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“Con il Vento nei Capelli” : Il Conforto – che dissipa l’Indifferenza

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10/01/2017 di Arianna Frappini

 

Una storia vera – È almeno da qualche anno che ho cominciato a interessarmi sul serio alla storia, al mondo, al passato, al presente e al futuro. Inutile dire che  ad aprirmi gli occhi è stata la scuola nell’anno in cui ti rendi davvero conto di far parte del mondo e, studiando il Novecento, capisci tante cose, prendi le tue prime posizioni, ti infervori, ti
entusiasmi e a questo mio entusiasmo ha contribuito senz’altro la Primavera araba, che mi ha acceso l’animo di passione politica e di amore per la libertà, di lotte alle dittature e di sogni di democrazia, sogni che non cambiano da Paese a Paese, che mi ha vista informarmi  e, nel contempo, crescere. Ora ho capito tante realtà, ho conosciuto tanti mondi, ho aperto gli occhi e  la cosa che ho davvero compreso è una: che l’indifferenza è uno dei mali più grandi della storia, che corrode gli animi e  decide destini di Paesi, di popoli, di uomini e donne.  L’indifferenza, che ha fatto chiudere gli occhi alle potenze Francia, Inghilterra e USA durante la II guerra mondiale, che ha permesso a Hitler di salire al potere in Germania e gli ha permesso di fare quello che ha fatto, di compiere un massacro senza precedenti… E l’indifferenza non è certo morta con la II guerra mondiale, ma è rimasta la caratteristica principale dell’Occidente in un modo o nell’altro. L’indifferenza nei confronti degli altri popoli, specialmente se quei popoli sono arabi, è entrata nel patrimonio genetico dell’occidentale ed è per questo che scrivo e parlo: per cambiare le cose, per cambiare questo status quo e perché non tutti gli occidentali sono ciechi davanti alle realtà arabe e anche gli occidentali possono aprire gli occhi. Io sono un’occidentale e ho aperto gli occhi in più di un’occasione; e a farmeli spalancare  su una questione di estrema importanza, come la “questione palestinese”, una questione molto complicata, nei confronti della quale mi sono posta con la convinzione che non solo gli Israeliani ma anche i Palestinesi hanno diritto a vivere nella loro patria, ma rispettandosi reciprocamente e senza compiere ulteriori ingiustizie (di cui il mondo è già stracolmo), è stato un libro, “Con il vento nei capelli”, è stata una donna Palestinese realmente vissuta, Salwa Salem, una donna che è morta prima che io nascessi, ma, come lei ha voluto, raccontando la sua storia a Laura Maritano, studentessa di lettere con una tesi in antropologia culturale, è passata nel mondo lasciando una traccia e una traccia assai profonda.

Per le generazioni future Salwa  Salem e il suo coraggio saranno un esempio, resteranno inscritte in un libro che ha suggellato la sua vita e la sua attività politica, sarà sempre un mito per le donne dell’intero pianeta, un modello di spirito libero, che cerca di emanciparsi pur rimanendo, per alcune cose,  nel solco della tradizione; Salwa è stata molto più che una donna, è stata molto di più che un’attivista politica, è stata molto di più che una vita tra tante; Salwa è stata la dimostrazione di libertà, è stata il fervore politico, è stata l’entusiasmo giovanile e la consapevolezza matura dell’esilio, è stata, fino agli ultimi giorni della sua vita, se stessa, è stata una luce che mi ha aperto gli occhi, che ha svelato, raccontando la sua storia, tutti quegli errori e quelle indecenze dell’Occidente che nessuno dei nostri giornali o siti ci riferirà mai; Salwa è stata la verità, Salwa  è stata semplicemente un “conforto” così come dice il suo nome che in arabo significa, appunto, “sollievo”, “conforto”. La sua storia va raccontata e non basterà né un semplice articolo, né brevi o lunghe riflessioni, seppure profonde,  ma io metterò tutta me stessa nel far conoscere quella che a me è apparsa come una rivelazione, quella che è stata a tutti gli effetti un’eroina che ho scoperto leggendo “Con il vento nei capelli” e  che ricorderò con questo articolo. Una storia esemplare e una vita data alla politica e alla patria, ma quanti occidentali conoscono la sua storia? Quanti Italiani sanno che ha vissuto per molti anni nel nostro Paese? Ma semplicemente e soprattutto quanti di voi conoscono la storia di Salwa? Ed è così che voglio provare a dissipare l’indifferenza, voglio far cadere le barriere e aprire, almeno un po’,  gli occhi al mondo, al dialogo, a voi come Salwa li ha aperti a me.

