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Il Riscatto della Colpa: “Il Cacciatore di Aquiloni”

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31/01/2017 di Arianna Frappini

 

Se c’è un argomento veramente complesso da trattare, quello è il perdono, aspetto della vita che comprende talmente tante componenti che darne un quadro univoco sarebbe assurdo e decisamente fuorviante. Il perdono è una condizione di tranquillità, di assenza di rimpianti, di pace con se stessi e con gli altri. Il perdono presuppone una colpa, piccola o grande, insignificante agli occhi del mondo, ma vitale dal proprio punto di vista, una colpa che suscita un più o meno grande rimorso, che può ferire a fondo o superficialmente, che può toccare appena o scavare nelle profondità, condizionando la vita. E alla fine il perdono: se si è fatto un torto a qualcuno, nei confronti di quella persona e, nel contempo, nei confronti di se stessi, quando si torna tranquilli con la propria coscienza, ottenendo il riscatto, redimendosi dalla propria colpa, che solo quando viene oscurata da un gesto che consola, si può davvero dire appartenente al passato. Colpa, rimorso, riscatto: queste le fasi (se così si possono chiamare) per arrivare a un perdono davvero profondo. Colpa e rimorso vengono prima, il riscatto coincide col perdono. Se manca una sola di queste componenti, il perdono non ha alcun motivo di sussistere. Ma cos’è davvero il perdono? Di che colpe parliamo, a che tipo di rimorsi facciamo riferimento e quali sono i riscatti che redimono la propria coscienza, di fronte al mondo e a se stessi? Ed è un qualcosa che può essere concesso tanto facilmente? Perdonare gli altri è difficile, ma perdonare noi stessi è necessario. Non possiamo parlare di una colpa sola, potrebbe essere la più piccola e insignificante e la più grande: in ogni caso, l’entità di questa, non giudicabile davvero dall’esterno, può essere stimata soltanto dall’interno, nell’interiorità del colpevole. Sarà solo lui che sentirà la grandezza o la piccolezza della sua colpa, la profondità o la superficialità del suo rimorso e la grandiosità o la semplicità del suo riscatto. Tutto dipende dalla soggettività: così come la colpa, anche il perdono è assolutamente soggettivo. E non si può far altro, come per i concetti più complessi, che tentare di darne ognuno una personale definizione e caricarlo di sensi diversi: o nel senso prettamente pratico, si potrebbe dire oggettivo, nelle relazioni interpersonali, quando si parla di un torto compiuto o subito (se, poi, si parla di un reato, entra in gioco la sfera giuridica), o profondamente soggettivo, sviluppato dall’inizio alla fine nella propria interiorità, in relazione a un fatto esterno o a una qualche colpa commessa, o, ancora, religioso, quando si chiede perdono a Dio dei propri peccati e si spera, dunque, nella ricompensa eterna delle buone azioni. Certo, questi tre tipi si intrecciano inevitabilmente nella vita e nella coscienza di una persona, ottenendo un risultato ogni volta unico e, sempre, soggettivo ed esclusivamente personale, che a stento può essere compreso dall’esterno. E per fare un esempio di questa mia teoria, di questo discorso sul perdono e sul riscatto, parlerò di quello che viene considerato all’unanimità un capolavoro perché, effettivamente, è di un capolavoro che si tratta: “Il cacciatore di aquiloni”, il primo romanzo dello scrittore Afghano Khaled Hosseini.

