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“La Civiltà delle Macchine”, un’osmosi fra arte e tecnica: come cambia il Bel Paese a cavallo degli anni ’50-’60

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23/12/2016 di Salvatore Varriale

Scelto come tema di approfondimento dalla Prof.ssa di Letteratura Italiana Contemporanea, Laura Cannavacciuolo, dell’Università di Napoli “L’Orientale”, Salvatore Varriale e Roberta Raffone, studenti della Facoltà di Lingue e Culture Comparate, hanno analizzato la rivista fondata da Leonardo Sinisgalli, prestando particolare attenzione anche sul contesto storico di quegli anni. La presentazione, tenutasi presso l’aula “Mura Greche” di Palazzo Corigliano, è stata supportata da alcune slides realizzate con PowerPoint.

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Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia versa in una condizione tutt’altro che semplice. I disastri generati dai combattimenti sanguinosi implicavano la ricostruzione di numerosissimi centri abitati, strutture sociali, strade ecc.; occorreva inoltre salvaguardare la popolazione, tramortita e bisognosa di nuove speranze, e riflettere sul nuovo assetto politico del Paese. Infine, ma non per ultimo, c’era da risolvere la questione degli eserciti tedeschi e delle altre potenze dell’asse che occupavano il territorio. Non un momento felicissimo, dunque: l’Italia compare tra le fila delle Nazioni più sottosviluppate d’Europa. Una prima svolta (fortunatamente) avviene intorno al 1947, quando le nuove logiche geopolitiche della Guerra Fredda contribuiscono a far sì che l’Italia, paese cerniera tra l’Europa Settentrionale e Centrale, la Penisola Balcanica e L’Africa Settentrionale smetta di esser vista come una potenza nemica, e inoltre, sempre nello stesso anno, inizia a godere dei benefici del Piano Marshall (valutabili in quasi 2 mln di euro).

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La fine del piano (1951) corrisponde con l’acme della Guerra di Corea e il bisogno sempre più incombente di metalli e materie lavorate diventa uno stimolo alla crescita del settore dell’industria pesante italiano. E’ così, nel giro di 13 anni, l’Italia inverte quel trend negativo che aveva caratterizzato gli anni precedenti, raggiungendo, nel 1961, il picco dello splendore. Infatti, è proprio in questi anni che vengono poste le basi per lo sviluppo e la crescita delle industrie (in meccaniche, chimiche, cibernetiche ecc.). Inoltre, crescono i cantieri navali e le ferrovie, oltre al settore dell’aeronautica.

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Gli scrittori, dal canto loro, non restano sordi a questo grande cambiamento e si propongono di raccontarlo nelle loro opere. Una delle più famose è “Civiltà delle Macchine”, rivista fondata da Leonardo Sinisgalli, finanziata da Finmeccanica, nel 1953. Sinisgalli ne sarà il direttore per un quinquennio, poi, nel 1958, la palla passerà a Francesco D’Arcais, il quale terrà la rivista in vita fino al 1979.

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Proprio lo scrittore Giuseppe Ungaretti, in particolare, sarà colpito dalla straordinaria potenza delle calcolatrici, capaci di risolvere le equazioni in brevissimo tempo: un compito che sarebbe costato ore e ore di fatica ai matematici più eccelsi. Se da un lato, però, egli sminuisce le macchine perché senza sentimenti, e quindi incapaci di soverchiare la natura, dall’altro però è lo stesso che resta senza parole nell’ammirare le imponenti fabbriche di Marghera. Alberto Moravia, altro collaboratore di lusso della rivista, sarà uno tra i più compiaciuti per la crescita della macchina: “ella sarà come la lancia di Achille, che un giorno potrà guarire le ferite che essa ha inferto all’umanità”.