Salwa Salem nasce a Kafr Zibàd (in  Palestina) nel 1940, terza di nove tra fratelli e sorelle. Cresce molto felice A Yafa fino al 1948, fino al “nakba” (il disastro),   quando la formazione dello Stato di Israele sconvolge la sua vita e quella di tanti Palestinesi. Obbligata con la famiglia a lasciare la sua patria, deve trasferirsi a Nablus in Cisgiordania. Qui, crescendo, diventa un’attivista   politica e una donna ribelle e anticonformista e nascono le tre più grandi passioni della sua vita: la letteratura (che la trasporta in meravigliosi mondi) sia araba sia occidentale, la musica sia tradizionale sia operistica e la politica. Sotto l’influenza dei fratelli (soprattutto del primogenito Adnàn), diventa membro di un Partito politico, il Ba’ath, che rivendica giustamente il diritto dei Palestinesi di tornare nelle case in cui sono vissuti per tanto tempo e ha come mito Nasser.  Partecipa alle proteste, agli scioperi e si fa una certa idea d’indipendenza e di voglia di libertà. Salwa, poi, adorerà sempre le sigarette (fumerà pressoché per tutta la vita), che  le ricordano l’atmosfera intellettuale e di segretezza delle riunioni politiche. Nel 1959 si trasferisce in Kuwait, dove per  alcuni anni, insegna letteratura  in una scuola femminile, mentre prosegue gli studi di filosofia nell’università di Damasco, in Siria. In questi anni Salwa matura importanti esperienze e affetti che le danno la forza di costruirsi, indipendente, la vita che ha sempre sognato. Nel 1966  sposa Muhammad con una cerimonia  tradizionale e  si trasferisce con lui a Vienna. Qui, piena di entusiasmo per il nuovo mondo e per le opportunità dell’Occidente, si rende presto conto che, invece, la vita è tutt’altro che facile. Si sente un’esclusa, un’emarginata, e la freddezza dei viennesi nei confronti degli arabi le fa amare la solitudine. Salwa è profondamente delusa dall’Occidente che aveva immaginato in modo molto diverso. Così, amareggiata, torna per un po’ di tempo dalla sua famiglia a Nablus  per finire la laurea in filosofia a Damasco. Salwa, così, ritrova la sua serenità e il suo buon’umore e, quando torna a Vienna, dopo aver capito anche quanto sono forti i sentimenti per il marito che le è mancato molto, è più preparata per affrontare un mondo e una vita che presto si trasforma in una vera e propria vita d’esilio. Nel 1967 avviene il secondo  “disastro”, che sopraggiunge come un “fulmine”: nella “guerra dei sei giorni”  Israele invade parti della Siria, dell’Egitto, la Cisgiordania e Gaza , vincendo dopo  pochi giorni, con l’aiuto dell’America e il silenzio “complice dell’Europa, dell’Europa “civile””.  Tutti i Palestinesi che si trovano fuori dai territori occupati perdono per sempre il diritto di tornare a casa. Salwa è una di quelle. Il disastro unisce tutti gli arabi e i loro occhi sono sempre pieni di lacrime perché si sentono orfani per la seconda volta. E Salwa confessa che non sa se è peggio il distacco da Yafa quando capiva poco e niente o il distacco da Nablus quando capiva troppo. E questo periodo è una delusione dopo l’altra, soprattutto nei confronti di Nasser, il leader egiziano, che dimostra tutta la sua incapacità politica di guidare davvero la liberazione della Palestina e la delusione è tanto maggiore dato che in lui aveva riposto tutte le sue speranze giovanili. La freddezza di Vienna si fa sempre più insostenibile e la solitudine sempre più insopportabile. Ma ad allietare la vita di Salwa  arriva il primo figlio, Sultan, che la