Un capolavoro: commovente, denso di significati profondi in molteplici campi (personale, oggettivo, etnico-culturale, storico), che riassume mirabilmente la condizione di un Paese e, mentre è insieme romanzo di formazione e romanzo di denuncia, entra nel cuore di molti dopo che nella propria libreria. Un libro che va letto a fondo, va scavato dentro a ogni singola pagina, a ogni singola parola, si deve essere attraversati dal suo flusso di azioni e pensieri, mentre, per tutto il libro, a parlare è proprio il protagonista, quello sul cui cuore pesa una grande colpa , per la quale prova un grandissimo rimorso, quello di cui sono portati in primo piano i sentimenti più naturali di un bambino che si sente incompreso dal padre e anche di indole un po’ debole, portato ad essere anche un po’ invidioso delle attenzioni che il padre dà al servo e amico Hassan, quello di cui vengono portati alla luce i pensieri, la sua grande passione, la letteratura, e le sue aspirazioni per lo più derise e non capite (fare lo scrittore), il bambino che cresce e, infine, l’uomo che si riscatta: Amir. E le cose vengono raccontate dal suo punto di vista, nella sua evoluzione da un bambino che ha sbagliato a quella di un uomo maturo che si redime. “Il cacciatore di aquiloni” , come nessun altro, esprime una vastità di sentimenti e tratteggia la vita in tutti i suoi aspetti, ci trasporta in un altro mondo, in un altro Paese, l’Afghanistan, con tutte le sue dinamiche e ci viene mostrata dal di dentro la sua triste storia recente, quella di un Paese che è vissuto attraversando un ventennio ininterrotto di guerra. Un libro di formazione, un libro di denuncia, un romanzo di colpe e di riscatti: un romanzo, che è nel contempo, soggettivo e oggettivo, in una commistione che fa sgorgare fiumi di lacrime. La forza di denuncia di questo libro è efficace, tanto più se si considera la prima persona in cui è scritto. Un romanzo che esordisce con una grande smentita perché, sostiene l’autore per bocca di Amir, non è vero “che si può seppellire il passato” e un’altra frase ci introduce nel clima, una frase che RahimKhan ha detto prima di riattaccare, “quasi un ripensamento. Esiste un modo per tornare ad essere buoni”. E per me queste due frasi riassumono bene il discorso che si faceva precedentemente. Da lì c’è la rievocazione del passato, della sua vita prima di “quell’inverno”, quando viveva a Kabul col padre in una grande casa. La famiglia era di etnia Pashtun, mentre i loro servi, Alì e Hassan, di etnia Hazara. Amir e Hassan sono cresciuti insieme, hanno combinato tante marachelle, si sono divertiti. Sono cresciuti vicini, amici, mentre Amir leggeva ad Hassan sotto la pianta di melograno, nella cui corteccia hanno inciso “Amir e Hassan, i sultani di Kabul”. Amir ha un rapporto molto difficile col padre, che lo vorrebbe appassionato di calcio e a volte si vergogna di lui perché non è aggressivo, perché è di indole tranquilla e debole, perché ama la letteratura al di sopra di ogni cosa: legge e scrive e trova un confidente, un appoggio fondamentale, nell’amico del padre, Rahim Khan, e in Hassan, verso il quale, tuttavia, prova anche un po’ di invidia e mostra altezzosità, dovuta alla sua posizione socialmente favorita, quella di padrone, sul servo. Tuttavia, al di là di differenze e sentimenti, Amir è molto vicino ad Hassan e mostrerà di tenere a lui, visto che proverà un grande rimorso per tutta la vita per non averlo aiutato, per non essere “stato capace di aiutare lui come lui aveva aiutato me”. Alcuni bulli, capeggiati dallo spietato Assef, infastidiscono Amir e Hassan, perché provano una naturale avversione per quelli di etnia Hazara e il loro capo ammira le idee di “pulizia etnica” di Hitler. Hassan difende Amir, infastidito e attaccato dai bulli perché egli e suo padre tengono in casa servi Hazara, minacciando Assef con la sua fionda. L’inverno del 1975 vede, come ogni anno, sfidarsi i ragazzi della città nel