempi letterari assolutamente pregevoli, che io mi propongo, come una missione, di far conoscere, apprezzare e amare.

Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

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