riempie di un’emozione “che gli uomini non possono capire”, quella di aver creato, e non solo ospitato, una vita. Però, avere un figlio è una grande responsabilità, deve lavorare e non può dedicarsi a se stessa. Per la prima volta si sente sospesa tra il marito e il figlio, sente di aver perso la sua indipendenza e l’atmosfera intorno a lei è fredda, i Palestinesi che frequenta sfiduciati e svuotati di forza. Salwa cerca ostinatamente di trovare una soluzione a quella situazione di tetra disperazione e di cupa solitudine. Gli unici momenti davvero felici sono quelli in cui va a teatro, ma il resto del tempo si sente di vivere in un mondo in cui tutti i suoi sogni sono crollati. Ma, dopo la rassicurante visita dei fratelli Isàm e Adnàn e la loro dolce vicinanza, Salwa capisce cosa la rende tanto triste: l’abissale differenza tra la realtà del marito, degli amici, di Vienna e come li aveva immaginati; l’idealizzazione del matrimonio, dell’Occidente l’aveva portata a credere cose che, purtroppo, non si rispecchiavano nell’esistenza presente e tutto ciò le aveva causato una cocente disillusione. Ma nulla è perduto. Il destino vuole che nell’ottobre del 1969 nascesse la seconda figlia di Salwa, la piccola Ruba (che in arabo vuol dire “collina in fiore”), che le dà sì nuove preoccupazioni, ma anche nuove energie e sente  che deve assolutamente reagire alla morte del suo presente e del suo futuro, comprendendo una cosa importante: che forse devono lasciare Vienna. E così accade davvero: nel 1970 Salwa e la sua famiglia si trasferiscono in Italia a Parma. Una nuova atmosfera si respira nel nuovo Paese. Il sorriso e il calore della gente la fanno sentire serena e veramente felice. Salwa,   andando spesso nei bar a bere il caffè o ai giardini, ritrova i suoi spazi di libertà e le sembra di aver raggiunto finalmente un po’ di pace. E nei racconti di Salwa l’Italia appare davvero meravigliosa. Nel 1970 Salwa dà alla luce il suo terzo figlio, Ra’ed. Nel 1972 ella decide di provare a tornare nella sua casa di Nablus per andare a trovare i genitori, che non vede da tanto tempo. Il viaggio è molto duro e  le perquisizioni  israeliane al confine le risultano insopportabili e si sente impotente e furiosa quando un soldato strappa dalle braccia della figlia Ruba la bambola a cui  teneva molto. Ma alla fine è a casa e ne è valsa la pena. Sono giorni spensierati e meravigliosamente felici, colmi d’affetto e di calore. Salwa ha sempre il desiderio di riavvicinarsi alla Palestina e di non privare i figli delle loro radici. Ed è per questo che decide col marito di compiere un passo importante: nel 1975 si trasferisce con i figli in Arabia Saudita, a Riyad, presso la famiglia di Muhammad, dove avrebbe insegnato letteratura araba e dove  un giorno si sarebbero trasferiti definitivamente (quando il marito avrebbe concluso i suoi studi in Italia). Ma  tutto è difficile. I bambini si trovano male a scuola: Sultan si sente escluso e non riesce a leggere il Corano con facilità, Ruba si trova un po’ meglio, ma solo perché va nella stessa scuola dove insegna sua madre e Ra’ed è obbligato dai potenti a fare amicizia con un principino (nipote del re), con il quale non ha nessuna voglia di stare; inoltre a tutti e tre e a Salwa manca molto Muhammad.  