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Nascita e Letteratura : Il Senso Poetico dei Nomi Arabi Femminili

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19/12/2016 di Arianna Frappini

Luminoso e gravido dell’alba della vita… Natale, festa religiosa per i cristiani, riposo e conforto per tutti noi, momento allegro e spensierato per i bambini, che non attendono altro che la notte magica delle renne e dei regali, comunione di pace e serenità in famiglia e, prima  di tutto e infine, nascita. Cos’è il Natale  se non la celebrazione di una nascita? Di Gesù Cristo, del figlio di Dio per i cristiani, di un profeta per altre religioni. Di una nascita, di quel Bambino che nacque a Betlemme, e della nascita in generale. Trovo emblematico che la religione cristiana abbia scelto di celebrare, non solo la Passione, la Resurrezione, l’Assunzione di Gesù, ma,  prima di tutto, la sua nascita. E credo che questo sia un messaggio chiaro: non esiste momento più bello che l’attimo in cui si viene al mondo e non esiste giorno più lieto se non quello in cui si apre gli occhi, attaccati al petto della mamma, dalla quale ci si lascia cullare, ignari del futuro e del senso della vita, ma vivi, pronti a vivere. È come se in quegli occhi che si aprono piano piano, in quel dolce sorriso, in quel viso gioioso e che suscita amore solo a guardarlo, in quella vocina che scalda il cuore solo a udirla, in quelle manine piccine, in quel corpo piccolo, dolce, fragile e bisognoso di cure, ci sia  in potenza ciò che diventerà atto: soprattutto e semplicemente la vita. La vita è imprevedibile, il destino si può cambiare in corso d’opera ed è tutto da scrivere, così come la vita è tutta da vivere, fino in fondo, nei suoi alti e bassi, avanti, senza rimpianti, dal magico momento in cui si viene al mondo  fino alla fine, dall’alba della vita al tramonto della morte. La vita. A Natale  si celebra la vita e soprattutto il suo principio: l’inizio, la nascita, che porta sempre con sé una gioia indescrivibile, perché si può cercare di suonare con le magiche note delle parole la melodia dei sentimenti, ma solo una madre potrà davvero rendere l’idea di ciò che significhi partorire un figlio, una vita. Solo una madre potrà comprendere il legame inscindibile che avrà sempre con quel neonato, che crescerà, prenderà la sua strada e, magari un giorno, proverà la sua stessa gioia. Quanto è bello incantarsi davanti a un neonato! Quanto è bello poterlo tenere in braccio e, guardando i suoi occhi, ti rendi conto, solo allora, quanto la vita è bella. Lo guardi, lo stringi, lo contempli. A descriverlo i suoi occhi, la sua esile figura, il suo pianto e, da non dimenticare, il suo nome. Non è forse la prima cosa che vogliamo sapere quando una nostra conoscente diventa mamma?  Ogni volta che vediamo un neonato cosa chiediamo, per prima cosa, ai genitori e alle persone a lui più vicine? A cosa pensiamo quando guardiamo e stringiamo un neonato? A cosa se non al suo nome? Il nome, un sigillo che  caratterizza quella persona per tutta la vita, con cui tutti lo chiameranno: dai suoi genitori, ai suoi o al suo amore, ai suoi amici, a tutte le persone con cui avrà a che fare.