torneo con gli aquiloni, tipico proprio di quel Paese, una tradizione fondamentale, che ci rivela un mondo sorprendente: il torneo consiste nel tagliare tutti gli aquiloni fino a che uno solo rimanga vittorioso in cielo. Sentito con enorme partecipazione e vissuto con grandissima intensità di emozione, il torneo si disputa anche quell’anno e viene vinto da Amir e Hassan. Il protagonista è fiero perché sa che questa vittoria sarà la chiave per aprire davvero il cuore del padre. Resta solo da recuperare, da “cacciare” l’ultimo aquilone caduto a terra. E Hassan è “il cacciatore di aquiloni”, abilissimo, infallibile, che va a cacciare l’ultimo aquilone per portarlo ad Amir, gridando un’altra fondamentale frase: “Per te questo e altro”. Amir, non vedendolo ricomparire, lo va a cercare e lo vede bloccato da Assef e dai suoi, che gli vogliono sottrarre l’aquilone. Egli, per lealtà nei confronti di Amir, si rifiuta di consegnarglielo e Assef, che aveva giurato che non l’avrebbe lasciati in pace, compie la sua vendetta,violentando Hassan sotto gli occhi di Amir. Il protagonista è smarrito, paralizzato dalla paura e scappa. Il risultato di quell’inverno è che si sente profondamente mutato, vigliacco, e testimonianza sono le lacrime che piangerà quella sera tra le braccia del padre. La colpa, differentemente giudicabile dall’esterno, sfinisce l’animo di Amir, che per liberarsi di quell’insopportabile sensazione allontana Hassan da sé, che, anche se egli non capisce perché (dato che suppone che egli sappia), vuole riavvicinarsi a lui e, l’estate successiva, lo fa accusare ingiustamente di un furto e cacciare dalla casa del padre. Passano gli anni e Amir e il suo “baba” sono obbligati a lasciare l’Afghanistan per l’America, dove, diventato adulto, si laurea in lettere e sposa Soraya, la figlia dell’ex generale Taheri. La moglie diventa per lui un punto di riferimento, alla quale avrebbe voluto parlare, prima delle nozze, della colpa che grava sulla sua coscienza, ma non ha aperto bocca. Il rimorso lo assale e si rimprovera di non aver avuto abbastanza coraggio e pensa che il fatto che egli e la moglie non possano avere figli sia la giusta punizione di quel che non ha fatto per Hassan. Intanto, suo padre muore per un cancro al polmone e nell’estate del 2001, si presenta l’occasione, una telefonata di Rahim Khan: “esiste un modo per tornare ad essere buoni”. Recandosi dall’amico in Pakistan, apprende la verità: Rahim Khan ha sempre saputo e, dicendogli che “eri solo un bambino”, gli fornisce la via del riscatto: deve andare a Kabul a cercare Sohrab, che non è altri che il figlio di Hassan e della moglie Farzana, brutalmente assassinati dai talebani. Ma questa non è l’unica sorpresa: Hassan non poteva essere figlio di Alì, che era sterile, ed è nato dalla relazione della madre Sanaubar  col padre di Amir. Sono, dunque, fratelli. Amir, sconvolto dalla consapevolezza di essere vissuto per trentotto anni nella menzogna, legge due volte la lettera di Hassan, dove egli racconta un fatto significativo, che parla da sé: narra che ha accompagnato la moglie Farzana a fare spese; ma, essendo il venditore sordo, ella ha alzato la voce per farsi sentire ed è subito comparso un talebano che l’ha colpita con un manganello alla vita, facendola cadere e urlando che è proibito alle donne di alzare la voce. Hassan si chiede cosa avrebbe potuto fare per impedire che si trattasse così sua moglie: nulla, perché l’unico risultato di qualsiasi intervento sarebbe stato la morte per entrambi. Amir guarda la foto di Hassan e del figlio Sohrab. Il protagonista è stato richiamato in Pakistan e poi nella sua Kabul, per rimediare non solo ai suoi errori, alle sue colpe, ma anche a quelle di suo padre. Ripensa a ciò che gli diceva il padre, il fatto che nella sua vita c’è sempre stato qualcuno che ha lottato al suo posto, e parte per Kabul. Lì, con l’autista Farid, riesce ad andare all’orfanotrofio, dove sta il figlio di