La società, poi, è intollerabile e Salwa presto se ne rende conto. Le donne non contano niente e non si può insegnare la ribellione. Salwa vorrebbe i suoi figli forti e indipendenti, ma in quella cappa di oppressione non si può far altro che insegnare la sopportazione e il silenzio. La donna, da sempre indipendente e spirito libero, non tollera a lungo questa situazione e decide di tornare in Italia. I figli sono felicissimi  di essere tornati in quella che per loro è la loro casa, una società libera. Salwa cerca di trasmettere ai suoi figli i suoi valori e le sue passioni e alla figlia Ruba  vuole insegnare “il privilegio di essere donna”. Salwa dice che non è mai stata una moderata, una che non ha mai conosciuto le vie di mezzo, è stata una femminista pur non  trascurando l’importanza degli uomini, parte integrante della vita di una femmina, ma sottolineando sempre la superiorità delle donne. Negli ultimi anni della sua vita Salwa ritrova finalmente  lo slancio che l’aveva caratterizzata da adolescente,quell’amato slancio politico di cui era stata  privata presto. Quando scoppia l’”intifada”, la questione palestinese balza in prima pagina e Ruba , che è ormai grande come i suoi fratelli, è chiamata a rappresentare la Palestina  ai convegni. Ma ella non è esperta e si rivolge alla madre: e così Salwa si ritrova in politica, al posto che le si addice di più. L’obiettivo diventa sensibilizzare  l’opinione pubblica sulla situazione palestinese e lottare per i diritti e per l’autonomia delle donne arabe. Così  Salwa conosce molte donne italiane, impegnate in specifici comitati, con le quali instaura speciali rapporti di amicizia  e si sente davvero felice, attiva, ancor più se stessa. Salwa Salem è specchio di un popolo che è sempre rinato dalle sue ceneri e ha sempre cercato di lottare per rivendicare le proprie idee e la propria terra. Salwa ha ritrovato il calore della politica e delle amicizie profonde con donne  diverse, ma tutte speciali. All’inizio degli anni Novanta Salwa si ammala di un cancro al polmone e cerca di lottare contro la malattia e la morte, raccontando la sua storia a Laura Maritano e lasciando una profonda traccia nella storia e nel cuore di molti attraverso il libro di cui stiamo trattando : Salwa, una donna che, come lei dice,  non è mai andata “’ala hall shàriha”   (espressione che si usava in Palestina per indicare le donne eccessivamente ribelli e libere), ossia   “a capelli sciolti”, ma è riuscita a garantirsi una certa indipendenza, a fare cose anche un po’ spericolate, a  godersi “sempre il vento nei capelli”. Salwa Salem  muore nel 1992, ma il suo eroismo, la sua indipendenza, la sua libertà e il suo carattere le sopravviveranno  in eterno.

 

 

© Arianna Frappini

 

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Libri senza pregiudizi

Rubrica a cura di Arianna Frappini. In “Libri senza pregiudizi” i libri sono un tesoro inestimabile, le pagine impreziosite dalle parole che svelano mondi strumenti capaci di insegnare, divertire, commuovere, far riflettere, far spalancare gli occhi e il cuore, in grado di far elevare lo spirito per farlo diventare in grado di volare e di valicare i confini geografici e culturali: i libri cambiano nelle diverse culture, ma ciò che non muta mai è la loro magica facoltà di far vivere nuove vite e di trasportare in mondi nuovi e, proprio per questo, affascinanti e interessanti, che rendono soprattutto la cultura araba capace di dare all’Occidente esempi letterari assolutamente pregevoli, che io mi propongo, come una missione, di far conoscere, apprezzare e amare.

Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

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