Il nome, che è un’irrinunciabile parte di noi. E, da come la vedo io, non è affatto un’impresa facile scegliere il nome di tuo figlio. Devi sentirne il suono, assaporarne il tono e forse fare caso anche al significato, sì, perché ogni  nome ha un suo senso nascosto, ogni nome, anche se molti non lo sanno, significa qualcosa di altro, di diverso, un nome proprio che simboleggia spesso un nome comune, che forse calzerà a pennello a quella persona o, forse, non c’entrerà assolutamente niente, o, forse, non lo saprà mai, ma il nome  rimane comunque per sempre e i tuoi discendenti, i tuoi posteri solo  con quello ti ricorderanno davvero. I cognomi si assomigliano, i nomi caratterizzano persone e, anche quando sono identici, ci sarà sempre qualcosa in quella persona, magari un dettaglio piccolo, nel modo di portare quel nome, diverso e irripetibile. Ogni essere umano è irripetibile , ogni vita un dono, che non sarà mai uguale a quello degli altri. La vita è come un pacco regalo, che apri e dal quale non sai mai cosa aspettarti. Questa faccenda dei nomi mi  è risultata assai interessante e ho scoperto, ad esempio, che il mio nome, Arianna, non solo è di origine greca e richiama a colei che salvò Teseo dal labirinto del Minotauro, ma significa anche “pura”, “casta”. Sì, pura di cuore, casta di spirito. Poi uno può vedermi  in un altro modo, ma io mi sento Arianna ed è importante sentirsi bene addosso il proprio nome. Ma questo mio interesse non è partito dal mio nome, no, è arrivato prima, leggendo i libri che piacciono a me, quelli di culture diverse, sì, quelli di letteratura araba. E non ho più trovato nomi occidentali che potessero eguagliare la bellezza di significato e la poeticità di senso dei nomi arabi, specialmente femminili. Non so se i genitori ci facciano caso, o ci pensino solo alcuni, o molti, o tutti o nessuno, ma l’unica cosa che so è che i nomi arabi femminili sono davvero qualcosa di irripetibile, di unico, quella melodia bella che ho udito, quella pozione dolce che ho bevuto. Li ho trovati, come capita spesso per le scoperte importanti, per caso ed è diventata una mia grande passione. Non ricordo bene da dove è iniziata, ma credo leggendo i primi due romanzi di Khaled Hosseini, in particolare  il secondo, “Mille splendidi soli”, in cui ricordo bene il punto in cui nasce la seconda protagonista del libro, Laila, e ricordo bene che, in quella notte di Rivoluzione per il suo Paese, la chiamarono così, pensando al suo significato, riportato esplicitamente dall’autore: Laila significa “bellezza della notte”. Ed è vero. Laila è bella, è intelligente, è forte, è determinata. Non è una donna che si fa sottomettere, odia i soprusi,  ama  la giustizia e la libertà. Suo padre  è un simpatizzante del Partito comunista e dice sempre alla figlia che quegli anni (gli anni centrali degli anni Ottanta) sono un ottimo periodo “per essere donna in Afghanistan”. Laila considera come fratello l’amico Tariq, con cui, crescendo, ha una meravigliosa e intensa storia d’amore. Laila è davvero una ragazza intelligente, che impara a pensare con la sua testa e a seguire il suo cuore. Per questo fa l’amore con Tariq prima che egli se ne vada da un Afghanistan sottosopra per il conflitto che imperversa. E la vita con la guerra non potrà mai essere uguale a prima. Una delle sue care amiche, Gity, muore e l’altra, Hasina, se ne va da Kabul, sposando un suo cugino. Anche il suo amore ha lasciato l’Afghanistan e, proprio quando anche ella con la sua famiglia si appresta a lasciare Kabul devastata dalle bombe, un razzo colpisce la sua casa e perde suo padre e sua madre. Viene estratta viva dalle macerie da Rashid, il crudele marito di Mariam, l’altra protagonista di “Mille splendidi soli”. Laila vive a casa di Rashid.  