Hassan, nonché suo nipote, ma scopre che è stato portato via proprio da poco tempo da un talebano. Farid e Amir rintracciano quel talebano durante l’intervallo di un’esecuzione allo stadio e riescono ad incontrarlo. E qui comincia il vero riscatto: Amir, nonostante la barba e il travestimento, viene riconosciuto dal talebano con gli occhiali, il cui nome sfugge dalle labbra del protagonista: “Assef”. Viene portato Sohrab e inizia quell’attacco che, in fondo, dice che in qualche remoto angolo della sua mente, Amir aveva sempre aspettato, il modo reale di redimersi: Assef lo picchia furiosamente, ma Amir ride, ride perché è libero dal senso di colpa che lo ha oppresso tutto quel tempo. E poi “la scena finale, che mi porterò nella tomba”: Sohrab che dice “basta!” e minaccia Assef con la fionda, dicendogli di lasciare in pace Amir. Prima che Assef si avventi contro il bambino, egli scaglia una biglia che colpisce direttamente nell’occhio del talebano. A questo punto, Sohrab aiuta Amir a mettersi in piedi ed escono alla luce del sole. È un libro che regala un’emozione dopo l’altra, un colpo di scena dopo l’altro, denso di emozioni intense, di sentimenti fortissimi, di sensi di colpa e di voglia di riscatto. E Amir, tutto dolorante, ha trovato il suo modo di redimersi e si avvicina a Sohrab, raccontando proprio quella verità e, rispondendo alla paura di Sohrab di finire all’inferno per ciò che ha fatto al talebano, dicendogli che quell’uomo, Assef, si meritava anche di peggio. I due si avvicinano e Amir gli propone di andare con lui in America perché egli e sua moglie Soraya (che è stata informata della verità) vorrebbero adottarlo. In Pakistan tenta delle pratiche di adozione, ma, non riuscendo a venirne a capo, gli viene consigliato di mandare, per breve tempo, Sohrab in un orfanotrofio per poi adottarlo in un secondo momento. Ma Sohrab si sente tradito da Amir, che gli aveva promesso che mai più sarebbe finito in una struttura simile e, al colmo della disperazione, tenta il suicidio. La lotta, dunque, non è ancora finita e Amir, che supplica Allah di salvare Sohrab, perché non si renda in qualche modo responsabile, compartecipante della morte del figlio di Hassan, in quell’ospedale, riscopre la fede e la preghiera. Sohrab viene salvato e portato in America. Si è chiuso in un mutismo assoluto, ma quel muro, causato dalle sofferenze, sembra aprirsi ad un certo punto, un giorno di primavera, il capodanno afghano, quando, a San Francisco, viene organizzato un torneo di aquiloni. L’ultimo aquilone abbattuto volteggia nell’aria e Amir chiede a Sohrab se vuole che lo cacci per lui. Sul volto del bambino appare qualcosa di molto simile a un sorriso e a un sì, il primo fiocco che si scioglie. “Per te questo e altro” dice Amir, senza rendersene conto. E il libro, dopo aver tenuto la tensione al massimo, dopo insegnamenti, colpe, riscatti, perdoni, dopo aver narrato il fatto che si è iniziata a sciogliere la neve del muro di Sohrab, si conclude con una scena degna, con una scena-coronamento di un libro caricato di così forti emozioni chefanno riempire gli occhi di lacrime, la scena che chiude un capolavoro, un libro che dà moltissimo, un libro che va letto e insieme vissuto, che va capito, un libro che insegna molto sulla storia e sulla vita, un libro potente, dalla forza travolgente e dalla capacità straordinaria di penetrazione nel cuore, nei sentimenti più veri e in un’introspezione psicologica compiuta con grandissima maestria da Khaled Hosseini, in una storia che commuove e conquista, la scena che vede Amir, un uomo adulto, correre con “quello sciame di bambini vocianti”, ma non gli importa: “Correvo con il vento che mi soffiava in viso e sulle labbra un sorriso ampio come la valle del Panjsher Correvo”.

 

© Arianna Frappini 

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Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

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