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“Civiltà delle macchine”, dunque, crea un’osmosi tra arte e scienza e gli autori, ricorrendo a parole immaginifiche, descrivono la civiltà industriale, oggettivamente grigia, come se fosse un paesaggio naturale, ricreando la situazione di un idillio. Il suo incanto si legge proprio tra le righe (“E verrebbe voglia di seguire la freccia, inoltrarsi lungo un viale deserto – perché la vita è dentro i cantieri -, penetrare nel segreto d’una fabbrica – non c’è che l’imbarazzo della scelta. In quel periodo, quindi, è proprio la macchina la protagonista indiscussa”). Nella rivista, infatti, gli articoli pubblicati sono sì di divulgazione scientifica, ma scritti attraverso un linguaggio letterario per evidenziare lo splendore delle macchine e lo stupore dei letterati in reazione alla loro crescita.

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UNA DIFFERENZA CON  “IL POLITECNICO”

E quindi, doveva essere il lettore ad innalzarsi e non la rivista ad abbassarsi al suo livello. Una sostanziale differenza, quindi, con Il Politecnico di Carlo Cattaneo, che cercava invece
di divulgare il sapere in modo tale da essere compreso da chiunque leggesse.

LA GENIALITÀ DELLA RIVISTA

Sia attraverso le copertine che attraverso gli articoli, si analizzavano quelli che sarebbero poi diventati i problemi del futuro. È importante notare come già negli anni ’50 si erano individuati alcuni problemi critici, tuttora irrisolti, come per esempio l’energia, il trasporto, le biotecnologie e le manipolazioni genetiche. La rivista era corredata di slogan accattivanti e la grafica era completamente innovativa.Civiltà delle macchine” si imponeva come rivista moderna anche grazie all’impaginazione: ogni volume presentava infatti copertine illustrate da grandi artisti del tempo, come per esempio Steinberg e Vignali.

LA FINE DELLA RIVISTA

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Nel 1983, dopo alcuni anni di chiusura, la rivista Civiltà delle macchine trova nel filosofo Francesco Barone un nuovo entusiasta continuatore. Trovati nuovi finanziatori, la rivista risorge con una “Nuova” veste editoriale e un titolo rinnovato: direttori sono «i due Francesco»: D’Arcais e Barone. Nella “nuova serie” vine meno il carattere “artistico”poiché adesso compaiono più le partecipazioni di pittori e scultori direttamente coinvolti nella realizzazione delle copertine, ma si mantiene lo spirito di frontiera con una particolare attenzione verso le problematiche di confine tra scienza, filosofia e tecnologia.

 

© SALVATORE VARRIALE
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Roberta Raffone

Studentessa di lingue, diplomatasi a Jerzu con una tesina sulla mitologia Greca. Attualmente studia cinese e francese a Lingue e culture comparate presso l'Università l'Orientale di Napoli. Ama leggere, scrivere, guardare film e uscire con i miei amici. Ha una particolare passione per i fantasy, i gatti e la Marvel.

Nato a Napoli il 4 giugno 1997. Studente di Lingue e Culture Comparate (tedesco, cinese, inglese, francese). Redattore di SpazioNapoli.it, precedentemente di Italiacalcio24.it. Collabora per la rivista interculturale Oneelpis.com. Uno dei suoi motti: "La pazienza è la virtù dei forti." (Sun Tzu)

Secondo le statistiche annuali del sito… la Rivista #OneElpis è letta in gran parte mondo. Il Paese dove è più visualizzata è l’Italia con ben 13’124 visite. Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti con 1'080 viste… al terzo il Regno Unito con 177 visite... poi la Spagna con 145, l'Irlanda con 131, Perù con 94, Messico con 76, Brasile con 53, Turchia con 44, Germania con 42. A seguire : Australia, Russia, Svizzera, Costa Rica, Francia, Polonia, Argentina, Grecia, Belgio, Repubblica Dominicana, Paesi Bassi, Giappone, Cina, Romania, Portogallo, Togo, Canada, Guatemala, Repubblica di Macedonia, Austria, Cile, Albania, Repubblica Ceca, Egitto, Colombia, RAS di Hong Kong, Israele, India, Ungheria, Danimarca, Lituania, Bulgaria, San Marino, Norvegia, Algeria, Uruguay, Moldavia, Paraguay, Corea del Sud, Venezuela, Slovenia, Aruba, Serbia, Ecuador, Libano, Città del Vaticano, Singapore, Svezia, Kuwait, Malta, Filippine, Marocco… #VivaOneElpis #OneElpisGo

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