Un giorno un uomo giunge da Laila e le dice di aver visto Tariq nelle sue ultime ore di vita, il ragazzo che l’ha pregato di cercarla. Laila è disperata finché scopre di essere incinta e, forte, determinata, madre, donna, decide di sposare Rashid per proteggere la parte di Tariq che vive ancora in lei, vive e cresce in lei. Il rapporto con Mariam è molto difficile, ma tutto cambia con la nascita della figlia. Rashid è furioso: Laila gli ha dato una femmina.  Tutto cambia con la nascita di una figlia, che Laila adora e protegge e che chiama Aziza, il cui significato mi ha colpito ancora di più, tracciando la strada della mia passione per i nomi arabi: “diletta”. Laila dimostra tutto il suo coraggio quando impedisce a Rashid di picchiare Mariam e questo le avvicina ancor più: le due diventano amiche, una il completamento dell’altra, e da quel giorno non si separeranno più. Si racconteranno la loro storia e tenteranno anche  la fuga. E, di fronte alla vita difficile, Laila e Mariam sanno di poter contare l’una sull’appoggio e l’amicizia dell’altra. Mariam è con Laila quando mette al mondo il suo secondo figlio, Zalmai, in un parto molto difficile, Mariam e Laila sono insieme quando i talebani salgono al potere e quando le donne non hanno più alcuna dignità. Laila è felice che suo padre non debba vedere  quel supplizio. Mariam è con Laila quando Rashid decide di mandare Aziza a un orfanatrofio perché non può mantenere due figli. In quelle ore di sofferenza e di distacco dalla figlia, Laila è confortata dalla presenza di Mariam.  Poi, ad un tratto, appare la felicità. Tariq è vivo e l’uomo che ha detto il contrario a Laila è stato pagato da Rashid per obbligare la ragazza a sposarlo. Laila e Mariam affrontano, insieme, Rashid furioso, che ha scoperto del ritorno di Tariq. L’uomo vuole ammazzare Laila, ma Mariam non può permettergli di toglierle anche lei e lo uccide con coraggio. Poi farà di più:  confesserà di aver ucciso il marito, sacrificandosi  per la felicità dell’amica che, però, l’aveva pregata di non farlo. Mariam muore da donna d’onore, condannata alla pena capitale dalla giustizia al potere,  e Laila sposa finalmente Tariq per  vivere con lui e i suoi due figli prima in Pakistan e poi nella sua città. Come aveva detto Hasina, Laila finisce sul giornale: ella è davvero l’orgoglio del suo Paese. Dopo una visita alla terra di Mariam e dopo aver letto la lettera che il padre della donna le ha lasciato prima di morire, in cui le chiede perdono per averla obbligata lei, figlia illegittima, in una baracca  tra i boschi e per non averla accolta a casa sua, torna a Kabul e insegna farsi in una scuola, dove si insegna a ricostruire e non si perde la speranza nella pace dopo un trentennio di guerra. Ricostruire sulle macerie. Laila è di nuovo incinta: con i figli e il marito discute sui nomi, ma solo per i maschi perché la ragazza sa bene come chiamerà il bebè se sarà una femmina. Questa è la prima grande donna, il cui nome mi ha indicato la strada. Da allora faccio sempre caso al nome delle protagoniste  (o di personaggi femminili secondari) arabe dei libri che leggo e ne cerco altri sulla rete, lasciandomi guidare dal cuore. Mi viene in mente la grande narratrice della cultura araba, Sherazad, il cui nome e il suo senso  altisonante possono forse rendere giustizia a colei che si salvò la vita raccontando storie ed esaltando, nella sua meravigliosa energia, la potenza della parola,che cura,che lenisce ferite e il cuore amareggiato, che incanta, che ammaestra, che insegna. Sherazad, testimone della magia della parola, della salvezza della letteratura,  il cui nome significa “figlia della luna”. Per non parlare poi del significato del nome della sorella di Sherazad, Dinarzad, il cui senso riempie il cuore: “preziosa  come l’oro”. Come è bello chiamare la propria figlia con un nome che significhi preziosa, che significhi “dono”, che significhi “luce”. Nel primo caso la bambina dovrà chiamarsi Nawal o Hadiya, che significa anche “guida verso il giusto”, e nel secondo Nur. Se si vuole, poi, amplificare la luminosità si possono scegliere varie possibilità: Bahira (“abbagliante”, “brillante”), Munira (che   evoca un’immagine fortissima e bellissima, “colei che sparge la luce”), ma anche Sahar (“alba”, “aurora”) e  Sanaa (“splendore”, “fulgore”). E potrei continuare all’infinito. Se vogliamo scegliere nomi che richiamino entità astratte e tanto essenziali nella vita, preferiremo Iman (“fede”), Ikram (“onore”, “ospitalità”), Ilham (“intuizione”), Hanan (“tenerezza”), o, fondamentale, Soukaina (“pace”)  o, bellissimo, Maisa (“che cammina con fierezza”, “colei che cammina a testa alta”). Bello e indicativo  è da notare che, nella cultura araba, ci sono vari nomi  femminili a indicare la gazzella e  questi sono, ad esempio,  Maha, Rim o Rima. Cosa interessante è poi da notare che due nomi abbastanza diffusi nella cultura occidentale, come Nada e Nadia,  siano di origine araba  e che significhino rispettivamente “generosità” e/o “rugiada”  e “colei che comincia”. E ancora più bello, dal mio punto di vista, è chiamare la propria figlia Amal, “speranza”. È una cosa meravigliosa attribuire alla nuova vita che arriva il simbolo della speranza, di quella che per me è davvero la salvezza dell’umanità. Se non ci fosse la speranza, non ci sarebbe più vita. Se non ci fosse la speranza, non ci sarebbe più lotta. E ho scoperto questo nome stupendo  leggendo “Mi hai cambiato la vita” di Abdel Yamine Sellou, il badante  reale, a cui si è ispirato l’indimenticabile film “Quasi amici”,perché Amal si chiama la moglie del protagonista. Tanti altri nomi poi mi vengono in mente e ho notato come tre nomi diversi  indichino i tre diversi momenti della giornata e in che modo stupendo siano resi: “luce del mattino”, Doha, la stilista protagonista del mio libro preferito, il mio adorato “Colazione al Cairo” di Mohamed Salmawy; “luce del giorno”, Nurunnihar, uno dei personaggi di una delle storie delle “Mille e una notte”, cioè della Storia del principe Ahmed e della fata Pari-Banù – il cui nome, tra l’altro, è da inserire nella lista dei miei nomi preferiti perché significa “fata” e, se qui ho potuto apprezzarlo per la prima volta, sono arrivata ad adorarlo nel terzo capolavoro di Khaled Hosseini, “E l’eco rispose”, in cui le protagoniste assolute si chiamano Pari -; e, poi, la “notte”, indicata sia dal nome Leila, sia dal nome Laila con la sfumatura che ho precedentemente fatto notare (“bellezza della notte”). E questi sono solo  alcuni esempi dei nomi arabi miei preferiti e uno di questi, Leila, è diventato il nome di uno dei miei personaggi meglio riusciti, che avrò occasione, certo, di farvi conoscere  e apprezzare.
Ed ecco i nomi, il nome, quello che ha un’importanza vitale  e per cui invito tutti i genitori a fare caso al significato di questo quando lo scelgono per i loro figli, perché non è importante solo il suono, la pronuncia o quell’intima convinzione che te lo fa calzare a pennello addosso a tuo figlio, ma anche il senso celato dietro a quelle note, che è meno conosciuto  e, forse proprio per questo, ancora più bello.

 

© Arianna Frappini

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Libri senza pregiudizi

Rubrica a cura di Arianna Frappini. In “Libri senza pregiudizi” i libri sono un tesoro inestimabile, le pagine impreziosite dalle parole che svelano mondi strumenti capaci di insegnare, divertire, commuovere, far riflettere, far spalancare gli occhi e il cuore, in grado di far elevare lo spirito per farlo diventare in grado di volare e di valicare i confini geografici e culturali: i libri cambiano nelle diverse culture, ma ciò che non muta mai è la loro magica facoltà di far vivere nuove vite e di trasportare in mondi nuovi e, proprio per questo, affascinanti e interessanti, che rendono soprattutto la cultura araba capace di dare all’Occidente esempi letterari assolutamente pregevoli, che io mi propongo, come una missione, di far conoscere, apprezzare e amare.

Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

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